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    Transizione tradita: ecco i progetti green dell’Italia a rischio

    Credit: AGF

    L’Italia è fra i pochi Paesi europei ancora privi di una legge quadro sul Clima. E ci manca un Piano per centrare i target dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite

    Di Lara Tomasetta
    Pubblicato il 1 Dic. 2023 alle 07:00 Aggiornato il 14 Dic. 2023 alle 14:53

    In base alla normativa europea sul Clima, centrare l’obiettivo di ridurre entro il 2030 le emissioni di gas serra di almeno il 55% rispetto al 1990 è un obbligo giuridico. Gli Stati membri dell’Ue stanno lavorando a una nuova legislazione per raggiungere questo traguardo e rendere l’Unione climaticamente neutra entro il 2050, ma l’Italia è molto indietro: le ambiziose indicazioni provenienti da Bruxelles sono fin qui in gran parte disattese, e vi è un atteggiamento negativo da parte del nostro Governo rispetto alla politica climatica comune. 

    Ad esempio, entro il 2030 il nostro Paese dovrebbe installare circa 65 Gigawatt (Gw) di impianti solari ed eolici: significa una media di 9 Gw all’anno. Negli ultimi anni, però, siamo rimasti ben al di sotto dei 4. Il 2022 ha fatto registrare 3,4 Gw di nuovo installato e, addirittura, tra il 2013 e il 2021 siamo rimasti stabilmente sotto quota 2 Gw mentre la media europea cresceva del 10% all’anno. Per la fine del 2023 si profila un lieve aumento, potremmo superare i 5 Gw, ma siamo ancora lontani dall’obiettivo.

    Come vedremo nel corso di questo approfondimento, la transizione ecologica in Italia è frenata da fattori politici, da una pesante burocratizzazione e da potenti lobby che impediscono il vero salto green italiano.

    In questi giorni è in corso a Dubai la Cop28, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, in cui si farà un bilancio sugli Accordi di Parigi del 2015, con nuove proposte per ovviare ai diffusi ritardi e affrontare il contenimento della crisi. L’Italia, però, non ha un Piano di Accelerazione per il conseguimento degli “Sdgs”, ovvero i diciassette obiettivi fissati dall’Agenda 2030 dell’Onu, né è stato intrapreso alcun dibattito per sensibilizzare l’opinione pubblica. E siamo uno dei pochi Paesi europei a non essersi ancora dotato di una legge sul Clima.

    Il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, è lo strumento principe – sebbene non l’unico – che l’Italia ha in mano per rispondere all’esigenza di decarbonizzazione. Esso prevede investimenti per la riduzione dell’impatto ambientale delle attività produttive e per la promozione di energie rinnovabili. Tra le azioni programmate ci sono la riqualificazione energetica degli edifici pubblici e privati, l’elettrificazione dei trasporti, la promozione dell’agricoltura sostenibile, la lotta alla desertificazione. I fondi del Pnrr destinati alla missione “Transizione ecologica” ammontano a 59,46 miliardi di euro, ossia il 31% dell’importo totale del Piano. Ma qual è lo stato dei lavori? A che punto sono i progetti? 

    Mezzi in frenata
    Iniziamo con i progetti relativi alla mobilità sostenibile. Tra gli investimenti più importanti c’è quello per il rinnovo delle flotte bus e lo sviluppo dei treni green, per il quale sono stati destinati 3,6 miliardi di euro. Le risorse serviranno alle Amministrazioni Pubbliche per finanziare l’acquisto di autobus a basse emissioni, treni a propulsione elettrica e a idrogeno, carrozze ferroviarie sviluppate con materiali riciclabili e rivestite con pannelli fotovoltaici, veicoli elettrici, ibridi o alimentati a gas per i Vigili del Fuoco. Per questo investimento sono previsti ulteriori 600 milioni di euro finanziati dal Piano Complementare. 

    In particolare saranno acquistati entro il 2026 circa 3mila autobus dotati di funzionalità digitali (un terzo delle risorse sarà destinato alle principali città italiane), 50 nuovi treni e 100 carrozze a propulsione elettrica e a idrogeno, 3.600 mezzi anti-incendio elettrici e a biometano per il totale rinnovamento del parco mezzi dei Vigili del fuoco, e 200 veicoli ad alimentazione ibrida negli aeroporti. Inoltre, l’investimento prevede la realizzazione di 875 punti di ricarica.

    Stando al monitoraggio in tempo reale sul Pnrr effettuato dalla Fondazione Openpolis, ad oggi la percentuale di completamento dei vari progetti dovrebbe attestarsi al 44,7%. Siamo invece fermi al 20,7%. 

    Reti elettriche
    Proseguiamo il viaggio nei progetti green del Pnrr con l’investimento da 675 milioni di euro previsto per sostenere la realizzazione di impianti elettrici innovativi e off shore, in particolare eolici e fotovoltaici galleggianti, per almeno 100 Megawatt (comprensivi di sistemi di accumulo) più altri 100 Megwatt di impianti che integrano diverse tecnologie, insieme alle infrastrutture necessarie per la connessione alla rete e per la possibile elettrificazione di aree e infrastrutture locali, come le banchine dei porti.

    Ebbene, questo investimento ancora non è partito, e di certo non vedrà la luce all’interno del Pnrr, dal momento che è stato stralciato dal progetto di revisione del Piano presentato dal Governo lo scorso 27 luglio insieme al capitolo RePowerEu. 

    Economia circolare
    Uno dei pochi ambiti in cui l’Italia ha fatto qualche passo in avanti è la cosiddetta “Economia circolare: l’obiettivo, nello specifico, è potenziare la rete di raccolta differenziata e degli impianti di trattamento e riciclo dei materiali. 

