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    Aborto: ecco perché lo tsunami pro-life può travolgere anche l’Italia

    Credit: Ansa

    La sentenza Usa contro l'aborto può aprire varchi proibizionisti anche nel nostro Paese. A partire dal ribaltamento del dibattito culturale con la colpevolizzazione sociale di chi pratica l’aborto. Che rischia di travolgere tutti gli altri temi. Dall’eutanasia alle droghe leggere

    Di Alessandro Gilioli
    Pubblicato il 30 Giu. 2022 alle 18:08 Aggiornato il 30 Giu. 2022 alle 18:18

    «La 194 non si tocca». Una frase che in Italia viene ripetuta come un mantra, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha lasciato a ogni singolo Stato americano il diritto di proibire l’aborto.

    La 194 non si tocca: da noi perfino i più trumpiani dei politici, Salvini e Meloni, hanno avuto reazioni prudenti dopo l’inversione a U di Washington e si sono impegnati a non mettere mano alla norma che dal 1978 regola l’interruzione volontaria di gravidanza, limitandosi a un proposito di “applicarla meglio” nelle parti in cui si parla di prevenzione.

    Sanno, a destra, che la grande maggioranza degli italiani non ha dubbi: solo il 14 per cento della popolazione considera la 194 “una cattiva legge”, mentre il 66 per cento è del tutto favorevole, con punte oltre il 77 per cento nella fascia di elettori under 35 (sondaggio Swg del 26 maggio 2021). In una fase in cui la politica sta entrando in una lunghissima campagna elettorale, nemmeno alla destra conviene mettere in agenda una battaglia contro quella norma. A esultare pubblicamente, dopo la sentenza Usa, Salvini e Meloni hanno quindi lasciato quasi da solo il senatore Pillon, le cui posizioni ultraproibizioniste sui diritti civili sono note da anni.

    Dunque tutto bene, da noi non c’è e non ci sarà alcuna ripercussione che andrà a colpire i diritti della donna sul suo utero e più in generale i diritti delle persone sul proprio corpo? Non è così, purtroppo, perché la sentenza americana apre diversi varchi ai proibizionisti, che non se li lasceranno di certo sfuggire.

    Il primo varco è quello culturale, cioè di battaglia per l’egemonia del pensiero e sui princìpi che al pensiero forniscono le radici. Perché sì, è vero, alla maggior parte degli italiani piace ancora la 194 ma è attorno al concetto stesso di aborto su cui i cosiddetti “pro life” ora possono lavorare per modificare il senso comune. Il quotidiano dei vescovi, l’Avvenire, ha scritto chiaramente che «il capovolgimento (avvenuto negli Stati Uniti) non può lasciare nessuno indifferente», e ha chiesto quindi «un disgelo» nel dibattito tra abortisti e antiabortisti partendo dall’approccio prevalente della società al tema. Dal dibattito pubblico, secondo il giornale della Cei, deve sparire «la visione ideologica del feto come grumo di cellule», dando priorità invece al «soccorso alla maternità», perché «sparirà l’aborto quando il villaggio umano aiuterà ogni maternità difficile».

    È appunto un rovesciamento culturale: non deve più prevalere il principio secondo il quale sul corpo della donna è la donna stessa l’unica a decidere, ma quello per cui bisogna quanto meno soppesare questi diritti con quello del feto alla vita. Sembra poco, ma è invece una voragine aperta la quale tutto diventa possibile, perché non varrebbe più la stella polare delle campagne per l’aborto negli anni Settanta: “il corpo è mio e me lo gestisco io”. Del resto, scrive sempre il giornale dei vescovi, «il mondo sta cambiando e può cambiare di più e meglio»: la tentazione di inserirsi nell’onda americana, o meglio nella sua risacca, è di un’evidenza solare.

    All’interno di questo ribaltamento del senso comune in direzione “pro life”, e in attesa di un suo possibile svolgimento in Italia, si apre così anche un altro varco, più concreto, pratico e immediato per imbrigliare il diritto all’aborto. Dato che cambiare la legge non si può, bisogna quanto meno «svuotarla dalla tragedia che contiene» (sempre la Cei) rendendo «residuale il ricorso all’interruzione di gravidanza». Se infatti passa il concetto che la donna non ha più pieni diritti sul suo corpo e che «meno aborti ci sono più il mondo va verso il meglio», si fornisce ulteriore e abbondante combustibile alla cosiddetta obiezione di coscienza, cioè il diritto degli operatori sanitari a non praticare interruzioni di gravidanza, che in Italia è già il principale ostacolo concreto per le donne che vogliono abortire. Basti pensare che il 69 per cento dei ginecologi italiani si dichiara obiettore, con punte oltre l’80 per cento in cinque regioni e addirittura del 92,3 per cento nel Molise. Ci sono in Italia 31 strutture sanitarie (24 ospedali e 7 consultori) con il 100 per cento di obiettori di coscienza, quasi 50 con una percentuale superiore al 90 per cento. Sono inoltre obiettori il 46,3 per cento degli anestesisti e il 42,2 per cento del personale sanitario non medico.

    È qui che ora può affondare, in primo luogo, il coltello dei “pro life”. La colpevolizzazione sociale e morale di chi pratica questi interventi non può che aumentarne ulteriormente il numero e prevenire i timidi tentativi di andare in direzione opposta, come quando alcune Regioni hanno cercato di assumere nella sanità pubblica una quota di medici non obiettori.

