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Witsel: “La Cina? Ospedali cinesi da incubo, ecco perché ho rinunciato a 18 milioni l’anno”

Di Anton Filippo Ferrari
Pubblicato il 22 Ago. 2019 alle 16:10 Aggiornato il 22 Ago. 2019 alle 16:11
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Ospedali da incubo: addio Cina. Il centrocampista belga Axel Witsel, in passato molto vicino a vestire la maglia dalla Juventus, ha rivelato il motivo per cui ha deciso di lasciare il Tianjin Quanjian, club di calcio cinese dove guadagnava una cifra astronomica (18 milioni a stagione), per fare ritorno in Europa.

Tutta colpa di uno spavento. Witsel in un’intervista rilasciata in Germania a Dazn ha raccontato: “Mia figlia aveva una dolorisissima malattia all’intestino. Negli ospedali internazionali presenti in città non avevano gli apparecchi per curarla. Dovevo quindi decidere se portarla in un ospedale cinese oppure se andare fino a Pechino che però era a 2 ore di macchina”, le sue parole.

“La situazione era delicata – ha proseguito -: avevamo poco tempo a disposizione perché la malattia poteva diventare pericolosa. Siamo quindi andati in uno degli ospedali cinesi, ma la situazione era surreale: abbiamo preso un numeretto all’entrata e abbiamo aspettato, come se fossimo in fila al supermercato. Abbiamo aspettato circa 3 ore. Dopo quell’esperienza ho detto a mia moglie che finiti i Mondiali del 2018 saremmo tornati in Europa. I soldi sono importanti, ma non danno la felicità”.

Cina in cui andò dopo l’affare sfumato con la Juventus: “Nel 2016 avevo il contratto in scadenza con lo Zenit e volevo trasferirmi a Torino. Avevo superato le visite mediche, mancava solo la firma sul contratto – ha raccontato Witsel -. Aspettai tutto il giorno nella sede della Juve ma, a un certo punto, lo Zenit mi disse di rientrare in Russia”.

“Un anno fa, quando decisi di rientrare dalla Cina, avevo diverse offerte, potevo andare a Parigi o a Manchester, ma avrei dovuto aspettare. Per il Dortmund invece ero la prima scelta. Col senno del poi ho fatto bene a venire qui”. Anche perché in Germania gli ospedali sono migliori. Almeno secondo Witsel.

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