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Cento vite al giorno

Un'organizzazione lotta per salvare i migranti che rischiano la vita attraversando il Mediterraneo. Nel 2015 ha già portato in salvo 1.441 persone

Di Lorena Cotza
Pubblicato il 21 Mag. 2015 alle 17:00
Immagine di copertina

Nessuno merita di morire. Non se lo meritava nessuno dei 23mila migranti annegati nel Mediterraneo negli ultimi vent’anni. Eppure, l’idea di fare di tutto per salvare vite umane sembra quasi rivoluzionaria.

Dal 2014, l’organizzazione umanitaria Moas (Migrant Offshore Aid Station) si dedica a operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Nel 2015 ha già portato in salvo 1.441 persone, con una media di cento vite al giorno nella prima settimana di maggio.

“Siamo perfettamente consapevoli che la nostra non sia la soluzione per eccellenza, ma mentre si continua a cercare quella soluzione, nessuno merita di morire in mare”, ha detto il direttore di Moas, Martin Xuareb, al Guardian“Chiediamo alle persone di mettersi nei panni di chi si ritrova costretto a fare quel viaggio”.

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Uno dei migranti portati in salvo lo scorso maggio, un ragazzo di 25 anni proveniente dall’Eritrea, racconta di aver viaggiato per sette mesi e di essere stato detenuto in un campo di detenzione in Libia prima di arrivare in Italia.

“Sono fortunato a essere sopravvissuto. Sono nato una seconda volta”, ha detto.

Molti dei migranti soccorsi dal Moas provengono dalla Siria. In una delle operazioni in mare dello scorso maggio, il Moas ha portato in salvo una famiglia siriana scappata dal campo profughi di Yarmouk, alla periferia di Damasco.

Si erano messi in viaggio perché quella regione geografica è dilaniata dagli scontri tra le forze dell’esercito siriano e fazioni di miliziani jihadisti. Chi non moriva sotto i bombardamenti, rischiava di morire per la mancanza di cibo, acqua e medicinali di base.

Per chi fugge dalla guerra, il viaggio su un barcone sovraffollato non è una scelta azzardata o presa alla leggera: è semplicemente l’unica scelta.

Fra i migranti salvati quest’anno, c’erano anche 106 minori e 211 donne. “Stiamo soccorrendo il doppio delle persone rispetto all’anno scorso”, dice Christopher Catrambone, che ha co-fondato Moas insieme alla moglie Regina.

“E l’aspetto più scioccante di questa continua tragedia è il numero di bambini che affronta questa pericolosa traversata. È terribile pensare a tutto ciò a cui son dovuti andare incontro da quando hanno lasciato le loro case”.

Christopher e Regina, due imprenditori, lui americano e lei italiana, hanno deciso di fondare il Moas nel 2014. L’idea è nata in seguito ai naufragi dell’ottobre 2013, al largo di Lampedusa, in cui morirono oltre 400 migranti.

Dal 2015 il Moas collabora con un’équipe di Medici Senza Frontiere, che si occupa delle operazioni di primo soccorso a bordo. Spesso i migranti sono stati in mare per giorni e giorni, e arrivano disidratati e in fin di vita.

La Phoenix, l’imbarcazione utilizzata dal Moas, è attrezzata appositamente per i soccorsi in mare ed è stata in parte finanziata con una campagna di raccolta fondi online. Grazie all’utilizzo di droni ad alta velocità e sofisticate apparecchiature radar, le operazioni di soccorso si possono eseguire anche di notte.

Quest’anno la missione del Moas, partita il 2 maggio, proseguirà per sei mesi, durante tutta la stagione estiva, periodo in cui generalmente si intensificano i flussi migratori.

Si teme che il 2015 sarà l’anno nero del Mediterraneo: da gennaio sono già annegati 1.826 migranti. Con la fine di Mare Nostrum, l’operazione della Marina militare italiana che ha salvato le vite di 150mila migranti nel 2014, è probabile che il numero di vittime continui a salire.

Il 19 maggio scorso l’Unione europea ha approvato un nuovo piano sul tema immigrazione, che prevede un sistema di quote per la distribuzione dei richiedenti asilo già presenti sul territorio europeo.

Il provvedimento prevede anche operazioni militari per combattere i trafficanti nei porti libici e distruggere le imbarcazioni prima che salpino. L’Unione europea è in attesa dell’approvazione delle Nazioni Unite, perché per queste operazioni è necessario operare in acque internazionali.

Il piano è stato criticato perché rischia di fare esplodere nuove tensioni nel già instabile contesto libico. Come evidenziato dal report di Amnesty International pubblicato a maggio, i migranti che non riescono a raggiungere l’Europa subìscono spesso violenze e torture da parte dei trafficanti e dei gruppi armati in Libia.

Inoltre, le operazioni militari potrebbero essere poco efficaci: le imbarcazioni appartengono spesso a piccoli pescatori e vengono acquistate per la traversata solo alcuni giorni prima, rendendo quasi impossibile colpire solamente quelle utilizzate dai trafficanti.

“Non possiamo fermare le guerre e la miseria che obbligano le persone a lasciare i loro Paesi, ma abbiamo la possibilità di ridurre il numero delle morti in mare e offrire assistenza alle migliaia di persone che attraverseranno il Mediterraneo quest’estate”, ha detto Arjan Hehenkamp, direttore generale di Medici Senza Frontiere.

“I governi europei hanno scelto di dare la priorità al controllo delle frontiere piuttosto che salvare vite umane. Ma finché non ci sarà un cambiamento politico, la riluttanza collettiva dell’Europa a offrire alternative sicure a coloro che vogliono raggiungere le nostre coste continuerà a mietere vittime”.

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