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    Che fine faranno le fonti energetiche rinnovabili con la crisi di Hormuz?

    Credit: AGF

    La guerra all’Iran, il blocco nello Stretto nel Golfo persico e il rialzo dei prezzi spingono governi e imprese a garantirsi nuove forniture di greggio e di gas. Così la transizione ecologica rischia di fermarsi. Ma la trasformazione ormai è già in corso

    Di Lara Tomasetta
    Pubblicato il 22 Mag. 2026 alle 17:21

    Quando scoppia una crisi energetica, la prima reazione è quasi sempre cercare più petrolio e più gas. Se i prezzi salgono e le forniture diventano incerte, governi e imprese pensano prima di tutto a evitare blackout, razionamenti e bollette ancora più care. In questi passaggi, la transizione ecologica rischia di passare in secondo piano, schiacciata dall’urgenza di garantire forniture e contenere i prezzi.
    La domanda, però, è proprio questa: la crisi ci riporterà verso i combustibili fossili o ci spingerà ad accelerare sulle rinnovabili? La risposta più realistica è: tutte e due le cose. Nel breve periodo ci sarà più pressione per comprare petrolio e gas. A medio termine, però, la stessa crisi può rendere più chiaro un punto: dipendere da energia importata, che passa da rotte fragili e da aree di guerra, non significa essere al sicuro.

    Risorse centrali
    Il tema è stato discusso anche dal Financial Times in un episodio di aprile 2026 del podcast “The Economics Show with Soumaya Keynes”. L’ospite era Daniel Yergin, storico dell’energia e vicepresidente di S&P Global. Il punto di partenza era semplice: fino a poco tempo prima il mercato del petrolio sembrava abbastanza calmo; poi la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riportato paura e instabilità. Da lì nasce la domanda: la sicurezza energetica fermerà la transizione verde? Oppure la renderà ancora più urgente?
    Per capirlo bisogna partire dai fossili. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), nel suo “2026 Energy Crisis Policy Response Tracker”, la crisi in Medio Oriente ha creato una forte tensione sui mercati globali dei combustibili. L’offerta si è ridotta, i prezzi sono saliti e i consumatori sono tornati sotto pressione. La stessa Aie ha parlato del più grande rilascio di scorte petrolifere d’emergenza mai effettuato. In pratica: quando il sistema entra in crisi, si va a pescare nelle riserve.
    Questo spiega perché petrolio e gas tornano subito centrali. Sono ancora la base di molti trasporti, industrie e sistemi energetici. Se il barile aumenta, aumentano anche i costi per famiglie e imprese. Se il gas scarseggia, salgono le bollette. Per un governo, quindi, la tentazione è forte: comprare più forniture, fare nuovi accordi, riempire gli stoccaggi, tagliare temporaneamente alcune tasse sui carburanti. Sono risposte rapide. E in parte sono inevitabili.
    Il problema è quando una risposta temporanea diventa una scelta di lungo periodo. Un conto è usare le scorte o aiutare chi è più colpito dalla crisi. Un altro è costruire nuove infrastrutture fossili destinate a durare decenni. Il rischio è restare bloccati in un sistema che nasce per risolvere un’emergenza, ma poi continua a produrre dipendenza.

    Collo di bottiglia
    La crisi dello Stretto di Hormuz lo mostra bene. Come ricorda un’analisi pubblicata da New Security Beat, il blog dello Stimson Center, un centro studi statunitense specializzato in sicurezza internazionale, prima della guerra all’Iran da quello stretto passavano normalmente circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, circa un quinto del greggio commerciato a livello mondiale. Basta questo dato per capire il problema. Una parte enorme dell’energia globale dipende da un passaggio marittimo esposto a guerre, tensioni militari, droni, mine e assicurazioni più costose.
    Quando una rotta così importante diventa incerta, non aumenta solo il prezzo della benzina. Si muove tutto: trasporti, commercio, cibo, fertilizzanti, inflazione. Sempre New Security Beat cita il caso delle Filippine, che dipendono dal Golfo Persico per la grande maggioranza delle importazioni di petrolio. Per Paesi di questo tipo, una crisi energetica non è solo una questione ambientale. È un problema economico e sociale.
    Ecco perché le rinnovabili non vanno viste solo come una politica per il clima. Sono anche una politica di sicurezza. Un pannello solare o una pala eolica producono energia sul territorio. Non hanno bisogno ogni giorno di una nave carica di combustibile. Non eliminano tutti i problemi, perché servono reti, batterie e materiali. Però riducono una dipendenza continua da petrolio e gas importati.

