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Cos’è il “Workhaolism”, la tendenza tra i Millennials sempre più dipendenti dal lavoro

I sintomi, i motivi e i consigli di un'esperta

Di Rossella Melchionna
Pubblicato il 15 Mar. 2019 alle 19:31 Aggiornato il 16 Mar. 2019 alle 22:07
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La compulsione o l’incontrollabile necessità di lavorare incessantemente: è il “Workhaolism”, la tendenza dai risvolti negativi tra i Millennials. Sempre più giovani, secondo quanto emerso da recenti studi, dedicano molto tempo al lavoro diminuendo drasticamente le ore di svago. Il 66 per cento dei nativi digitali – lo dice una ricerca pubblicata su Forbes – ammette di essere “workhaolic”, cioè totalmente dipendente dalla propria professione. Un termine che fu coniato nel 1971 dallo psicologo Wayne Oates il quale aveva anticipato, di qualche decennio, un’abitudine dannosa per la salute.

Gli altri numeri emersi, poi, non sono incoraggianti: il 63 per cento dei Millennials sostiene di lavorare anche in malattia, il 32 per cento di essere produttivo anche in bagno, mentre il 70 di essere attivo persino nel weekend. Peggio ancora i dati raccolti dal Washington Examiner: il 39 per cento dei giovani è disposto a lavorare durante le vacanze. Ma quali sono i fattori che spingono a questa “dipendenza”? L’onnipresenza della tecnologia nella vita quotidiana e la costante connessione ai social network hanno senza dubbio influenzato la vita dei ragazzi di oggi.

“Nei geni dei giovani digitali è insita l’attitudine all’utilizzo di ogni apparato tecnologico che permetta una connessione al mondo, senza bisogno di spostarsi dal proprio ufficio e dalla propria casa. Ciò comporta un cambiamento della percezione del tempo e uno stato di trance che li fa diventare incoscienti”, ha sostenuto Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia.

“La tecnologia li segue ormai ovunque, mentre sono in bagno, mentre si vestono, mentre mangiano e addirittura quando sono malati. I Millennials si trovano immersi in un ciclo continuo di stimoli, costretti a lavorare un numero di ore dilatato rispetto a quello che sarebbe in un mondo senza tecnologia. E con l’aumento delle ore di lavoro si annullano inequivocabilmente gli spazi per la vita privata. Per questo ricordarsi che la qualità della propria vita è insostituibile diventa una raccomandazione fondamentale per evitare conseguenze spiacevoli sul fisico e sulla psiche”, ha spiegato Osnaghi.

Ma com’è possibile riconoscere i sintomi del “Workhaolism”? Depressione, ansia, insonnia e aumento di peso, per iniziare. Amy Morin, psicoterapeuta, ha sottolineato come il 42 per cento dei giovani che lavora più di nove ore al giorno – e resta attaccato allo schermo del pc – abbia riscontri negativi sulla propria salute mentale, andando a peggiorare le relazioni sociali con amici, parenti e il proprio partner.

Ciò che spinge i Millennials a essere dipendenti dal lavoro, comunque, è la pressione del capo. “Ma anche la paura di non riuscire a fare carriera, il forte desiderio di avere successo dal punto di vista professionale e quindi lavorare sodo per sfondare”, ha aggiunto Marina Osnaghi.

Per l’esperta, dunque, per superare il “Workhaolism” è necessario tra le varie possibilità: perseguire un equilibrio consapevole fra i vari aspetti della vita; stilare un elenco delle attività extra-lavorative preferite a cui dedicare più tempo; ricordarsi di vivere anche per se stessi.