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Caro Giulio, da 643 giorni l’Europa ti considera al pari di un insetto spiaccicato su un parabrezza

Giulio Regeni ha rappresentato i migliori ideali europei: libertà, integrazione e cooperazione. Nonostante questo, l’Europa lo ha voluto dimenticare. La lettera di Cristina Bettati.

Di Cristina Bettati
Pubblicato il 7 Nov. 2017 alle 11:45 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 22:01
Immagine di copertina

Caro Giulio,

Seicentoquarantatré giorni sono passati dal ritrovamento del tuo corpo al lato di un’autostrada del Cairo. Seicentoquarantatré giorni durante i quali gli striscioni “Verità per Giulio Regeni” hanno acceso di un giallo sgargiante le grigie facciate di tanti comuni, scuole, università e biblioteche italiane.

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Con il passare dei mesi però questo giallo sembra aver perso la sua lucentezza. Lo vediamo quotidianamente, ma ormai ci passiamo davanti indifferenti. Uno sguardo fugace prima di immergerci nuovamente nei nostri pensieri.

È capitato a tutti di abituarsi così tanto alla vista di qualcosa da non riuscire più a distinguerla: una macchia di muffa negli angoli del bagno di casa, gli insetti spiaccicati sul parabrezza dell’auto.

Ci possiamo anche abituare al fatto che un ragazzo venga barbaramente torturato e ucciso mentre svolge con passione il proprio lavoro di ricercatore? Tu mi dirai ovviamente di no, non è possibile ricevere la stessa considerazione di un po’ di muffa o di alcuni insetti.

Vorrei tanto poterti dire che hai ragione. E invece posso solo dirti che sono arrabbiata. 

Sono arrabbiata non solo perché la realtà è che il tuo assassinio rimane ancora irrisolto e impunito dopo quasi due anni, ma anche perché ci sono sempre meno persone arrabbiate quanto me. Dopo la prima ondata di indignazione, sia a livello europeo che internazionale, i nostri politici si sono palesemente arresi nell’esigere la verità riguardo a quanto hai dovuto subire. 

Cosa succede all’Europa? Cosa succede a tutti noi?

Laureato in Arabo e Scienze politiche all’Università britannica di Leeds. Una cerchia di amici internazionali. Già tirocinante al Cairo presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale. Dottorando in Sociologia dello sviluppo presso il Girton College dell’Università di Cambridge. Una passione per il Medio Oriente, per la sua varietà di culture e lingue. Una relazione a distanza portata avanti via Skype.

Caro Giulio, tu eri tutto questo. Particolarmente intelligente e determinato, certo, ma anche straordinariamente normale. Eri semplicemente un ragazzo di 28 anni, un mio coetaneo. Al tuo posto avrebbe potuto esserci un mio amico. Al tuo posto avrei potuto esserci io.

Al Cairo stavi svolgendo le ricerche per la tua tesi di dottorato sull’origine e l’organizzazione dei sindacati indipendenti egiziani. A tua insaputa sei stato spiato e tradito dalle persone a te più vicine.

Nella sera del 25 gennaio 2016 delle bestie – perché non meritano di essere definite altrimenti – ti hanno rapito e per quattro giorni picchiato, marchiato, accoltellato e frustato. Infine ti hanno ucciso rompendoti l’osso del collo.

Al ritrovamento del tuo corpo il 3 febbraio 2016, sia le autorità egiziane che la stampa internazionale hanno inventato ogni possibile assurdità sul tuo conto: Regeni era omosessuale ed è stato ucciso da un amante geloso. Regeni era tossicodipendente o, ancora, una pedina tra le mani dei Fratelli Musulmani. Ti hanno persino dato dell’agente segreto della CIA. Alcuni, non convinti dalla tua appartenenza all’agenzia di spionaggio statunitense, hanno riesumato anche la M.I.6 britannica.

