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    Rimarremo davvero senza cioccolato entro il 2050?

    Le piantagioni di cacao situate nei paesi che producono i maggiori quantitativi del prezioso seme rischiano di scomparire a causa del cambiamento climatico

    Di Lara Tomasetta
    Pubblicato il 5 Gen. 2018 alle 16:31 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:58

    Il cioccolato potrebbe scomparire nel giro di 30 anni.

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    Questo è il nuovo allarme lanciato dall’Amministrazione Nazionale Oceanica ed Atmosferica (NOAA) – agenzia federale statunitense che si interessa di meteorologia – che ha diffuso un rapporto nel quale viene evidenziata la progressiva estinzione delle piantagioni di cacao.

    A causa del riscaldamento globale, entro il 2050, potrebbero non esserci più aree adatte alla coltivazione della preziosa pianta.

    La possibile estinzione del cacao, e dunque del cioccolato, è un allarme che viene lanciato con una certa periodicità.

    Nel 2013, ad esempio, gli esperti del settore, incontratisi alla British Library di Londra, davano il 2 ottobre 2020 come data certa per la completa estinzione del cioccolato.

    Se il 2020 sembra essere troppo vicino per poter confermare le previsioni degli esperti di settore, va detto che la problematica della scarsità delle aree per la coltivazione delle piante di cacao non è da sottovalutare.

    Gli evidenti e repentini cambiamenti climatici che stanno interessando il nostro pianeta incrementano, di anno in anno, la portata del problema.

    L’ambiente ideale per le piante di cacao prevede temperature regolari e uniformi, molta umidità, suolo ricco di azoto e protetto dal vento. Queste condizioni si realizzano pienamente a 20 gradi a nord o a sud dell’equatore.

    Nonostante ciò, oggi il cioccolato viene coltivato in tutto il mondo, in genere entro i 10 gradi a nord o a sud dell’equatore.

    I principali produttori mondiali sono la Costa d’Avorio, il Ghana e l’Indonesia.

    Costa d’Avorio e Ghana producono insieme oltre la metà del cioccolato venduto nel mondo.

    Secondo lo studio diffuso dall’amministrazione Nazionale Oceanica ed Atmosferica, proprio questi paesi che contribuiscono in modo evidente alla produzione, saranno interessati da un aumento delle temperature pari circa a 2.1 gradi centigradi entro il 2050.

    Tale condizione porterà a una marcata riduzione delle aree coltivabili che, secondo le previsioni, si attesterà sull’89,5 per cento.

    Ma non sarà il caldo a danneggiare la produzione del cacao.

    Ciò che interessa è la quantità di umidità di queste aree. In Malesia, ad esempio, le zone per le coltivazioni sopportano già un clima più caldo rispetto all’Africa occidentale, senza mostrare effetti negativi.

    In termini tecnici si parla di evapotraspirazione, che consiste nella quantità d’acqua (riferita all’unità di tempo) che dal terreno passa nell’aria allo stato di vapore per effetto congiunto della traspirazione, attraverso le piante, e dell’evaporazione, direttamente dal terreno.

    In parole semplici, l’aumento di temperature che nei prossimi anni interesserà Ghana e Costa d’Avorio non sarà accompagnato da un aumento delle precipitazioni in grado di compensare la secchezza delle terre prosciugate dal caldo, e questo rappresenterà un’enorme sfida per i coltivatori.

    Come cambieranno le coltivazioni?

    I cambiamenti climatici indurranno gli agricoltori a spostare i terreni coltivabili dai 100-250 metri sul livello del mare ai 450-500.

    In questa illustrazione vengono mostrate le aree più adatta alla coltivazione oggi e nel 2050 in Ghana e Costa d’Avorio.

    Se si considera il Ghana, va detto che qui sarebbe possibile continuare a produrre cacao, ripiantando gli alberi su terreni più selvaggi e meno colpiti dai cambiamenti. Tuttavia, parliamo di zone generalmente protette dal punto di vista ambientale, ciò significa che il paese dovrebbe scegliere tra preservare il suo habitat naturale o produrre cioccolato.

    Distruggere questi spazi protetti comporta conseguenze drammatiche per la flora e la fauna locali, ma la produzione di cioccolato resta vitale per l’economia del paese: questo il fulcro del problema.

    Nonostante ciò va detto che le previsioni contenute nel rapporto dell’Amministrazione Nazionale Oceanica ed Atmosferica dovrebbero fornire abbastanza tempo per far sì che aziende e agricoltori possano adattarsi alle nuove sfide climatiche.

    Parte del problema, secondo Doug Hawkins, agronomo della società di ricerca londinese Hardman Agribusiness, è che i metodi di coltivazione del cacao non sono cambiati da centinaia di anni.

    “A differenza di altre colture arboree che hanno beneficiato dello sviluppo di moderne cultivar ad alto rendimento e tecniche di gestione delle colture per realizzare il loro potenziale genetico, oltre il 90 per cento del raccolto globale di cacao è prodotto da piccoli agricoltori in fattorie di sussistenza con materiale vegetale non migliorato”,  ha dettoDoug Hawkins.

    Oltre alla scarsa reperibilità del prodotto, ciò che preoccupa è anche la crescente domanda da parte di paesi che fino a qualche anno fa non mostravano tutto questo interesse nei confronti del cacao.

    I cinesi stanno comprando sempre più cioccolato ogni anno, eppure consumano a testa soltanto il 5 per cento di quanto ne mangiano in media gli abitanti dell’Europa occidentale.

    Alcuni scienziati dell’Università della California hanno però iniziato una collaborazione con Mars – una tra le maggiori sul mercato – al fine di salvare il raccolto prima che sia davvero troppo tardi.

    L’unico modo per evitare il problema, a loro avviso, è sfruttare l’ormai famosa tecnologia CRISPR in maniera da poter modificare i geni e rendere le piante facilmente adattabili anche a climi differenti da quello attuale.

    La tecnologia CRISPR consente di modificare il Dna delle piante rendendo le colture anche meno costose. Mars ha stanziato 1 miliardo di dollari a titolo di “sostenibilità di una generazione”, che mira anche a ridurre il carbonio del 60 percento entro il 2050.

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