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Il premier Conte: “Non voglio essere il primo presidente che porta l’Italia in procedura di infrazione”

Di Marta Facchini
Pubblicato il 6 Giu. 2019 alle 08:41 Aggiornato il 6 Giu. 2019 alle 12:50
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Credit: Ansa

procedura infrazione intervista conte – Giuseppe Conte non vuole essere il primo presidente del Consiglio che manda l’Italia in procedura d’infrazione.

Intervistato da Tommasi Ciriaco di Repubblica, inviato ad Hanoi dove il premier ha incontrato il primo ministro del Vietnam, l’avvocato riflette sugli ultimi giorni del governo giallo-verde. E c’è molto di cui parlare: la minaccia di dimissioni, un possibile rimpasto di governo, il rapporto con l’Unione Europea e la procedura di infrazione, che è “un disastro” da evitare a ogni costo.

Nella conferenza stampa tenuta lunedì 3 giugno, l’avvocato l’aveva sottolineato: se  i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini non la smettono con le discussioni, sarà crisi anche se “la più trasparente della storia”.

“Sono fiducioso. Ma il mio sentimento personale non conta, sono pragmatico, mi interessano i fatti: se ci sono, allora sarò più determinato di prima a proseguire, altrimenti sarò irremovibile. Si tratta di verificare le condizioni per poter operare: sì o no, punto”, spiega Conte a Repubblica.

E aggiunge che i primissimi segnali di distensione, soprattutto dopo la ridefinizione degli equilibri seguiti alle Elezioni europee, sono arrivati. Come lo sblocca cantieri, approvato ieri dal Senato, che ha rimesso pace tra i due triumviri: “La mia riserva non è ancora sciolta. Ho avuto un primo segnale sullo sblocca cantieri ma dopo la situazione che è sotto gli occhi di tutti non posso dire che in 24 ore si risolve tutto. Sarebbe un po’ posticcio. Diamoci qualche giorno in più per ritrovarci”.

Anche se, prosegue, non ha mai parlato con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella di voto anticipato a settembre. Solo di un possibile rimpasto di governo: “a oggi non ho ricevuto nessuna richiesta. Se arriverà, ci metteremo tutti assieme e decideremo il come e il perché”.

Difficile, invece, fare i conti sulla finanza pubblica, anche dopo il compromesso che il “governo del cambiamento” aveva trovato impegnandosi a ridurre il rapporto deficit/PIL dal 2,4 per cento al 2,04 per cento per ottenere una progressiva riduzione del debito. Una strategia considerata non sufficiente dall’Unione.

“La procedura è partita perché vengono applicate le regole europee. Per un paese dell’Unione non è sufficiente dire ‘quelle regole non le riconosco’. Proviamo a modificarle, ma intanto lavoriamo in quel perimetro. Altrimenti la procedura scatterà, a prescindere dalla volontà del singolo paese: e poi che cosa facciamo?”, sottolinea il presidente del Consiglio, che incontrerà Juncker prima del Consiglio europeo del 20-21 giugno.

TUTTO QUELLO CHE C’È DA SAPERE SULLA PROCEDURA DI INFRAZIONE

Poi torna a ribadire. Se Di Maio e Salvini non cambiassero registro, e se con l’Unione Europea dovesse andare male: “Sono disposto a tutto. Se necessario ne faccio dieci, di missioni”.