Viaggio nella guerra dimenticata dello Yemen: dentro gli ospedali, tra gli eroi di tutti i giorni
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Viaggio nella guerra dimenticata dello Yemen: dentro gli ospedali, tra gli eroi di tutti i giorni

La terza tappa del percorso di Laura Silvia Battaglia in Yemen, dove la guerra tra houthi e lealisti ha provocato la morte di quasi 10mila persone secondo i dati Onu

23 Feb. 2017  

La dottoressa Faiza Yahia Ali al-Ghada non ha tempo per commuoversi, né tantomeno per piangere. Me lo dice con una lucidità disarmante davanti a S., un bambino di 4 anni senza padre, senza madre, di fatto in coma permanente, attaccato a una macchina, dopo che un tetto gli è crollato addosso durante i bombardamenti a Sanaa, capitale dello Yemen.

“Dobbiamo essere forti per la nostra gente, piangere non serve a nulla. Bisogna essere attivi e stare pronti. Non sai mai qui, in ospedale, cosa può arrivarti domani”.

Faiza non riceve lo stipendio da quattro mesi ma va a lavorare comunque. Nella sua condizione ci sono tutti coloro che lavorano negli ospedali nello Yemen del nord: dal taglio dei salari si è passati alla loro mancata erogazione, dopo che la banca centrale del paese è stata trasferita da Sanaa ad Aden, una città costiera capoluogo dell’omonima regione. 

Feiza non è la sola. Abdulwahab al Haifi è pediatra dell’ospedale al Thoura e registra ogni giorno l’ingresso di una ventina di pazienti con differenti tipi di disturbi. I più frequenti sono diabete, fratture, malattie della prima infanzia, epilessia, insufficienze renali: Abdulwahab che ha una certa età e dei bei baffoni bianchi fa del suo meglio ma lamenta che fino ad un certo punto non può operare, non si può spingere oltre.

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“Mancano l’ossigeno, i medicinali di ruoutine come antibiotici, anti-depressivi, immunoglobulinici, mancano le flebo e le siringhe. I letti sono pochi, in rianimazione men che meno. Non sappiamo come fare, ci arrangiamo come si può”.

Di solito, la soluzione è spedire a casa chi si regge con le sue gambe, ossia chi, in apparenza, non è in condizioni critiche. Ma in questo modo, chi ne fa le spese sono soprattutto le donne che partoriscono con complicazioni ed emorragie, i malati cronici (diabete ed altre patologie), i malati di cancro.

All’ospedale al-Sabaeen, la sezione tumori è il girone dei dannati. Tutti insieme, senza separazione tra donne, uomini e bambini e nemmeno separati per tipologia di tumore, gli ammalati rispettano l’ora di ricreazione in cortile.

C’è chi mangia, chi semplicemente staziona con i parenti. Se un’organizzazione umanitaria esterna arriva o si presenta per il monitoraggio, gli ammalati ne assaltano i rappresentanti, lamentando ogni cosa, dalla mancanza di cure, all’interferenza degli americani nella politica locale. Abeer ha tre anni e un linfoma che le deforma l’occhio sinistro dall’interno. “L’ospedale non ha medicine, mi hanno dato la ricetta per comprarle: non ne abbiamo abbastanza. Oggi siamo qui solo per un controllo”. 

Il pellegrinaggio di cinque giorni in tutte le sezioni degli ospedali di Sanaa, mi restituisce la certezza di una sanità al collasso e della forza eroica di chi la tiene ancora in piedi. Grandi eroi del quotidiano che nemmeno sanno di esserlo, professionisti che impediscono a questa guerra di sbranare l’ultimo scampolo di umanità che resta in questi luoghi di sofferenza.

Persone capaci di fare sentire a casa il piccolo M. 7 anni, un tumore al cervello e fratture multiple dopo un grave incidente, abbandonato da tutti i parenti al pronto soccorso. M. è la mascotte del reparto di neurochirurgia pediatrica dell’al Thoura e il dottor Mohammed Zaid Ali Saleh sta pensando di adottarlo come si conviene a un bimbo di quella età. M. ci guarda e non parla. Ma sorride e capisce, ed è già tanto.

(Un bambino in un’incubatrice al reparto neonatale dell’ospedale al Jomury. Credit: Laura Silvia Battaglia)

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