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Morisi, il domatore della Bestia brutta sporca e cattiva che ha fatto vincere Salvini

Di Luca Telese
Pubblicato il 27 Mag. 2019 alle 14:36 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 01:56
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La Bestia Salvini | Luca Morisi | Lega | Algoritmo | Vittoria Europee 2019

La Bestia Salvini – Era finito (giustamente) sotto processo: ma alla fine ha vinto lui. Non è certo un caso se Luca Morisi, il capo de La Bestia, fosse seduto al fianco di Matteo Salvini, questa mattina in conferenza stampa. Non c’era un dirigente, non c’era un ministro, non c’era un presidente di regione, c’era lui. Chiedetevi perché.

La risposta è semplice. Contro ogni regola, contro ogni galateo pregresso, e anche contro previsione, il successo della Lega è anche il successo personale di Morisi. Ho iniziato a stupirmi di questo trentenne in una giornata che apparentemente non aveva nulla a che fare con la politica.

Parlo della notte del festival di Sanremo: perché è stato in quella occasione, sul puro piano dei simboli, con una mossa spericolata attuata sotto tutti i riflettori che “la Bestia” ha fatto la prova generale della campagna delle europee.

Provate a ricordare: quella sera si celebrava un evento che apparentemente non aveva nulla di politico. Con il peso determinante della giuria a Sanremo vince un ragazzo simpatico che ha composto una canzonetta colta, e allo stesso tempo orecchiabilissima.

La giuria ci ha visto giusto, perché quello hit, “Soldi”, diventerà in poche ore la più scaricata nella storia di questo paese. Il vincitore è un ragazzo nato in italia, cresciuto a Milano, figlio di una madre sarda e di un papà egiziano che non ha praticamente mai visto perché lo ha abbandonato da piccolo: la canzone, fra l’altro, parla di questo.

Scopriremo poi che questo ragazzo non ha nessuna simpatia politica a sinistra, perché è amico personale di un consigliere regionale di Forza Italia che gli è affratellato su Facebook. Impatto politico potenziale di questo evento? Apparentemente zero. Simpatia del pubblico verso di lui? Massima, visto che i trapper di periferia nel pop di questi tempi vanno terribilmente di moda.

Tuttavia quella sera Salvini e Morisi mettono in campo una mossa incredibile che nessun politico di sinistra a parti invertite avrebbe nemmeno immaginato. Scrivono un tweet dicendo che sarebbe stato meglio se avesse vinto “un italiano”.

Maria Giovanna Maglie, supportando l’attacco del leader, si spinge più in là e lo sfotte sul narghilé e le frasi del ritornello in arabo. La bestia si scatena in battaglia e – per due giorni – “Mahamood” e “Salvini” diventano la prima voce di dibattito sui social.

La seconda, tra l’altro è “giuria” : perché il corollario dell’attacco, (sia per Salvini che per la Maglie) è che la giuria dei vip di sinistra avrebbe scippato all’italiano (Ultimo) il verdetto del televoto, che in un transfert metapolitico diventa “Sovranità popolare” tradita dalle elites. Folle. Eppur si muove.

Il giorno dopo il povero Mahamood è costretto a ripetere cento volte in conferenza stampa: “Io non faccio politica”. E soprattutto: “Io sono italiano”. Inutilmente. La “Bestia”, se si fosse avuta la pazienza di leggere tutti i tweet, non ha vinto quella battaglia, non ha conquistato il 50% più uno dei consensi.

Ma ha cementato un popolo, una narrazione minoritaria e vittimistica efficacissima: “Prima gli italiani, questi ci rubano perfino il festival della musica italiana, abbasso le elites”.

Stacco. Morisi finisce sotto processo, pochi giorni fa, per la foto de “il capitano” con la mitraglietta, accompagnata da frasi che potrebbero figurare in un film di Sylvester Stallone. Tutto molto kitsch, in apparenza. “Salvini dovrebbe farlo dimettere”, gridano le opposizioni, e stavolta il nome di tendenza sui social diventa “Morisi”.

Il risultato è che ciò che avrebbe fatto qualsiasi politico di centrosinistra (farlo dimettere) al leader della Lega non passa nemmeno per la testa. Il popolo della Lega viene plasmato da questo messaggio: Salvini – questa ancora una volta è la narrrazione di Morisi – non fa passi indietro, combatte nel nome della radicalità.

Non fa compromessi. Non ha paura di incarnare il politicamente scorretto e la rabbia della sua base. A cosa serve? A compiere un incredibile transfert simbolico: Salvini non è un leader di governo ne fa compromessi e talvolta (come per la nave sbarcata) si piega e perde. Salvini, nel kolossal della Bestia è un Rambo che combatte da solo “contro tutti” nella foresta del Vietnam.

Incredibile ma vero: perché il principio cardine del “morisismo” è che non è più necessario aspirare ad essere unanimistici. Ma bisogna – invece – che siano graniticamente convinti “i tuoi”. Sono i pesci piloti arrabbiati che ti portano in dote, per trascinamento, i moderati dispersi e spaventati nel tempo della crisi.

Morisi ripeterà questo storytelling si sulla vicenda di Altaforte e Casapound al salone di Torino (che permette a Salvini di svuotare e vanpirizzare le battaglie razziste della tartaruga delle periferie romane), lo ripeterà anche sul vincolo del 3% da abbattere in Europa (addirittura subendo la “rappresaglia” di due giorni di spread impazzito), lo ripeterà sul Flat Tax da fare a qualsiasi costo, e sulla battaglia contro l’abuso d’ufficio.

Lo farà persino sul “Vincisalvini”, che diventa una versione 3D del famoso “Meno tasse per Totti” di berlusconiana memoria: dove le prese per culo che diventano virali (ma calcolate prima e messe in conto da Morisi prima ancora che nascessero) diventano una forma involontaria di propaganda per la Lega. E Morisi si ripeterà fino all’ultimo secondo utile, infine, con le sue dirette web durante la tregua elettorale.

La “Bestia” ha fatto una scommessa rischiosa: vince ancora la rabbia, vince con la pancia, vince Con il politicamente scorretto. Vince mascherandosi da opposizione anche quando sta al governo. Il centro non esiste più. I modesti sono ammaliati dal canto delle sirene verdi.

Il crocifisso tra le maani sembra kitsch ma occhieggia agli anti-bergogliani, tutte le tribù di consenso minoritario si riconoscono nel racconto pataccaro ma epico del capitano indomito. Mentre il Pd pensa di vincere virando “al centro” (che non esiste più), e mentre Di Maio spera di recuperare “a sinistra” (mossa che non può funzionare fino in fondo proprio perché è alleato della Lega), Salvini vince come Orban, perché il cuore della Bestia “brutta sporca e cattiva”, coccolato dal suo domatore digitale, batte e pulsa “a destra”.

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