    Ma la stessa colpevolizzazione viene amplificata e colpisce direttamente le donne quando si incentiva la creazione dei cosiddetti “sportelli informativi” nei consultori e negli ospedali: luoghi in cui agli attivisti “pro life” viene data la possibilità di cercare di convincere le donne – soprattutto quelle meno istruite e le immigrate – a “cambiare idea”.

    Questi sportelli si stanno diffondendo sempre di più perché in Italia la sanità pubblica è di competenza regionale e 15 Regioni su 20 sono amministrate dal centrodestra, le cui giunte favoriscono e spesso finanziano queste iniziative attraverso bandi e convenzioni. A volte si va oltre il tentativo di persuasione morale e si arriva direttamente al sistema di convincimento più vergognoso, cioè quello dei soldi: dalla Regione Piemonte a diversi Comuni piccoli e grandi, sono sempre di più le amministrazioni locali che  stanziano fondi da destinare alle donne che “ci ripensano” in sede di consultorio o di ospedale. I soldi non vengono (ancora?) forniti direttamente in contanti alle donne, come pure qualcuno aveva proposto, ma sono versati alle associazioni “pro life” che a loro volta, grazie a questi fondi pubblici, sono in condizione di promettere aiuti economici attraverso la donazione di culle, pannolini, omogeneizzati etc. Alla colpevolizzazione emotiva si aggiunge quindi qualcosa che somiglia alla corruzione. Il tutto è perfettamente legale, perché è lo stesso articolo 5 della 194 a prevedere che la donna sia aiutata a «rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza»; ed è a questo aspetto della norma che, con ogni evidenza, si riferiscono Salvini e Meloni quando dicono che «bisogna applicarla meglio».

    Un altro varco aperto dalla sentenza americana riguarda la battaglia dei cosiddetti “pro life” contro la pillola abortiva nota anche come Ru486. Tecnicamente la sostanza si chiama mifepristone e blocca gli effetti dell’ormone progesterone, interrompendo lo sviluppo della gravidanza; a questa si associa la prostaglandina che induce contrazioni uterine provocando l’espulsione dei tessuti embrionali. Fermi restando i traumi psicologici, questo sistema è meno invasivo dell’intervento chirurgico. In Italia il sistema è stato approvato dal ministero della Salute e viene praticato da diversi ospedali. Per i cosiddetti “pro life” la Ru486 è il male assoluto perché «è veleno che mette a rischio la vita della donna e uccide il figlio nel grembo» (così l’Associazione pro vita e famiglia, che ha fatto una campagna di cartelloni con questo slogan) e trasforma l’aborto «da problema sociale a invisibile atto medico, portandolo di nuovo nel privato del proprio domicilio e alleggerendone il peso organizzativo ed economico nelle strutture pubbliche» (l’Avvenire). Naturalmente è falso che la Ru486 trasferisca l’aborto a domicilio: in Italia la pillola non si può vendere in farmacia ed è a disposizione solo degli ospedali pubblici o dei centri convenzionati; e la trafila burocratica per ottenere l’interruzione di gravidanza è identica, comprese le forche caudine degli sportelli che cercano di convincere le donne “a ripensarci”. Semplicemente, riducendo il dolore, la Ru486 faciliterebbe – secondo i proibizionisti – il ricorso all’aborto – e per questo va combattuta.

    Un ulteriore varco aperto dalla sentenza americana ai proibizionisti dei diritti civili va oltre l’aborto e riguarda tutti gli altri temi ancora più al centro della discussione politica attuale: eutanasia, leggi su omofobia e transfobia, legalizzazione della cannabis etc.  In questa battaglia più ampia i cosiddetti “pro life” si inseriscono all’interno di una reazione globale: la grande corrente della nostalgia verso società ontologiche, religiose, nazionaliste, sovraniste, tradizionaliste. Una gigantesca risacca che va dal patriarca di Mosca Cirillo (il «chierichetto di Putin», secondo Bergoglio) fino al premier indiano Modi, passando per alcune destre europee.

    A fronte di questo scontro planetario, quindi, non basta più dire «la 194 non si tocca». Perché limitarsi a questo vuol dire fare una battaglia di difesa che rischia di diventare perdente a fronte di un’offensiva per svuotare questa legge senza toccarne la forma, per renderla inapplicabile nelle parti in cui protegge la donna ed enfatizzarne invece nella pratica quelle che ostacolano la libera scelta, oltre che per invertire il senso della storia sugli altri diritti civili. Semmai, limitandoci alla questione aborto, la 194 andrebbe riformata in senso opposto a quello voluto dai proibizionisti: a partire dall’abolizione del suo preambolo ideologico («lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio»), per arrivare ad altri articoli come il 9 e il 5: rispettivamente, quello sull’obiezione di coscienza e quello in cui si consente a terzi di «esaminare con la donna e con il padre del concepito le possibili soluzioni dei problemi» che hanno portato la donna  a chiedere di abortire. Sull’obiezione di coscienza ovviamente non si tratta di costringere alcun medico a praticare aborti, ma di prevedere concorsi riservati e altri incentivi per chi invece accetta di aiutare le donne in questo passaggio. Sugli sportelli antiaborto, invece, basterebbe seguire la Spagna, che giusto due mesi fa ha approvato una legge che qualifica come reato il tentativo di importunare o intimidire una donna che entra in una struttura sanitaria per abortire, con pene dai tre mesi a un anno. Non è più tempo di difesa dei diritti, ma di una loro controffensiva.

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