    Dati incoraggianti
    Questo non significa che la transizione sia semplice. Non lo è. Ma i dati mostrano che è già in corso. Nel “Global Energy Review 2026”, l’Agenzia internazionale dell’energia scrive che nel 2025 la domanda energetica globale è cresciuta dell’1,3 per cento. La domanda di elettricità, invece, è aumentata di circa il 3 per cento. In altre parole, il mondo consuma sempre più elettricità. E una parte crescente di questa corrente arriva da fonti pulite.
    Sempre secondo l’Aie, nel 2025 il fotovoltaico è stato la principale fonte di crescita dell’offerta energetica globale. Le fonti a basse emissioni, quindi solare, eolico, nucleare, idroelettrico e altre rinnovabili, hanno coperto quasi il 60 per cento dell’aumento della domanda di energia. Le nuove installazioni rinnovabili hanno raggiunto 800 gigawatt, soprattutto grazie al solare. Anche le batterie sono cresciute molto. Questo vuol dire che, mentre la politica discute di gas e petrolio, il sistema energetico sta già cambiando.

    La situazione in Europa
    L’Europa è un esempio vicino a noi. Nel rapporto “European Electricity Review 2026”, pubblicato da Ember a gennaio, si legge che nel 2025 eolico e solare hanno prodotto per la prima volta più elettricità dei combustibili fossili nell’Unione europea. Insieme sono arrivati al 30 per cento dell’elettricità dell’Ue. Il solare ha raggiunto 369 terawattora, il 20 per cento in più rispetto all’anno precedente. In 14 Paesi su 27, eolico e solare hanno superato i fossili.
    Questo non vuol dire che l’Europa sia al riparo da ogni crisi. Il gas pesa ancora, soprattutto nei prezzi dell’elettricità. Però vuol dire che una parte sempre più grande della corrente che usiamo non dipende da una nave di gas liquefatto o da un gasdotto. Ogni impianto rinnovabile collegato alla rete riduce un pezzo di vulnerabilità.
    Il punto, però, è che non basta installare pannelli e turbine. Serve anche tutto il resto. Servono reti più forti, perché l’elettricità deve arrivare dove viene consumata. Servono batterie, perché il sole non c’è di notte e il vento non soffia sempre. Servono autorizzazioni più rapide, perché molti progetti restano bloccati per anni. E serve efficienza: case meno energivore, pompe di calore, trasporti pubblici migliori, consumi più intelligenti.
    L’Aie, nel rapporto “Electricity 2026″, prevede che la domanda mondiale di elettricità crescerà in media del 3,6 per cento l’anno tra il 2026 e il 2030. A spingerla saranno l’industria, le auto elettriche, i condizionatori e i data center. Negli Stati Uniti, secondo la stessa Agenzia, circa metà della nuova domanda elettrica attesa sarà legata proprio ai data center. Questo è un punto delicato. Se questa nuova domanda sarà coperta con gas e carbone, la transizione rallenterà. Se sarà coperta con rinnovabili, batterie e reti migliori, potrà accelerare.

