Spunta un nuovo sospettato nel caso dei cosiddetti “Safari dell’orrore” durante la guerra in Jugoslavia: è un uomo tra i 65 e i 70 anni, ex dipendente pubblico, residente in Piemonte, che per il momento non risulta tuttavia indagato. Lo ha identificato la giornalista Marianna Maiorino del Fatto Quotidiano.
Secondo quanto ricostruito, si tratta di un appassionato di caccia di selvaggina di grossa taglia. Lui stesso, durante momenti conviviali dopo la caccia, avrebbe raccontato davanti a più persone di essere stato più volte in Bosnia Erzegovina negli anni del conflitto per sparare dalla distanza a civili inermi. L’uomo avrebbe precisato che il suo “bersaglio preferito” erano donne, aggiungendo commenti sprezzanti nei loro confronti.
La vicenda è quella di gruppi di stranieri che, in particolare tra il 1993 e il 1994, si appostavano sulle colline intorno a Sarajevo, controllate dalle forze armate serbe, e sparavano col fucile a cittadini bosniaci già provati dalle sofferenze della guerra. Tanto che in gergo giornalistico sono stati ribattezzati i “cecchini del weekend”.
Lo scorso novembre la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta in seguito a un esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini. I reati ipotizzati sono omicidio plurimo aggravato da motivi abietti e crudeltà. L’indagine, coordinata dal pubblico ministero Alessandro Gobbis, è condotta dal Ros dei carabinieri.
Al momento risulta un solo iscritto nel registro degli indagati: Giuseppe Vegnaduzzo, un ottantenne residente in provincia di Pordenone, ex autotrasportatore politicamente schierato all’estrema destra. L’uomo è stato interrogato una decina di giorni fa da Gobbis, davanti al quale ha professato la sua “assoluta estraneità ai fatti”.
L’inchiesta è ancora alle fasi iniziali e non sono ancora chiare le dimensioni né i contorni del fenomeno, ma già ci sarebbero almeno altri tre sospettati: un ex alpino della Carnia, un banchiere di Trieste definito “cacciatore psicopatico” e un professionista con residenza nel Nord-Ovest.
In un’intervista a The Times, un uomo oggi 63enne, Aleksandar Licanin, all’epoca dei fatti volontario in un’unità corazzata serbo-bosniaca a Grbavica, ha confermato il quadro fin qui emerso, parlando di scene ancora oggi “impossibili da dimenticare”. Licanin riferisce di “italiani, tedeschi e britannici” che avrebbero pagato tra i 500 e i 1.000 marchi tedeschi per ottenere una postazione privilegiata da cui colpire.
Secondo l’ex volontario bosniaco, il comandante a capo dei cecchini “guidava una jeep con un teschio umano montato sul cofano” e “dopo aver eliminato i civili, gli assassini si abbuffavano di maiale arrosto durante cene imbevute di brandy”. “Sparavano a donne, bambini e anziani. Erano fuori controllo”, ha aggiunto.
“Voglio che la verità venga a galla, sono pronto ad alzarmi in piedi e a dire ai magistrati italiani quello che so”, ha dichiarato Licanin al quotidiano britannico. L’uomo nelle prossime settimane potrebbe essere sentito dalla Procura di Milano come persona informata sui fatti.
Anche un ex agente dell’intelligence bosniaca, Edin Subašić, ha parlato dei fatti in un’intervista rilasciata qualche mese fa a Osservatorio Balcani Caucaso: secondo Subašić, i Servizi segreti italiani – in particolare l’allora Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare (Sismi) – erano stati informati di quelle presenze dai loro colleghi bosniaci. L’ex agente bosniaco sostiene che ci potrebbero essere carte conservate su interlocuzioni tra le intelligence dei due Paesi con tanto di “identificazioni” degli assassini.
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