    Vediamo alcuni dei progetti previsti. Il primo consiste nella realizzazione di misure innovative per il trattamento e il riciclo dei rifiuti provenienti da filiere strategiche, come le apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee, inclusi pannelli fotovoltaici e pale eoliche), l’industria della carta e del cartone, il tessile, le plastiche.

    Si prevede anche un sistema di monitoraggio – attraverso l’impiego di satelliti, droni e tecnologie di Intelligenza Artificiale – che consentirà di prevenire/reprimere gli scarichi illegali. Il progetto, per cui sono stati stanziati 6 miliardi di euro, è da completare entro il giugno 2026 e i due step previsti entro dicembre 2025 – si legge sul portale governativo Italia Domani, che monitora lo stato di avanzamento dei lavori – sono «da avviare». 

    Un secondo progetto nell’ambito dell’Economia circolare prevede la realizzazione di nuovi impianti di gestione rifiuti e ammodernamento di impianti esistenti, per un valore di 1,5 miliardi di euro, anche questo da completare entro il giugno 2026. Secondo Italia Domani, tale progetto risulta «in corso». «In corso» è anche l’entrata in vigore dell’obbligo di raccolta differenziata dei rifiuti organici, anch’essa da completare entro dicembre 2023.

    L’ultimo progetto che segnaliamo, e tra i più corposi in ambito di Economia circolare, è quello del Parco agrisolare: stanziamento di 1,5 miliardi di euro. Si tratta di ridurre gli alti consumi energetici del settore agroalimentare riqualificando le strutture produttive e utilizzando i tetti degli edifici per installare milioni di pannelli fotovoltaici, con una potenza installata pari ad almeno 375mila Kilowatt entro il 2026. In base alla tabella di marcia, per la fine di quest’anno lo step “individuazione dei progetti” dovrebbe essere completato: mancano poche settimane e questa fase risulta ancora «in corso». Da monitorare quindi. 

    Efficientamento edifici
    Chiudiamo questa panoramica del Pnrr green con gli incentivi per l’efficienza energetica degli edifici. In Italia gli immobili della Pubblica Amministrazione sono oltre 13.000 e consumano ogni anno 4,3 Terawattora di energia per una spesa complessiva di 644 milioni di euro (dati Enea). Il 20% degli edifici degli enti locali, inoltre, può considerarsi energivoro anche per motivi legati a una cattiva gestione/manutenzione e a un mancato ammodernamento.

    Il Pnrr prevede una specifica linea di intervento per l’efficientamento degli edifici pubblici, con focus su edilizia scolastica ed edifici giudiziari: obiettivo dei finanziamenti è quello di implementare e sviluppare reti e sistemi di teleriscaldamento. 

    L’investimento più consistente riguarda il progetto “Detrazioni fiscali delle spese per la ristrutturazione energetica degli edifici”: in tutto quasi 14 miliardi di euro. Non è un mistero che l’attuale Governo voglia arrivare al più presto alla fine di queste misure fiscali.

    I dati Enea aggiornati al 31 ottobre 2023 hanno registrato oltre 92 miliardi di euro di investimenti ammessi a detrazione: troppi, secondo il ministro dell’Economia e delle Finanza Giancarlo Giorgetti, che, proprio per questo, ha sempre parlato del Superbonus come di una «colpa» o di un «disastro economico».

    Il 31 dicembre 2023 si concluderà il Superbonus 90/110 per le unifamiliari, mentre per i condomini e gli edifici da 2 a 4 unità immobiliari e unico proprietario le spese sostenute nel 2024 potranno essere portate in detrazione al 70%, per poi diminuire al 65% nel 2025.

    Miopia
    «L’Italia, oltre che una certa lentezza rispetto ad altri Paesi, mostra un’ambiguità e uno strabismo nelle politiche di transizione energetica», osserva Michele Governatori, responsabile del programma energia del think tank Ecco e docente universitario di Economia applicata.

    Il nostro Paese «continua a prendere decisioni pubbliche di investimento in infrastrutture fossili in modo incoerente con gli obiettivi di decarbonizzazione. C’è da augurarsi che il “piano Mattei” che Meloni presenterà a gennaio non includa investimenti nel gas africano anziché in settori coerenti con gli obiettivi climatici nostri e dei nostri partner. In alcuni casi la politica si dimostra miope rispetto agli stessi individui, che hanno dimostrato, reagendo all’aumento dei prezzi, che ridurre massicciamente e in fretta i consumi di gas si può».  

    «Infrastrutture gas ridondanti – prosegue Governatori – significheranno inevitabilmente danni economici per consumatori e contribuenti, in un Paese che già oggi sussidia di più le fonti fossili rispetto alle rinnovabili, secondo i dati del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, tratti dal “Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli”».

    «Da notare – conclude il responsabile di Ecco – che gli investimenti recenti nella filiera gas in Italia sono tipicamente garantiti da forme di supporto pubblico, mentre gli investitori privati evidentemente vedono uno scenario diverso. I due rigassificatori di Piombino e Ravenna sono un esempio: costati mezzo miliardo l’uno, decisi dal Governo sull’onda dell’emergenza-prezzi e destinati a essere pagati con le tariffe dell’energia o, peggio, con le tasse. Investireste i vostri soldi sulle infrastrutture di un settore in chiaro declino? Beh, lo Stato lo fa, e sono, appunto, soldi nostri, così come è nostro l’interesse a contribuire al successo delle politiche per il clima».

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