    Problemi di sicurezza
    Anche Irena, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, insiste sul fatto che le rinnovabili sono ormai una questione di sicurezza. In una nota di aprile 2026, il direttore generale Francesco La Camera le definisce una priorità per la sicurezza nazionale. Irena ricorda anche che oltre l’85 per cento delle nuove rinnovabili è oggi più economico delle alternative fossili. Dal 2010, i costi del solare sono scesi dell’87 per cento, quelli dell’eolico onshore del 55 per cento e quelli delle batterie del 93 per cento. Sono numeri importanti, ma il messaggio è semplice: le rinnovabili non sono più solo una scelta ambientalista. Sono sempre più spesso la scelta meno cara. E, in un mondo instabile, possono essere anche la scelta meno rischiosa.
    Resta però una questione vera. La transizione crea nuove dipendenze. Il Financial Times, parlando con Daniel Yergin, lo mette bene in evidenza: se smettiamo di dipendere da petrolio e gas, ma poi dipendiamo da litio, rame, nichel, terre rare, batterie e pannelli prodotti quasi tutti in pochi Paesi, siamo davvero più sicuri?
    La risposta è: possiamo esserlo, ma non automaticamente. Servono politiche industriali serie. L’Aie, nello “State of Energy Policy 2026”, segnala che per molti componenti delle tecnologie pulite il principale fornitore controlla oltre il 70 per cento della produzione mondiale. Nel 2025, 11 dei 20 minerali critici più importanti per l’energia sono stati sottoposti almeno una volta a controlli sulle esportazioni. Questo significa che la sicurezza energetica del futuro non riguarderà solo pozzi e gasdotti. Riguarderà anche miniere, fabbriche, riciclo, reti elettriche e componenti.
    Ma la nuova dipendenza non è uguale alla vecchia. Petrolio e gas devono essere comprati e bruciati ogni giorno. Se il flusso si blocca, il colpo arriva subito: benzina, bollette, trasporti, prezzi dei prodotti. I minerali critici servono soprattutto per costruire impianti e batterie. Se una fornitura si blocca, può rallentare nuovi progetti, ma non spegne un parco solare già installato. È una differenza importante. Le rinnovabili non cancellano la geopolitica, ma cambiano il tipo di rischio.
    Quindi, che cosa succederà? La crisi riaccenderà la sete di fossili, sì. La vedremo nei nuovi contratti per il gas, nelle scorte petrolifere, nelle pressioni delle compagnie dell’energia, nella tentazione di rinviare alcune scelte difficili. Ma questa non è tutta la storia. La stessa crisi mostra anche perché i fossili non garantiscono vera sicurezza. Sono ancora necessari in molti settori, ma restano esposti a prezzi globali, guerre, rotte fragili e decisioni prese lontano da noi.
    Le rinnovabili, invece, escono da questa crisi con un compito più grande. Devono crescere, ma devono crescere meglio. Non basta dire “più solare” o “più eolico”. Bisogna collegare gli impianti, rafforzare le reti, accumulare energia, rendere le case più efficienti e costruire filiere più solide in Europa. La transizione non è solo mettere pannelli sui tetti. È cambiare il modo in cui produciamo, trasportiamo e consumiamo energia.

    Mix energetico
    Per l’Italia il discorso è molto concreto. Ogni volta che il gas torna a pesare sul prezzo dell’elettricità, una crisi lontana arriva nelle nostre bollette. Ogni volta che un impianto rinnovabile resta fermo per burocrazia o per mancanza di connessione alla rete, restiamo più dipendenti da combustibili che non controlliamo. La sicurezza energetica non si misura più solo negli stoccaggi di gas. Si misura anche nella capacità di produrre energia pulita, usarla bene e conservarla quando serve.
    Nei prossimi anni vedremo probabilmente un mix di scelte contraddittorie. Ci saranno più contratti per il gnl e più batterie. Più scorte petrolifere e più pannelli solari. Più discorsi sulla sicurezza nazionale e più investimenti nelle reti. La domanda vera è quale direzione prevarrà. Se prevarrà la paura, la crisi diventerà un alibi per tornare indietro. Se prevarrà la strategia, diventerà un motivo in più per accelerare.
    Alla fine, la crisi non decide da sola il destino della transizione ecologica. Lo decidono le scelte politiche. I fossili possono comprare tempo, ma non eliminano la vulnerabilità. Le rinnovabili non risolvono tutto, ma riducono una dipendenza che oggi appare sempre più costosa. Un sistema energetico sicuro non è quello che trova sempre un nuovo barile da comprare. È quello che ha sempre meno bisogno di comprarlo.

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