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    Chiara Ferragni risponde dopo la multa da un milione per il pandoro Balocco: “Decisione ingiusta, è stato fatto in buona fede”

    Di Antonio Scali
    Pubblicato il 15 Dic. 2023 alle 16:36 Aggiornato il 15 Dic. 2023 alle 19:08

    “Mi dispiace che dopo tutto l’impegno mio e della mia famiglia in questi anni sul fronte dell’attività benefica, ci si ostini a vedere del negativo in un’operazione in cui tutto è stato fatto in totale buona fede. Sono dispiaciuta se qualcuno possa aver frainteso la mia comunicazione e messo in dubbio la mia buona fede”. Arriva nel pomeriggio la replica di Chiara Ferragni dopo la multa di un milione di euro inflitta dall’Antitrust ad alcune società a lei riconducibili. La motivazione è pratica commerciale scorretta. Il riferimento è al pandoro “griffato” dalla moglie di Fedez, per il quale l’azienda dolciaria Balocco dovrà invece pagarne 420mila.

    Secondo l’Antitrust “le suddette società hanno fatto intendere ai consumatori che acquistando il pandoro “griffato” Ferragni avrebbero contribuito a una donazione all’Ospedale Regina Margherita di Torino. La donazione, di 50 mila euro, era stata invece già effettuata dalla sola Balocco mesi prima. Le società riconducibili a Chiara Ferragni hanno incassato dall’iniziativa oltre 1 milione di euro”.

    “Quella con Balocco è stata un’operazione commerciale come tante, ne faccio ogni giorno. In questa in particolare ho voluto sottolineare la donazione benefica fatta da Balocco all’ospedale Regina Margherita perché per me era un punto fondamentale dell’accordo. E sapere che quel macchinario che permette di esplorare nuove cure terapeutiche per i bambini affetti da Osteosarcoma e Sarcoma di Ewing ora è lì in ospedale, è quel che più conta”, ha aggiunto Ferragni.

    L’imprenditrice digitale ha infine concluso: “Io e la mia famiglia continueremo a fare beneficenza così come abbiamo sempre fatto perché mai vorrò rinunciare a questa parte della mia vita. E dal momento che ritengo ingiusta la decisione adottata nei miei confronti, la impugnerò nelle sedi competenti”.

    Sempre secondo l’Agcm la pratica “ha limitato considerevolmente la libertà di scelta dei consumatori facendo leva sulla loro sensibilità verso iniziative benefiche”. E ha penalizzato in particolare quelle “in aiuto di bambini affetti da gravi malattie”. Per questo, spiega l’Authority, le aziende hanno violato “il dovere di diligenza professionale ai sensi dell’articolo 20 del Codice del Consumo e integrando una pratica commerciale scorretta, connotata da elementi di ingannevolezza ai sensi degli articoli 21 e 22 del Codice del Consumo”.

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