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La sindaca che vuole schedare i prof di sinistra a TPI: “Gli studenti mi hanno fatto rivelazioni, ma non posso dirle”

Anna Cisint intervistata da TPI dopo le polemiche: "Ci sono studenti troppo giovani per gestire discussioni politiche in classe"

Di Giulia Riva
Pubblicato il 6 Ago. 2019 alle 13:11 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:57
Immagine di copertina
Anna Cisint con Matteo Salvini

“L’obiettivo è ascoltare i ragazzi, non capisco cosa ci sia di male”. È quasi un mantra per Anna Maria Cisint, la sindaca di Monfalcone al centro delle polemiche per aver proposto di attivare uno “sportello di ascolto riservato” dove segnalare i professori troppo politicizzati (a sinistra).

A scatenare il tutto, un suo commento su Facebook che rilanciava un articolo di Nicola Porro. “La scuola pubblica? È occupata da insegnanti di sinistra”, si legge nel pezzo. E la sindaca leghista aggiungeva: “Ho molte segnalazioni anch’io”.

Anna Cisint ripete di continuo di aver fiducia nella maggior parte dei docenti e di non voler dare il via a “censimenti” o a “liste di proscrizione” (come paventato da Selvaggia Lucarelli, ndr), ma non è disposta ad approfondire con la stampa il contenuto delle presunte denunce ricevute dai ragazzi e – alla festa della Lega di Cervia, in Romagna – ha ribadito che “gli insegnanti di sinistra infestano le scuole pubbliche”.

TPI ha intervistato la prima cittadina monfalconese per fare chiarezza sulla situazione.

Sindaca Anna Cisint, di recente ha fatto discutere la sua proposta di attivare uno sportello dove genitori e ragazzi possano segnalare se ci sono professori troppo di sinistra. Cosa intende per “servizio di ascolto riservato” in questo senso? 

La sua è una domanda sbagliata. Le spiego: tutto nasce dal commento che ho fatto a un post di Porro qualche giorno fa. Riportava la lettera di un insegnante che raccontava la sua vita in una scuola politicizzata a sinistra. Io ho risposto dicendo che anch’io ho ricevuto molte segnalazioni: da ragazzi –  più o meno una decina – da genitori e da alcuni insegnanti.

Visto il malessere che abbiamo percepito in maniera chiara per queste persone, valuteremo la possibilità di aprire un punto di ascolto. Sicuramente un punto di ascolto non politico. Abbiamo istituito la figura del garante della famiglia, dell’infanzia e dell’adolescenza: per queste situazioni è utile che ci sia un tecnico a cui rivolgersi. Sono colpita della polemica montata ad arte. Io non ho mai detto né pensato di fare liste di proscrizione.

Non ha parlato di liste di proscrizione?

No, ma giustamente fa riferimento a  ciò che è stato messo in giro dalla stampa. Non sono parole mie. Io ho ritenuto di dare importanza alla percezione che questi ragazzi mi hanno trasmesso. Il punto d’ascolto sarebbe gestito dal garante: ha uno scopo, quello del supporto e dell’ascolto, senza invasioni di campo. Viene rispettato l’articolo 33 della Costituzione (quello sulla libertà di insegnamento di arte e scienza, ndr). Nessuno ha intenzione di criminalizzare il corpo docente. Ma i giovani vanno messi al centro di tutto.

C’è chi mi ha raccontato in maniera informale situazioni che hanno creato imbarazzo. In particolare in un ragazzo, preoccupato quando va a scuola. Credo che questo debba essere preso in seria considerazione, l’ascolto è importante. Dopodiché le misure sono quelle previste dalla legge: il garante deciderà sulla base di sue valutazioni se sono segnalazioni che hanno concretezza o meno. In caso, subentreranno gli organi deputati: i dirigenti scolastici, l’ufficio scolastico regionale.

È stato montato un caso per niente da una considerazione di Selvaggia Lucarelli, che ha parlato di liste di proscrizione, e da certi giornali. Sarebbe il mio primo giorno di vacanza, ma non faccio altro che ricevere telefonate per parlar di questo.

Ha detto di aver ricevuto segnalazioni da una decina di cittadini. Che genere di segnalazioni?

Come ho fatto notare anche al suo collega di Repubblica, non mi piace la piega inutile che ha preso questa cosa. Ho dato la mia parola ai ragazzi: la loro esigenza era portare alla luce una situazione di imbarazzo durante alcune ore di lezione. Credo che il compito del pubblico sia ascoltarli. Sul resto manterrò riservatezza.

Stiamo parlando di imbarazzo legato a qualcosa che i professori avrebbero dichiarato in ambito politico?

Sì, almeno negli episodi che mi sono stati raccontati finora. I ragazzi hanno fatto riferimento a fatti accaduti, legati a commenti che loro hanno interpretato come un’invasione di campo da parte di alcuni docenti. Si tratta di argomenti sensibili, legati a periodi storici che vengono negati oppure e a temi delicati quali l’immigrazione e la sicurezza.

A quali periodi storici si fa riferimento?

