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    Disastro scuola: l’Italia è tra le prime in Europa per abbandono scolastico e le sue università sono in decrescita

    L'Italia investe sulla scuola molto meno degli altri Paesi Ue, è tra i primi in Europa per abbandono scolastico e le sue università sono in decrescita. La nuova puntata sulla legge fondamentale tradita sul nuovo numero del settimanale di The Post Internazionale, in edicola da venerdì 2 settembre

    Di Anna Ditta
    Pubblicato il 2 Set. 2022 alle 13:04

    Uno dei nostri padri costituenti, Piero Calamandrei, descriveva la scuola come «organo costituzionale della democrazia», l’unico in grado di «trasformare i sudditi in cittadini». A occuparsi esplicitamente di scuola e università sono gli articoli 33 e 34 della Costituzione, anche se il contenuto di queste disposizioni va letto insieme agli altri articoli che parlano di cultura e ricerca scientifica e tecnica, come ad esempio l’articolo 9, o di pieno sviluppo della persona umana, come l’articolo 3. Secondo i dati dell’Eurostat, l’agenzia europea di statistica, l’Italia spende nel sistema educativo molto meno di tutti gli altri Paesi Ue, collocandosi al penultimo posto nella classifica, appena prima della Grecia. Nel 2020 l’Italia ha investito il 7,5 per cento della spesa pubblica nella scuola, la Romania è appena sopra di noi, con l’8,8 per cento, mentre in media nell’Europa a 27 l’investimento è del 9,4 per cento. Il secondo eloquente dato è quello che riguarda l’abbandono scolastico. Nel nostro Paese, nel 2021, il 12,7 per cento dei giovani 18-24 anni ha lasciato i percorsi di istruzione e formazione con al massimo la licenza media. Una cifra che, se è in netto miglioramento rispetto al passato (nel 2011 era il 17,8 per cento) è ancora lontana dalla soglia del 10 per cento fissata in sede Ue nel decennio scorso. Il target si è fatto ancora più difficile da raggiungere dopo che, nel febbraio 2021, le istituzioni europee hanno deciso di abbassarlo ulteriormente di un punto (9 per cento) in vista del 2030. Anche se l’Italia ha raggiunto il suo obiettivo nazionale, che era il 16 per cento, resta dunque ai primi posti in Europa per abbandoni scolastici, dopo Spagna e Romania. Inoltre, se all’abbandono esplicito si somma quello “implicito” di chi termina la scuola con un livello di apprendimenti insufficiente – rilevato da Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) a partire dai dati delle prove all’ultimo anno di istruzione – il tasso di dispersione scolastica complessiva sale di quasi 10 punti, per cui la dispersione scolastica totale, implicita ed esplicita, supera il 20 per cento a livello nazionale.

    “Capaci e meritevoli”

    L’articolo 34 della Costituzione, al terzo comma, sancisce che «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». E aggiunge nel comma successivo che «La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso». Tuttavia, ancora oggi l’origine sociale influisce sulla probabilità o meno di proseguire gli studi e completare il percorso universitario. A mostrarlo sono i dati del Rapporto AlmaLaurea 2021, secondo i quali i laureati provengono da contesti socio-culturali più favoriti. Considerando il complesso della popolazione tra i 45 e i 64 anni, infatti, la quota di laureati è del 14,1 per cento tra gli uomini e del 16,1 per cento tra le donne. Ma guardando ai genitori dei laureati, tali quote salgono al 21,3 per cento. Inoltre, negli ultimi dieci anni è aumentata la quota di laureati con almeno un genitore laureato: nel 2010 era il 26,5 per cento, mentre nel 2020 è il 30,7 per cento (in particolare l’11,9 per cento ha entrambi i genitori laureati), mentre il 68,2 per cento ha genitori con titoli inferiori alla laurea. Considerando la classe sociale, rilevata a partire dalla posizione professionale dei genitori dei laureati, si osserva che: il 22,4 per cento dei laureati proviene da famiglie di imprenditori, dirigenti o liberi professionisti (“classe elevata”); il 31,6 per cento da famiglie della “classe media impiegatizia”; il 22,5 per cento da famiglie appartenenti alla “classe media autonoma”; il 21,9 per cento dalla “classe del lavoro esecutivo”.

    A questi dati si aggiungono quelli che mostrano in generale una decrescita dell’università italiana, che tra il 2008 e il 2020 ha perso l’11,74 per cento di docenti/ricercatori e il 24,52 per cento di dottorandi, come evidenziato dal “Rapporto sull’università italiana, 2008-2020” pubblicato su Unrest-net.it da Stazio M., Traiola M., Napolitano D. nel 2021. Si registra inoltre un calo del 4,68 per cento di studenti iscritti alle lauree triennali e magistrali (dal 2010/11 al 2019/20) e dell’8,18 per cento di assegnisti di ricerca (dal 2012 al 2019). Il rapporto mette in evidenza che la decrescita riguarda solo il sistema statale, che rari andamenti positivi nelle università statali sono quasi tutti al Nord e che esistono disparità di genere anche nella decrescita, che colpisce soprattutto le donne.

