Perché ogni trentenne dovrebbe guardare Master of None
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Perché ogni trentenne dovrebbe guardare Master of None

La seconda stagione della serie televisiva, diffusa in dieci puntate il 12 maggio 2017 su Netflix, è un perfetto ritratto della generazione nata negli anni Ottanta


Per gli spettatori italiani, Master of None è uno dei titoli più “anziani” tra le serie presenti su Netflix, avendo debuttato il 6 novembre 2015, circa due settimane dopo l’esordio nel nostro paese del colosso statunitense dello streaming.

Nonostante questo, la serie creata e interpretata dall’attore indiano-americano Aziz Ansari, che in patria è una celebrità, è finora rimasta nell’ambito della nicchia tra il pubblico italiano.

La seconda stagione della serie, diffusa in dieci puntate il 12 maggio 2017, sembra essere un’ottima occasione per recuperare il tempo perduto. Per almeno tre ragioni diverse. Master of None è una delle commedie più riuscite degli ultimi tempi; è un lungo omaggio alla cultura italiana; e gli spettatori che oggi hanno intorno ai 30 anni ritroveranno probabilmente molto di sé nelle avventure del protagonista.

Quest’ultimo è lo stesso Ansari, classe 1983, che nella serie – di cui è anche regista e sceneggiatore – interpreta Dev Shah, un giovane attore che cerca di emergere nella giungla newyorchese tra spot televisivi e comparsate in film di fantascienza di seconda categoria.

La sua vita trascorre senza eventi eccessivamente destabilizzanti tra brunch con l’amico Arnold, casting lavorativi, flirt di una notte e pranzi con i genitori: insomma, un quadro nel quale moltissimi giovani professionisti urbani potrebbero riconoscersi.

Il fatto che Dev, così come Ansari, sia figlio di immigrati indiani, non fa che aggiungere un ulteriore livello di attenzione alla realtà meno scontata e vista in tv, con l’esplorazione del rapporto tra un figlio inserito nella cultura statunitense e i genitori ancora in parte legati ad altre tradizioni, nonché una ragione per esplorare il razzismo quotidiano verso i cittadini brown in America.

L’appartamento ben arredato, le frequentazioni senza pregiudizi (l’amica lesbica Denise, l’amico asiatico Brian), gli sguardi sulle vite delle minoranze etniche della città, il gusto per il cibo italiano, l’uso delle applicazioni d’incontri, le citazioni pop al passo con i tempi, le passeggiate per la Grande Mela… Tutto sembra associare Dev a una categoria che, se il suo personaggio non fosse troppo simpatico per appartenervi, sarebbe facile definire hipster.

Non volendo definirlo così, è innegabile che Master of None affronti con onestà, autoironia e una giusta dose di autocritica le problematiche dei trentenni metropolitani odierni. “Maestro di niente” è una frase anglosassone per indicare chi sa fare un po’ di tutto, senza essere specializzato in nulla.

Dev attraversa le esperienze dei suoi coetanei da osservatore indeciso, facendo brevemente da babysitter ai bambini di una coppia che ha già avuto figli o assistendo a un matrimonio che lo fa interrogare sulla sua reale capacità di impegnarsi in una storia seria.

Nel frattempo si barcamena tra tragicomici appuntamenti su Tinder e tentativi di convivenza, tra i rapporti uomo-donna intesi come sequenza infinita di incontri fugaci e la sorpresa nel provare inaspettatamente un sentimento più forte.

Anche sul lavoro, la serie dipinge una costante alternanza tra compromesso e rigore, tra l’accettazione di quello che può offrire una soddisfazione effimera e la ricerca più rischiosa di una Qualità più profonda.

Figli della generazione dei baby boomers, quella che ha conosciuto le avversità della vita, che “faceva chilometri a piedi per arrivare a scuola”, che non si è fatta indottrinare dai dettami consumisti della tecnologia, i giovani come Dev e i suoi amici sono confusi dal loro stesso agio, immobilizzati dalle tante possibilità che hanno di fronte.

Uno dei momenti più pregnanti della serie è proprio quello in cui – con parole che non potrebbero essere più adatte a un’intera generazione – Dev legge un estratto da La campana di vetro, il romanzo che l’autrice Sylvia Plath scrisse nel 1963 appena prima di togliersi la vita a soli 31 anni:

“Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto. 

Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e l’Africa e il Sudamerica, un altro fico era Costantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere. 

E vidi me stessa seduta alla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché uno dopo l’altro si spiaccicarono a terra ai miei piedi”.

Senza voler rivelare troppo, una risoluzione ai tanti dubbi sul suo futuro è per Dev la scelta di passare del tempo in Italia, a Modena, dove per alcuni mesi fa da apprendista in un negozio in cui si prepara pasta fatta a mano.

Il soggiorno italiano è l’occasione per inserire Dev in un panorama completamente diverso da quello frenetico e cinico in cui siamo abituati a trovarlo, e allo stesso tempo la maniera per l’Ansari autore di omaggiare tutta una schiera di maestri del cinema italiano, da De Sica a Fellini, da Antonioni a Risi.

L’Italia è vista con occhio romantico e forse stereotipato, per molti versi fermo a riferimenti cinematografici e musicali degli anni Sessanta, ma senza mai scadere in macchiette eccessive, in quello che sembra essere un interesse sincero per la cultura del nostro paese.

La presenza nella seconda stagione di Alessandra Mastronardi, volto noto in Italia che ora ha sciolto anche i cuori statunitensi, è un catalizzatore di emozioni assolutamente genuine e raccontate con grande realismo, che sulla falsariga di un’altra serie di Netflix, Love, raccontano bene la realtà quotidiana dell’innamoramento e dell’amore ai tempi dello smartphone.

Ecco quindi che Amarsi un po’ di Lucio Battisti, sorprendente e usata in modo perfetto nella colonna sonora, sintetizza un po’ tutte le scelte e i dubbi dei protagonisti, tra le sicurezze di sempre e il rischio di una nuova strada inesplorata, tra il semplice “eludere la solitudine” e il “partecipare”: difficile quasi come volare.

Master of None di Aziz Ansari è disponibile in due stagioni su Netflix. Questo il trailer della seconda serie: