Viaggio nella guerra dimenticata dello Yemen: la notte di Sanaa
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Viaggio nella guerra dimenticata dello Yemen: la notte di Sanaa

La seconda tappa del percorso di Laura Silvia Battaglia in Yemen, dove la guerra tra houthi e lealisti ha provocato la morte di quasi 10mila persone secondo i dati Onu

23 Feb. 2017  

La vera emozione è varcare la soglia di casa, abbracciare le sorelle, stringere le spose, baciare i piedi delle madri perché “il mondo è sotto i loro piedi”, dice il Corano. Aisha non vedeva Taha da due anni e pensava che sarebbe tornato dopo un paio di mesi, quando lui partì per l’Europa. La guerra gliel’aveva portato lontano.

Il suo abbraccio è lungo, senza una parola, senza un sussulto. Il pianto è interno e silenzioso. La felicità è troppa per potere parlare. Troppa come anche il dolore al momento del distacco. Stasera a casa di Aisha è successo un miracolo, una cosa da non credersi: questo figlio ha attraversato indenne lo Yemen in guerra per riprendersi tutto quell’abbraccio e pure con gli interessi.

Taha è arrivato di notte, come sempre arriva a Sanaa, capitale dello Yemen, chi viene da lontano. Ieri come oggi.

Fino a quando l’aeroporto della città funzionava, il destino dei viaggiatori era quello di arrivare con il buio, qualsiasi compagnia aerea li portasse nel paese. Oggi è lo stesso, ma si arriva da sud, su strada. Dopo 40 chilometri di viaggio, in parte su sterrato, andando incontro al nulla e, se va bene, anche a una ventina di check point che lasceranno passare il vecchio bus gran turismo e i suoi disgraziati viaggiatori.

L’ingresso in città la dice lunga su quanto una guerra normalmente incida nel degrado delle strutture urbane. Una guerra che va avanti dal marzo 2015 tra bombardamenti e scontri di terra, e che ha fatto più di 7.500 morti e più di 11mila feriti.

Il governo centrale supportato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), guidato dall’Arabia Saudita, combatte per riottenere il controllo del territorio nord, dal 2015 in mano ai ribelli houti, la cui presenza è favorita indirettamente dall’Iran.

La guerra ha distrutto molti obiettivi, non solo militari: scuole, fabbriche, depositi di cibo e autobus, cisterne per l’acqua, pompe di benzina. Ha colpito antichità protette dall’Unesco e preservate da quasi più di duemila secoli, come due palazzi della Old Medina, la città vecchia di Sanaa, che si sono sbriciolati nella notte come biscotti.

Le strade, oggi, a Sanaa, non hanno il minimo segno della cura dell’uomo ed è già tanto che siano rimaste intatte. L’immondizia è il vero proprietario della città: è ovunque, cresce esponenzialmente. Nell’arco di due giorni, nello stesso posto, le colline diventano montagne. Sulle strade principali, l’asfalto è stato crepato per applicare dei dossi utili al rallentamento dei mezzi in prossimità dei check point.

Per entrare in città si va molto piano. Non ci sono luci. I fuochi dei check point, dove i miliziani houti si riscaldano nella notte, sono l’unica presenza umana in un paesaggio urbano privo di bellezza. Gli houti sono gli unici padroni di ogni check point, di ogni incrocio: il loro controllo è totale e non devono competere con nessun’altra milizia. Di lealisti, separatisti del sud ma soprattutto qaedisti e neo-affiliati a Isis, qui, nemmeno l’ombra. E se proprio ci fossero, non avrebbero vita facile.

Il bus si avvicina al check point principale. Come ormai da 40 chilometri a questa parte, siamo abituati al copione che riprende (quasi) sempre uguale. Il soldato o miliziano che sale su con la torcia, che la punta su ogni passeggero escluse le donne, interrogandolo per qualche minuto, il sequestro dei documenti, l’attesa variabile dai cinque ai dieci minuti, l’eventuale deportazione di qualche passeggero ritenuto sospetto dalle milizie di turno, la messa in moto.

Di fatto, è questo il segno che una guerra è in corso, che lo Yemen è una terra di nessuno o meglio a macchia di leopardo, e che il passaggio ai check point è uno strumento di ritorsione sui civili da parte di tutte le sigle in lotta.

I check point a controllo lealista cercano ribelli o affiliati agli houti che si spostano sul terreno per vessarli ed estorcere loro informazioni. I ribelli houti cercano soldati in licenza, che si muovono da Sud a Nord, dove hanno la residenza, sospettandoli di volersi infiltrare nei loro territori.

