Ad Aleppo tutti aspettano solo il proprio turno di morire
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Ad Aleppo tutti aspettano solo il proprio turno di morire

La testimonianza di Monther, raccolta da Francesca Mannocchi per TPI, che racconta cosa significhi essere padre in una città devastata come Aleppo

13 Dic. 2016  

Monther ha 28 anni e vive ad Aleppo est. Prima della rivoluzione siriana lavorava come ottico e studiava storia dell’arte. Adesso ha un figlio, nato 4 mesi fa.

Monther non lo fa uscire di casa da un mese, ha costruito per lui una tenda di coperte perché non sa come scaldarlo. Non c’è elettricità, non c’è carburante. Non c’è legna. E l’inverno ad Aleppo è rigido.

“Non si può descrivere cosa significhi essere padre ad Aleppo”, mi dice Monther in uno dei numerosi video che mi sta spedendo in questi giorni dalla città assediata, che sta per cadere. “È la prova più difficile del mondo per me. Molto più di quanto non lo sia stato nel 2011 trovare il coraggio di opporsi al regime”. 

“Prego ogni giorno che mia moglie e mio figlio non abbiano bisogno di cure” continua la voce di Monther, rotta in ogni video e in ogni messaggio audio dal rumore dei bombardamenti. “Non ci sono più ospedali, non ci sono medicine. Aleppo è il fallimento delle Nazioni Unite. Ci sono tonnellate di aiuti per noi, scorte di cibo e medicine, bloccate che il regime non fa entrare in città. E tutti assistono impotenti alla gente che muore di fame. Ad Aleppo non c’è più niente”. 

Gli chiedo: perché non te ne vai? Perché non scappi come gli altri?

“Perché dovrei andare via”, mi risponde. “Questa è casa mia, io ho creduto nelle proteste, ho creduto nella rivoluzione, ho creduto in un futuro migliore e più giusto per la Siria. Ho creduto che sarebbe diventato un paese libero. Mi sono esposto, ho chiesto i diritti che non avevo. Ma la nostra rivolta è diventata un’altra cosa. È diventata la guerra più sporca che il mondo potesse immaginare. Se scappo vado incontro a una morta certa. Per chi come me è stato un attivista dal 2011, per chi non ha smesso mai, in questi cinque anni di chiedere diritti, non c’è possibilità di salvezza.”

Il cessate il fuoco per agevolare l’uscita dei civili da Aleppo est, annunciato giovedì scorso dal ministro degli esteri russo Lavrov, non si è mai verificato, dice Monther.

“I bombardamenti russi non si sono mai fermati, nemmeno quando il regime ci dava tregua”, racconta Monther. “I russi non hanno mai smesso, usando ogni tipo di arma: gas cloro, bombe al fosforo. Hanno un obiettivo chiaro: ucciderci e non salvarci. Hanno ottenuto quello che volevano, hanno convinto il mondo che ogni persona rimasta ad Aleppo, uomo, donna o bambino, sia un terrorista e che per questo debba essere ucciso, torturato, affamato. E l’hanno fatto con la complicità e il silenzio colpevole dei governi occidentali.

Secondo l’esercito siriano il 95 per cento di Aleppo sarebbe tornato sotto il loro controllo, mentre i russi sostengono che ribelli sarebbero responsabili di torture e abusi contro i civili. Dal canto loro le Nazioni Uniti hanno denunciato la scomparsa, nei giorni scorsi, di centinaia di uomini, mentre si recavano da Aleppo est alle aree della città sotto il controllo del regime.

Per chi, come Monther, vive nelle poche zone di Aleppo ancora sotto il controllo dei ribelli, la vita quotidiana è un dilemma: provare a scappare e salvarsi o affrontare ogni istante la paura della morte.

La testimonianza video di Monther (il pezzo prosegue dopo il video)


“Centinaia di uomini tra i trenta e i cinquant’anni sono scomparsi”, dice Monther. “Io ho perso quattro dei miei amici negli ultimi due giorni, che avevano deciso di scappare e di cui si sono perse le tracce. Il regime sa chi siamo e farà di noi quello che faceva prima della rivoluzione, quello che ha continuato a fare durante la guerra. Portarci in carcere. Torturarci. Ucciderci”.

“Ma io non ho paura: sono solo preoccupato per mia moglie e mio figlio, come faranno senza di me”, racconta Monther una vita fatta di paura e sacrificio.

Ha mangiato solo riso per settimane. La carne costa più di 40 dollari al chilo, il prezzo del pane e della farina è alle stelle. Suo figlio si nutre ancora di latte materno, ma Monther non vuole nemmeno pensare all’eventualità che lei lo finisca. Perché ad Aleppo il latte non c’è. Come non c’è acqua pulita e potabile.

Pochi giorni fa era la giornata mondiale dei Diritti umani. Monther è sceso in strada, ha girato un video tra le rovine di Aleppo.

“Le parole diritti umani non esistono ad Aleppo, sono un gioco. Parlare di diritti umani mi fa ridere, siamo animali. Non siamo esseri umani. Da almeno due anni siamo ignorati dalla storia. Da chi ha voluto vedere nella guerra siriana una guerra tra Assad e i terroristi. Tutti sanno, tutti vedono e nessuno ha fatto niente per noi. Avete assistito alla morte dei nostri figli, i nostri figli morti di fame. E non avete fatto niente. Ora possiamo solo resistere fino alla fine. È l’altra parte del mondo che avrebbe dovuto fare qualcosa per noi”.

Anche Rania vive ad Aleppo est. Ha quattro bambini e dice che di notte li fa dormire in due case differenti, così “e una bomba colpisce una casa e non l’altra, forse uno dei miei figli si salva.”

“Resterò a casa mia fino alla fine, non mi consegnerò nelle mani di chi ha ucciso la mia famiglia, mio marito, i miei amici”, spiega Rania, decidendo di non scappare. “Non farò passare alla storia il messaggio che Assad e i Russi ci hanno salvato”. Ad Aleppo tutti aspettano solo il proprio turno di morire.

Sotto le macerie uccisi dalle bombe. O di fame. “Moriremo di fame, ma non torturati dal regime. È una storia a cui abbiamo già assistito e io ho perso la mia famiglia per chiedere che non accadesse ancora”.