    La voce degli insegnanti

    «Quando si parla di scuola l’articolo più importante della Costituzione è l’articolo 3, nella parte in cui parla del “pieno sviluppo della persona umana”. La scuola è l’esecutrice di questa istanza», dice a TPI Luca Malgioglio, insegnante e membro dell’associazione culturale “Agorà 33 – La nostra Scuola”. «La persona umana si emancipa e cresce conoscendo sempre di più e imparando a relazionarsi con gli altri, sia con gli adulti sia con i coetanei. La scuola in questo senso permette di allargare l’orizzonte quotidiano degli studenti».

    “Agorà 33 – La nostra Scuola” è nata di recente sulla base dell’esperienza del gruppo “La nostra scuola”. Quest’ultimo è sorto due anni fa dall’iniziativa di alcuni docenti di diverse discipline, appartenenti a tutti gli ordini di scuola e le zone d’Italia, che si sono ritrovati per riflettere insieme a esperti dell’età evolutiva sui problemi della scuola. Il gruppo ha redatto il “Manifesto per la nuova Scuola”, che ha raccolto oltre 20mila firme, incluse quelle di Alessandro Barbero, Luciano Canfora, Vito Mancuso, Dacia Maraini, Tomaso Montanari, Massimo Recalcati, Salvatore Settis e Gustavo Zagrebelsky. Dopo la caduta del governo Draghi, Agorà 33 ha elaborato un documento con alcune richieste ai politici (riassunte nella grafica qui sopra). «In un clima di generale sfiducia verso il ruolo del Parlamento, in una situazione di pluridecennale mancanza di rappresentanza politica delle istanze degli insegnanti, rivolgiamo agli aspiranti legislatori delle precise richieste, per una Scuola che garantisca finalmente alle nuove generazioni il godimento di un diritto, quello ad un’Istruzione di qualità, sancito dalla nostra Costituzione, in particolare dagli art. 1, 2, 3, 4, 9, 33, 34», si legge nella nota diffusa dall’associazione.

    «Nelle richieste ci siamo concentrati soprattutto sul ritorno a una scuola di sostanza», dice Malgioglio. «L’unico motivo per cui esiste la scuola è perché bambini e adolescenti vengano istruiti, alfabetizzati, imparino e crescano anche attraverso il confronto con una realtà più complessa del loro mondo quotidiano, il mondo delle conoscenze, della cultura. Tutto quello che non è sostanziale va assottigliato o eliminato: parlo di quell’apparato burocratico che fondamentalmente non serve a niente e che oggi sta diventando preponderante negli istituti scolastici».

    LE RICHIESTE AI POLITICI DELL’ASSOCIAZIONE AGORÀ 33

    «Tra moltissimi altri, dopo un’attenta analisi, questi ci sembrano i temi più urgenti, per restituire alla scuola la sua funzione educativa, culturale, civile prevista dalla nostra Costituzione, dopo che scelte politiche di stampo neoliberista hanno tentato e tentano di sradicare e distruggere il sistema nazionale dell’Istruzione pubblica».

    1) Revisione urgente delle norme per la costituzione delle classi (limite di 20 alunni per classe), con particolare attenzione ad una reale riduzione della numerosità delle classi in presenza di alunni con disabilità

    2) Abolizione immediata della “Scuola di Alta Formazione”

    3) Definizione chiara delle funzioni, dei limiti e dei costi dell’INVALSI

    4) Abolizione dei PCTO (già “alternanza scuola-lavoro”) a favore di percorsi volontari di stage fuori dall’orario scolastico

    5) Individuazione di modalità di reclutamento fondate su un’approfondita preparazione culturale e sostegno al libero aggiornamento dei docenti

    6) Superamento di un apparato para-aziendalistico

    7) Sospensione immediata di “sperimentazioni” profondamente dannose come quella della quadriennalizzazione delle scuole superiori e quella delle paradossali e inesistenti “competenze non cognitive”

    8) Potenziamento degli insegnamenti disciplinari di base, con l’aumento del numero delle ore curricolari;

    9) Introduzione stabile della figura professionale dell’insegnante L2 (lingua italiana per i non madrelingua)

    10) Reclutamento di psicoterapeuti qualificati per sportelli d’ascolto a disposizione ogni giorno di studenti, personale scolastico, famiglie, vista l’enorme crescita dei fenomeni di disagio giovanile

    11) Ripristino della commissione esterna agli esami di Stato

    12) Trasformazione delle ore di educazione civica e ambientale in insegnamento disciplinare

    13) Seri investimenti nell’edilizia scolastica

    14) Rafforzamento dell’orizzonte nazionale dell’istituzione scolastica, contro qualunque ipotesi di “autonomia differenziata”

    15) Revisione degli stipendi del personale scolastico

    16) Elaborazione di un codice deontologico per tutti coloro che si occupano di scuola a livello dirigenziale, amministrativo, politico

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