Me

La guerra in Yemen e il caso della petroliera Safer bloccata nel Mar Rosso: un punto sulla situazione

Nel Mar Rosso una petroliera yemenita abbandonata rischia di provocare una catastrofe ambientale. Massimiliano Fanni Canelles ricostruisce il contesto intorno al caso

Di Massimiliano Fanni Canelles
Pubblicato il 26 Lug. 2019 alle 11:13 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 03:09
Immagine di copertina
Credit: MOHAMMED HUWAIS / AFP

Guerra in Yemen petroliera Safer

È dal 2004 che gli sciiti houthi, sostenuti dall’Iran, sono in conflitto in Yemen contro il governo sunnita, sostenuto dall’Arabia Saudita. Inizialmente le azioni di ribellione avevano lo scopo di difendere lo zaidismo, una corrente dello sciismo, dalle ingerenze jihadiste sunnite. Ma la svolta avvenne quando – sull’onda delle “primavere arabe” – il presidente Ali Abdullah Saleh fu costretto a dimettersi nel 2012.

Lo sostituì il generale Abdarabbuh Mansour Hadi, eletto con il 99,8 per cento dei voti, appoggiato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo, ma incapace di fermare i contrasti all’interno delle fazioni del popolo yemenita.  Nel gennaio del 2015 gli houthi occuparono il palazzo presidenziale e proclamarono al potere il Consiglio Rivoluzionario sciita.

Il governo Hadi fu costretto all’esilio nella città di Aden, che da allora è sede dell’unico governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Dal 2015 – periodo in cui la coalizione guidata dall’Arabia Saudita è intervenuta militarmente – lo Yemen, come la Siria, è diventato un nuovo teatro di guerra dove sciiti e sunniti combattono la loro guerra millenaria.

Lo Yemen, posto all’estremità meridionale della penisola araba, è stato uno dei più antichi centri di civilizzazione, oggi è tra i paesi più poveri del mondo, con condizioni di sottosviluppo diffuso e dipendenza pressoché totale da aiuti esterni.

La guerra ha provocato una delle peggiori crisi umanitarie conosciute nel mondo moderno, dove Sauditi e Emirati Arabi hanno sperimentato per la prima volta, senza aiuti occidentali diretti, le loro forze militari. In particolar modo gli Emirati hanno rappresentato il principale argine all’avanzata via terra dei ribelli houthi. Mentre i Sauditi hanno agito con le loro nuove forze aeree addestrate e finanziate dagli Stati Uniti.

Gli equilibri oggi in campo stanno però progressivamente cambiando e l’Arabia Saudita sembra essere sempre più sola ed isolata nella sua guerra “santa”.

Ad aprile scorso il Congresso statunitense, in disaccordo con il presidente Trump, ha chiesto la fine dell’appoggio militare americano alla guerra saudita in Yemen. In queste settimane gli Emirati stanno uscendo di scena a causa di una guerra ormai diventata difficilmente sostenibile, sia economicamente che mediaticamente. Unico fedele alleato saudita sembra rimanere Trump che decise di ritirarsi dall’accordo sul nucleare iraniano a causa delle pressioni dell’Arabia Saudita e che, se fosse necessario, per difendere gli interessi sauditi e sunniti e ostacolare l’Iran sciita potrebbe spingere, come in effetti sta già facendo, verso un’azione militare contro l’Iran allargando “di fatto” il conflitto religioso a tutto il medio Oriente.

In Yemen nel frattempo, senza più una guida, le milizie sunnite di terra hanno cominciato a darsi battaglia fra loro perdendo il coordinamento per contrastare le milizie sciite houthi che, appoggiate dall’Iran, controllano la capitale Sana’a e una buona parte del territorio yemenita. In questi territori gli houthi hanno messo in piedi un sistema di tassazione parallelo, il dieci per cento degli acquisti, persino sulle ricariche telefoniche.

Soldi che finanziano le milizie sciite in Yemen ma anche gli Hezbollah, le milizie sciite libanesi filo iraniane attive al confine Siriano e Israeliano. La guerra “per procura in Yemen” fra Arabia Saudita e Iran negli ultimi 3 anni e mezzo ha causato 10mila morti civili fra le persone adulte. Più di 12 milioni di persone sono costrette alla fame, 24 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria.  Save the Children ha stimato che 85mila i bambini sono morti tra aprile 2015 e ottobre del 2018.

L’accordo di pace di Stoccolma nel 2018 ha permesso di abbassare del 20 per cento le morti correlate al conflitto ma il dramma rimane enorme come la gravissima epidemia di colera scoppiata nel 2016 che non accenna ad arrestarsi.

Colera in Yemen, MSF: “In 3 mesi da 140 a 2mila casi sospetti a settimana”

A tutto questo disastro umanitario si aggiunge anche il rischio di una catastrofe ambientale. La petroliera Safer, ancorata nel Mar Rosso dal 2015, bloccata a causa della guerra in corso, contiene ancora 1,14 milioni di barili di greggio. La lunga permanenza in mare, l’umidità e la corrosione, la mancanza di manutenzione potrebbero aver reso lo scafo fatiscente.

Secondo gli esperti lo sversamento del petrolio contenuto nella petroliera potrebbe causare un disastro ambientale 4 volte peggiore di quello della Exxon Valdez, considerato il più grave incidente ambientale provocato da una petroliera. Come se non bastasse i gas nei serbatoi di stoccaggio potrebbero portare all’esplosione del vascello provocando una delle peggiori catastrofi dell’umanità.

La guerra in Yemen, a differenza di quella siriana, è stata prevalentemente ignorata, ma fa parte del secolare gioco di potere politico e religioso intrinseco all’Islam. A differenza del passato, nell’era moderna, grazie alla connivenza occidentale interessata alle risorse energetiche e militari, tutti noi abbiamo permesso che venisse distrutto l’ambiente, l’arte e la popolazione più debole del Medio Oriente in assoluta impunità.

Trump pone il veto sul blocco dell’export di armi all’Arabia Saudita: “Indebolisce la competitività degli Usa”