Me

Felice Gimondi oltre il ciclismo: appunti per un’idea di umanità

Ha sfidato le pianure e i pendii con un coraggio fuori dal comune. Quando è finito il campione è rimasto l'uomo

Di roberto bertoni
Pubblicato il 17 Ago. 2019 alle 08:51 Aggiornato il 22 Ago. 2019 alle 11:32
Immagine di copertina

Morto Felice Gimondi, ma resta la sua idea di umanità

Di Felice Gimondi, della sua umanità e del suo sorriso conserveremo sempre un ricordo indelebile. Ci ha detto addio all’età di settantasei anni: gli è stato fatale un infarto mentre si trovava in vacanza a Giardini-Naxos e a nulla sono valsi i tentativi disperati di rianimarlo messi in atto dagli altri villeggianti e dai medici del 118.

Tre Giri d’Italia, un Tour de France e una Vuelta di Spagna fra i suoi trofei principali, oltre alla mitica Milano-Sanremo che vinse nel ’74 alla maniera dei campioni antichi. Peccato che si sia dovuto spesso arrendere al cospetto della classe immensa del cannibale belga Eddy Merckx perché non c’è dubbio che sia stato il primo, dopo tanti anni, a rinverdire il ricordo ormai sbiadito di Coppi e Bartali.

Un fuoriclasse senza dualismo: questo è stato il ciclista bergamasco, privo, almeno in patria, di quel dualismo di cui avevano beneficiato Binda e Guerra al tempo dei pionieri e Coppi e Bartali nella generazione successiva.

Il suo più accanito rivale, come detto, lo trovò in ambito europeo, scontrandosi spesso con un mostro contro il quale non c’era nulla da fare ma di fronte al quale non si tirò mai indietro, ottenendo successi di tutto rispetto e presentandosi al mondo come la veste mite del fenomeno, contrapposta a quella “disumana” del suo eterno avversario.

Diciamo che se Coppi e Battali hanno preso per mano l’Italia agricola che dovette fare i conti prima con il fascismo e poi con la guerra, Gimondi ci ha accompagnato nei decenni felici della ricostruzione e del benessere, attraversando strade meno dissestate di quelle che resero immortali il toscano e il piemontese e non venendo mai celebrato a dovere, forse proprio perché gli mancò l’epica dell’impresa che si intreccia con le vicende politiche, come accadde ad esempio a Bartali nel giorno in cui spararono a Togliatti.

Circondato dagli affetti, dalla bellezza e da una meraviglia che aveva sempre inseguito con la semplicità dei modi e una genuinità fuori dal comune, Gimondi se ne è andato in punta di piedi, con la stessa normalità con cui aveva sempre vissuto il proprio mito, trasmettendoci un senso di calma e pacatezza di cui oggi si avverte, più che mai, il bisogno.

Ha sfidato le pianure e i pendii con un coraggio fuori dal comune. È finito il campione ed è rimasto l’uomo. Oggi non c’è più e avvertiamo tutti un certo senso di fragilità.

> Addio a Felice Gimondi, il più grande bergamasco dopo Giovanni XXIII