Forte della confusione generale, l’Egitto ha tentato di chiudere il caso il prima possibile: il 24 marzo 2016 cinque membri di una banda criminale sono stati uccisi dalle forze di sicurezza egiziane e dichiarati responsabili della tua morte. I tuoi oggetti personali vengono ritrovati nell’appartamento di uno di essi. Naturalmente una farsa.

La prima delle tante che l’Egitto ha continuato a confezionarci in questi 643 giorni.

In tutta questa pochezza solo una cosa è chiara: il tuo passaporto europeo non ti è stato da scudo in Egitto. E purtroppo non sembra proteggerti nemmeno in Europa. L’Egitto è un alleato fondamentale per l’Europa sia nella lotta contro l’ISIS sia nella gestione dei flussi migratori. Particolarmente interessato alla serena convivenza tra Europa ed Egitto è anche il gruppo petrolifero italiano ENI che proprio in Egitto possiede due giacimenti petroliferi da record: Nooros, che produce 25 milioni di metri cubi di gas al giorno, e l’ancora più grande Zohr, la cui produzione dovrebbe iniziare a fine 2017.

Forse proprio questo inizio di produzione imminente ha spinto il governo italiano a scegliere il 14 agosto scorso di rispedire il proprio ambasciatore in Egitto. Una scelta che ha profondamente ferito e sconcertato i tuoi genitori. Nell’aprile 2016 era stato infatti deciso il ritiro dell’ambasciatore dal Cairo come forte segnale di protesta contro la scarsa collaborazione delle autorità egiziane nel fare luce sulla tua fine. 

Da allora l’ambasciata italiana al Cairo era rimasta vacante. Per te, Giulio, i tuoi genitori hanno tirato fuori una forza inumana e – nonostante la delusione causatagli da questa decisione politica – non demordono nel cercare la verità e darti la giustizia che meriti.

Non solo l’Italia però è fonte di grandi delusioni. Nell’aprile 2017 il presidente Trump ha accolto con particolare affetto il suo omologo egiziano Al Sisi, nonostante fosse stato proprio il Dipartimento di Stato statunitense, poco dopo il tuo ritrovamento, a offrire al governo italiano le prove che il regime egiziano fosse pienamente consapevole delle circostanze della tua morte.   

Forse però il comportamento più meschino di tutti è quello che ti hanno riservato i governanti degli altri stati europei, sempre molto veloci a calare il sipario sulle vicende altrui, soprattutto se queste possono danneggiare i loro interessi.

È il caso della cancelliera tedesca Angela Merkel che a marzo 2017 visita Al Sisi, ma non proferisce parola sul tuo caso, troppo impegnata a raggiungere un accordo sui migranti (altri campi di concentramento modello Turchia?).

Il 23 ottobre scorso è invece la volta del presidente francese Macron che invita Al Sisi all’Eliseo. Il tuo nome viene citato durante la conferenza stampa, ma Macron risponde che non vuole impartire lezioni di governo a nessuno, perché crede nella sovranità degli Stati.

Il presidente Al Sisi – continua Macron – ha una sfida, ovvero la stabilità del paese e la lotta ai movimenti terroristici, questo è il contesto in cui è chiamato a governare e non si può non tenerne conto.

Come si può rimanere indifferenti a una tale presa di posizione? Perché l’Unione europea non fa sentire il proprio disappunto a riguardo? Non da ultimo in quanto i comportamenti di Merkel e Macron sono completamente distanti dalla linea dettata dalla proposta di risoluzione del Parlamento europeo del 10 marzo 2016 sull’Egitto, in particolare il caso Giulio Regeni (2016/2608).

La proposta invita infatti tutti gli stati membri a sollevare con le autorità egiziane la questione delle sparizioni forzate e del ricorso alla tortura quale prassi abituale, nonché a esercitare pressioni affinché si proceda a una riforma efficace dell’apparato della sicurezza e del sistema giudiziario dell’Egitto.

Caro Giulio, ciò che sei stato rappresentava i migliori ideali europei: libertà, integrazione e cooperazione. Nonostante questo, l’Europa ti ha voluto dimenticare.

Io no. Il tuo giallo, per me, non è mai stato più abbagliante.

Cristina