I ragazzi mi hanno parlato del loro disagio nei termini che le ho detto. Non intendo interpretare le loro parole.

Come evitare che questi sportelli si trasformino in un’arma per mettere nei pasticci docenti che magari risultano solo antipatici ad alcuni studenti?

Per questo ho specificato da subito che la questione non può essere affrontata dalla politica. Abbiamo la fortuna di aver istituito una figura tecnica: il garante della città di Monfalcone è stato insegnante in passato. Le sue valutazioni, ovviamente, non saranno riportate al sindaco: io ascolto tutti, però non ho competenze in materia. Ci sono organi territoriali con questo ruolo, ripeto: i dirigenti scolastici, l’ufficio scolastico regionale, il ministero dell’Università e della Ricerca. Se del caso, eh.

Perché magari di queste dieci segnalazioni, alcune delle quali io reputo preoccupanti, non tutte saranno ritenute tali dal garante. Si è montato un caso ad arte, non capisco perché: forse è agosto, fa caldo e non ci sono abbastanza notizie.

Lei su Facebook usa l’hashtag #FuoriLaPoliticaDalleScuole. Ma la scuola non dovrebbe essere proprio il  luogo dove si va per sviluppare senso critico e si impara a confrontarsi con chi la pensa in maniera diversa da noi? 

Sono d’accordo con lei. Ritengo che sia importante e molto difficile il compito che hanno gli insegnanti. Però un docente o un genitore, per far diventare i nostri ragazzi cittadini consapevoli, non può utilizzare le armi della persuasione. Ci sono situazioni incompatibili con l’età e la maturità degli studenti. Confrontarsi è molto importante, ma il senso critico si sviluppa grazie al confronto alla pari. Se qualcuno ritiene di avere il coltello dalla parte del manico, è chiaro che può fare danni.

Comunque continuo a ricevere segnalazioni sul tema anche da altri luoghi, non solo della mia città, quindi non si tratta di una mia invenzione. Sarebbe bello dare spazio a tutti i giovani senza sollevare il putiferio che è stato fatto.

Attivare simili sportelli non rischia di fare danni e metter paura ai professori mentre svolgono il loro lavoro, già delicato?

Non vedo perché: “Male non fare, paura non avere”, dico io.

Il Piccolo, un giornale della zona, riporta questa sua dichiarazione: “Genitori e studenti mi raccontano di nascosto che in classe si criticano le mie ordinanze”. 

Non ho mai detto “di nascosto”. Questa è una delle sciocchezze che hanno scatenato il polverone mediatico.  Manderò un comunicato a tutti per chiarire la mia posizione. Al giornalista del Piccolo ho spiegato semplicemente che le segnalazioni in mio possesso riguardavano commenti sull’immigrazione e sulla sicurezza. Figuriamoci se per me sarebbe un problema se qualcuno criticasse le mie ordinanze.

Il punto è fornire agli studenti gli strumenti giusti per pensare con la propria testa. Ai miei figli non ho mai detto “la devi pensare così piuttosto che in quest’altro modo”. Ho cercato di dar loro più opportunità, poi ognuno ha scelto le opinioni che erano nelle sue corde. Così si dovrebbe fare con tutti i ragazzi. Vanno ascoltati. Perché bisogna demonizzare questo approccio?

Il suo comune è già salito agli onori della cronaca in passato. A ottobre 2018 ha chiesto di ritirare i quotidiani Avvenire e Il Manifesto dal servizio di prestito della biblioteca locale.

Anche questa affermazione è vera solo parzialmente. Nei comuni non funziona che il sindaco decide e ritira: i dirigenti dei singoli enti fanno le loro valutazioni. In questo caso mi sono assunta io la responsabilità della cosa, perché sono fatta così, ma la verità è che chi di dovere mi ha fatto notare che quei giornali non venivano letti.

Per un periodo sono stati comunque acquistati ed erano disponibili all’Ufficio relazioni con il pubblico su un comodo divanetto, ma le assicuro che in pochissimi li cercavano. Non troverà mai una mia delibera in cui vieto l’acquisto di Avvenire o del Manifesto: non è mia intenzione azzerare la possibilità di confronto nel mio paese.

Questo episodio, però, mi ha dato la possibilità di sondare cosa si legge nelle altre biblioteche del circondario. La sfido a trovare in tutto il Friuli-Venezia Giulia un comune che acquista tanti quotidiani e riviste quanti ne compra Monfalcone. Forse Udine o Trieste, ma sono realtà con molti più abitanti.

Tra l’altro i soldi risparmiati erano stati destinati all’acquisto di un numero maggiore di copie di Repubblica e del Piccolo, testate più richieste. Ma quando c’è malafede…

Un comitato cittadino ha raccolto i soldi necessari a garantire l’acquisto di Avvenire e del Manifesto, giusto? 

Sì. Finché gli abbonamenti sono stati pagati, i giornali in questione erano reperibili all’Urp. Oggi non sono più disponibili. Non erano richiesti, nessuno li leggeva. Probabilmente la stessa associazione si è resa conto della cosa, perché nessuno si è più fatto vivo in merito.