Meglio, se si è soldati, fornire subito il proprio nominativo al momento dell’acquisto del biglietto e dichiarare il proprio servizio nell’esercito. Meglio sottoporsi a una trafila di interrogatori, piuttosto che rischiare, come fanno alcuni soldati in licenza, di essere buttati già dal bus, seguire le milizie nel buio della notte, per poi scomparire nelle prigioni dei ribelli, note per essere delle orrende stanze della tortura.

Chi vuole viaggiare senza destare sospetti, se può, porta con sé la moglie o tutta la famiglia. Perché, secondo il bon ton tribale, in Yemen, un uomo che viaggia con la famiglia va rispettato, poiché si porta dietro quanto ha di più prezioso e le donne e i figli sono sua esclusiva proprietà. Guai a toccarli.

Se un uomo, in una situazione eccezionale come la guerra, si sobbarca un viaggio simile con donne e bambini, o è un pazzo o ha una reale necessità. La seconda considerazione vale, al 90 per cento dei casi, rispetto alla prima. E, per aggiungere un’altra nota, le donne non possono essere controllate: non fanno la guerra, non portano armi e non le porterebbero, in Yemen.

Aprire le loro borse o addirittura perquisirle è un atto di una sconvenienza unica, punibile con la ritorsione tribale, il duello, la morte. A meno che, a eseguire la perquisizione, non sia una donna. Ma nella guerra in Yemen non si vede una donna ai check point nemmeno con il binocolo e pure la parata delle donne armate che gli houti hanno recentemente organizzato nello stadio di Sanaa, sa di make-up e di strategia politica per far parlare di sé e mostrarsi al mondo.

Gli uomini che occupano i check point sono molto giovani ma hanno la pelle decrepita e lo sguardo di chi ha perso l’innocenza da un pezzo. A occhio e croce viaggiano a una media d’età di 15-20 anni.

Quando incrociano un viaggiatore coetaneo non riescono a rimanere indifferenti: o lo umiliano e lo odiano o lo ammirano e lo facilitano. Questo accade se capiscono che la persona sul bus vive all’estero: i più sfortunati sono coloro che vengono dagli Stati Uniti perché si scontreranno con giovani miliziani che dello slogan “Morte all’America, Morte a Israele” ne hanno fatto ragion di vita e di lotta.

Viaggiare per loro è estremamente pericoloso, anche se mostrano soltanto la carta d’identità yemenita: il rischio è sparire ai check point o passare dei brutti quarti d’ora di spavento alla mercé di questi ragazzini strafatti di droga. Invece, se la passeranno meglio tutti gli altri yemeniti all’estero, specie se viaggiano con moglie straniera musulmana e niqabata al seguito, un dato che viene letto come segno di assimilazione dell’Occidente all’Oriente.

In questi casi, il miliziano si lancia in un sonoro “Mashallah”, un’espressione di elevato apprezzamento: in sostanza, una via di mezzo tra le italiane “Congratulazioni” e “Dio bbono”. Anche se questi ragazzotti sono tutti compresi nel loro ruolo di controllori severi, da cui dipende la sorte di chiunque li incroci, glielo leggi in faccia che preferirebbero la fuga, se potessero, a questa vita disgraziata.

Al caldo che si squaglia di giorno, al freddo cane di notte e al cranio nudo sotto questo cielo, che non sai mai quando ti riserverà un bombardamento. Il bus si ferma nel parcheggio. Chi deve scendere brancola lentamente nel corridoio dell’autobus come qualcuno che sia stato sepolto per sbaglio per tre giorni e si trovi a rimettere in moto ogni arto, reso lentissimo e formicolante dalla forzata immobilità. Il salto al marciapiede è liberatorio.

La maggior parte di quegli uomini sa che c’è qualcuno ad attenderlo in quel parcheggio. La gioia di abbracciare un familiare è già balsamo: scioglie con dolcezza le gambe rattrappite dalle 40 ore di immobilità forzata. Sotto il bus ci sono capannelli ovunque. Uomini che abbracciano uomini, bambini che si appendono a valigie e giacche. Strillano e battono le mani, chiamano a voce i parenti appena arrivati.

Sono le due di notte ma è come se fosse mezzogiorno. Dopo dieci minuti, i viaggiatori si sono tutti allogati nelle auto o nei pulmini dei parenti. Qualcuno ha un pick up e i ragazzini salgono da retro come fanno al mattino, finita la scuola, arrampicandosi dovunque e spingendosi.

Le auto si allontanano sobbalzando sui dossi dei viali con il carico di valigie sul tetto, legate con spaghi robusti. Si fermeranno solo quando, in ogni casa, si sarà consumato l’abbraccio tanto atteso.

— Leggi anche: Viaggio nella guerra dimenticata dello Yemen –  prima puntata