I papà di Berlino che rimangono a casa con i figli
Condividi su:

I papà di Berlino che rimangono a casa con i figli

I padri della capitale tedesca sono quelli che in Germania prendono i congedi di paternità più lunghi. TPI ha raccolto le loro testimonianze

05 Ago. 2017  

È un sabato mattina fresco e nebbioso a Berlino, e, come tutti i sabati e i giovedì, il centro Papaladen, nel quartiere di Prenzlauer Berg, accoglie i papà che vogliono passare del tempo con i propri figli fuori casa, farli giocare, e chiacchierare con gli altri padri facendo colazione.

Uno di questi è Christopher, uomo dall’aspetto giovanile che mi è stato indicato dagli altri presenti come “quello in paternità”. Di professione grafico, 36 anni, Christopher ha preso in tutto sei mesi di assenza dal lavoro per badare alla sua seconda figlia, che ora ha 11 mesi.

“Noi abitiamo un po’ fuori dal centro e per andare a lavoro mi ci vuole oltre un’ora, più un’ora per tornare. Vuol dire che quando lavoro sto via di casa quasi 12 ore al giorno, e finisco per non vedere mai i bambini. Questo non va bene. Mia moglie (maestra d’asilo) lavora part-time, e abbiamo deciso che con la seconda figlia sarei rimasto a casa io dopo il suo periodo di maternità. L’impatto di questa mia scelta è stato solo positivo: i bambini piangono meno, e mio figlio più grande è meno capriccioso di quando mi vedeva solo la sera”.

Una scelta per niente inusuale da queste parti. Il Papaladen è un centro di ritrovo gestito dall’associazione Väterzentrum (traducibile in italiano come “Centro per i padri”), fondata nel 1987, originariamente come luogo di assistenza psicosociale per uomini. Ancora adesso fornisce consulenza psicologica e legale a uomini in separazione o padri single. Dal 2007 è anche luogo di ritrovo e socializzazione.

Un recente articolo del quotidiano tedesco Berliner Zeitung ha riportato che i padri berlinesi sono quelli che in Germania prendono i congedi di paternità più lunghi. È stato stimato che a Berlino il 35,5 per cento dei papà di bambini nati nel 2014 sia rimasto a casa per più di due mesi.

Questo tipo di scelta, spiegano Christopher e gli altri papà del centro, non viene fatta come supplenza alla maternità nel caso in cui la madre debba o voglia tornare presto a lavoro, ma è innanzitutto una decisione consapevole dei padri stessi, e la socializzazione è un suo aspetto importante.

“Qui sento che non mi devo spiegare, siamo tutti in una situazione simile e ci capiamo, siamo diventati amici”, dice un altro papà che è qui con la figlia di tre anni.

La legge tedesca garantisce alle famiglie un periodo di assenza dal lavoro cumulabile tra i genitori, di lunghezza massima pari a tre anni (Elternzeit, letteralmente “tempo dei genitori”). Il reddito percepito in questo periodo è pari al 65-67 per cento di quello precedente la nascita, per un massimo di ventotto mesi.

Dopo questo periodo non viene percepito alcuno stipendio. È comunque consentito lavorare fino a un massimo di trenta ore la settimana. Chi prima di avere figli non aveva una fonte di reddito, come ad esempio gli studenti, ha diritto a 300 euro al mese di base. Secondo questo modello, i genitori possono alternare i propri periodi di congedo oppure prenderli entrambi contemporaneamente.

In Italia la priorità è data al congedo di maternità, che può durare fino a un massimo di un anno. Ai padri spetta solo l’obbligo di due giorni (pagati) di astensione dal lavoro entro cinque mesi dalla nascita del figlio. Il modello è diverso, dunque, in quanto non punta sulla condivisione ma piuttosto sulla protezione della donna lavoratrice.

LA MAPPA DEL CONGEDO DI PATERNITÀ NEI PAESI OCSE. L’articolo continua sotto

 

Pochi giorni dopo l’incontro con i padri del Papaladen mi contatta un italiano, Mario, residente a Berlino da sei anni, che alla nascita della sua unica figlia 19 mesi fa non ha preso solo due giorni, come avrebbe probabilmente fatto in patria, bensì due mesi.

Professore universitario a contratto, Mario insegna filosofia in un politecnico fuori città, e ha ceduto gran parte del proprio periodo di congedo alla compagna per esigenze personali e professionali di lei, tenendo per sé soltanto due mesi. Questi gli saranno aggiunti come prolungamento alla fine del contratto di lavoro.

“Anche se, per esempio, il mio direttore di ricerca avesse avuto da ridire sulla mia scelta, l’università sarebbe intervenuta per garantire il diritto. Penso non ci sia nulla di meglio per un bambino che avere i propri genitori vicini per un periodo lungo durante i primi tre anni di vita”.

La paternità di Mario si è infatti sovrapposta alla maternità della compagna per questi due mesi, ed è stata la loro occasione per far passare del tempo in Italia alla figlia. Ora la compagna, anche lei accademica, sta prolungando il proprio periodo a casa in attesa di ricevere l’estensione del finanziamento per un progetto di ricerca. Beneficia degli aiuti economici riservati alle madri.

Mario non frequenta il Papaladen, ma ne condivide l’etica. Secondo lui, se da una parte la felicità dell’essere padre non può venire portata via da nessuna struttura sociale, è anche vero che l’aspetto del riconoscimento è importante.

“Può succedere che, in modo naturale, la madre sia portata a volersi assumere più responsabilità nei confronti del bambino. La cosa grave è quando una società sfrutta questo maggiore grado di recettività per caricare la donna di tutto il peso della genitorialità”.

— Guarda le foto: Gli svedesi in paternità