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L’espulsione dall’Italia di 47 migranti sudanesi di cui nessuno parla

Abbiamo chiesto all'avvocato Dario Belluzzo, membro del consiglio direttivo nazionale dei giuristi sull’immigrazione, se l'espulsione fosse lecita o meno

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 1 Set. 2016 alle 16:38
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Mercoledì 24 agosto un gruppo di migranti di origine africana è stato fatto rimpatriare dal confine di Ventimiglia, in Italia, verso Khartum, in Sudan. 

Non risultano ancora notizie certe sul numero effettivo dei migranti per i quali è stato disposto il rimpatrio e da quali aeroporti italiani sono ripartiti, ma in base a quanto ha riferito a TPI Dario Belluzzo, avvocato e membro del consiglio direttivo nazionale dei giuristi sull’immigrazione (ASGI), l’associazione che opera attivamente per la difesa dei cittadini migranti, “41 migranti sono stati condotti dal confine di Ventimiglia all’hotspot di Taranto dove un giudice di Pace ha disposto il loro rimpatrio”.

Gli hotspot sono strutture allestite per identificare rapidamente, registrare, foto-segnalare e raccogliere le impronte digitali dei migranti.

In base a quanto riportato dal giornale Il Fatto Quotidiano, l’operazione è stata disposta dal ministero dell’Interno, alla presenza di funzionari del consolato del Sudan. Il portavoce della questura di Imperia – struttura di riferimento territoriale per Ventimiglia – Raimondo Martorano, ha detto che “gli espulsi non avevano titolo per soggiornare in Italia e non hanno formalizzato alcuna istanza di protezione, quindi, in base all’accordo bilaterale, gli è stata notificata l’espulsione esecutiva”.

L’accordo cui si fa riferimento sarebbe il Memorandum of Understanding, firmato il 4 agosto a Roma, dal capo della polizia italiana, Franco Gabrielli, e dal suo omologo sudanese, generale Hashim Osman Al Hussein, alla presenza di funzionari del ministero dell’Interno e del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Secondo queste ricostruzioni, si tratterebbe dunque, a tutti gli effetti, di un rimpatrio collettivo verso il paese guidato da Omar al-Bashir, al potere dal 1989, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità durante il conflitto del Darfur. Il Sudan risulta nella lista nera dell’ONU dei diritti umani violati.

Se confermato nel numero e nelle modalità, il rimpatrio collettivo dei migranti sudanesi dall’Italia potrebbe avere delle conseguenze legali per il governo italiano, come già avvenuto nel 2015, quando Roma è stata condannata dalla Corte Internazionale per il respingimento di migranti tunisini. 

Il Testo Unico sul’Immigrazione all’art. 19 stabilisce infatti che “in nessun caso può disporsi l’espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione”.

Secondo l’avvocato Belluzzo, che ha seguito il caso, i migranti sono stati spostati dal confine di Ventimiglia nell’hotspot di Taranto – uno dei sei attualmente presenti in Italia (oltre a Lampedusa, Augusta, Porto Empedocle, Pozzallo, Trapani) – dove il giudice di pace si è espresso sul rimpatrio. L’hotspot di Taranto ha una capacità ricettiva pari a circa 2.100 posti.

“Il rimpatrio è avvenuto in un regime di formale legalità poiché la legge italiana stabilisce che sia proprio un giudice di pace a esprimersi sul rimpatrio degli immigrati”, sostiene  l’avvocato Belluzzo.

“È però proprio questo dato a risultare incredibile: come è possibile che a decidere della libertà personale degli immigrati sia un giudice di pace e non un giudice togato? Un giudice che si trova nella circostanza di dover decidere in poche ore del destino di persone che hanno attraversato un lungo viaggio verso paesi sconosciuti alla ricerca della salvezza, può effettivamente avere tutti gli strumenti per farlo? Non sarebbe, invece, necessaria un’istruttoria più ampia che tenga conto delle vicende, della storia, della posizione giuridica e dei trascorsi di ogni singolo immigrato?”, si domanda Belluzzo. 

Se le vicende così come descritte dovessero essere confermate, svelerebbero l’ennesimo caso di utilizzo improprio di strutture d’accoglienza (gli hotspot), la cui funzione dovrebbe essere unicamente quella di identificazione e smistamento degli immigrati giunti nel nostro paese.

“Gli hotspot non sono dei centri di espulsione, non c’è alcun decreto ministeriale che ne sancisca la funzione in questo senso”, dice Belluzzo.

“Si sta deliberatamente operando utilizzando questi centri come luoghi di trattenimento coatto delle persone. Di contro, esistono i CIE, centri di identificazione ed espulsione, aventi tali specifiche funzioni. Nel CIE la polizia avvisa il giudice il quale è chiamato a decidere sull’opportunità o meno di convalidare l’espulsione. È una procedura regolamentata a livello europeo. Perché si continuano a trattenere le persone negli hotspot?”, conclude l’avvocato.

C’è poi la questione delle motivazioni che hanno condotto all’espulsione dei migranti: “Gli espulsi non avevano titolo per soggiornare nel nostro paese, ma tale decisione è stata presa perché gli immigrati non avevano fatto richiesta di asilo? Perché, dunque, rispedirli in uno stato come quello del Sudan in cui il rischio per l’incolumità di queste persone è così alto?”.

Le stesse perplessità svelate dall’avvocato Belluzzo, sono state sollevate da Luigi Manconi, senatore PD e presidente dell’associazione A buon diritto, il quale ha interpellato il ministro dell’Interno Angelino Alfano, per chiarire in Parlamento le dinamiche e fornire le prove di legittimità di un’operazione sulla quale aleggiano ancora molti dubbi e buchi neri.