Il Messi di Baghdad
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Il Messi di Baghdad

Dal calcio al califfato: la storia di Abu Bakr al-Baghdadi, il leader dello Stato Islamico

22 Lug. 2014  

Il 21 giugno scorso, ai mondiali di calcio in Brasile, il centravanti dell’Argentina Lionel Messi ha segnato il gol vittoria sull’Iran. I complimenti sono giunti anche da tifosi inaspettati: un presunto gruppo di sostenitori dei militanti dell’IS (Stato Islamico), ex-ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della grande Siria), si è congratulato con Messi su Twitter.

Nonostante l’autenticità dell’account sia contestata, non c’è dubbio che i mondiali siano stati seguiti con grande attenzione dai memebri dell’organizzazione islamica che ha recentemente conquistato il potere in Iraq. I sostenitori dell’IS hanno sfruttato l’hashtag #WorldCup2014 per diffondere le notizie sulla loro avanzata e reclutare nuovi militanti.

Abu Bakr al-Baghdadi, leader del movimento, è un grande appassionato di calcio. Prima di diventare uno dei terroristi più ricercati al mondo, su cui pende una taglia da 10 milioni di dollari, al-Baghdadi era famoso per il suo talento come calciatore. Abu Ali, suo vecchio compagno di squadra, racconta al Telegraph che il leader dell’IS era uno dei migliori giocatori del quartiere, talmente forte da meritarsi il paragone con Messi.

Cosa lo ha portato dal campo di calcio a quello di battaglia? Nato a Samarra nel 1971, al-Baghdadi si trasferisce nella capitale irachena all’età di 18 anni. Consegue un dottorato in studi islamici e frequenta la moschea di Tobchi, un quartiere povero di Baghdad dove convivono sciiti e sunniti. Secondo alcuni report, al-Baghadi era un leader religioso, sostenitore di Saddam Hussein, mentre secondo altre testimonianze raccolte dal Telegraph si limitava a guidare le preghiere, senza essere un predicatore.

Tra il 1996 e il 2000 vive in Afghanistan con Abu Musab al-Zarqawi, un terrorista giordano salafita di origine palestinese ucciso nel 2006 in Iraq. Entrambi, uniti dall’odio per gli sciiti, collaborano con una comunità araba jihadista e con i talebani a Kabul. Baghdadi entra in stretti rapporti con Hamdullah Nomani, l’allora ministro dell’Educazione in Afghanistan ed ex sindaco di Kabul sotto il regime talebano.

Nel 2005 l’esercito USA lo reclude a Camp Bucca, un centro di detenzione nel sud dell’Iraq. Qui entra in contatto con un gruppo di jihadisti di al-Qaeda, movimento con il quale collaborerà prima della sua ascesa nell’IS. La figura di al-Baghdadi viene sottovalutata, almeno all’inizio. Veniva considerato un uomo “insignificante” rispetto gli altri jihadisti, dice Ahmed al-Dabash, fondatore dell’Esercito Islamico dell’Iraq, in un’intervista con The Telegraph. Nel 2009, quando la prigione di Camp Bucca chiude, al-Baghdadi viene rilasciato.

L’anno successivo, dopo la morte di Abu Omar al-Baghdadi, diviene il leader del gruppo terrorista ISI (Stato Islamico dell’Iraq), braccio ufficiale di al-Qaeda. Il movimento si era sviluppato già tra il 2000 e il 2002, sotto il nome di “Jama’at al-Tawhid wal-Jihad”, (Organizzazione del monoteismo e del Jihad). Era stato fondato proprio da Abu Musab al-Zarqawi, con il quale Abu Bakr aveva condiviso quattro anni in Afghanistan. Da questo gruppo di militanti nascerà poi l’ISIS o ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e della grande Siria o del Levante).

Nel giugno 2014 inizia l’avanzata dell’ISIS verso Baghdad: Mosul, Tikrit e la raffineria di Baiji sono le principali conquiste, dove le milizie di al-Baghdadi saccheggiano case, assaltano banche ed eseguono esecuzioni sommarie. Solo a Mosul sono stati rubati dalla banca cittadina più di 400 milioni di dollari e due elicotteri, oltre a varie armi.

Il 29 giugno al-Baghdadi annuncia la ricostituzione del califfato, che si estende da Damasco (Siria) al governatorato di Diyala (Iraq), e rinomina il movimento IS (Stato Islamico). L’uso del termine “califfato” rievoca l’istituzione nata per sostituire Maometto e mantenere una coesione sociale e religiosa della comunità islamica. Al-Baghdadi, autoprocalmandosi “califfo di tutti i musulmani”, ha decretato il suo potere religioso oltre che politico, mettendo da parte gli imam e i predicatori radicali, che si sono rifiutati di riconoscere la sua autorità.

Questa nuova versione del califfato non corrisponde a quella dell’antichità islamica, più tollerante e aperta al mondo. Violenza e ferocia, uso massiccio dei social media per la propaganda e un programma politico ben definito, basato sull’applicazione intransigente della legge islamica: sono queste le tre caratteristiche chiave dell’IS.

Alla base del successo c’è la politica fallimentare del premier iracheno sciita Nouri al-Maliki, che inimicandosi la popolazione sunnita ha favorito, all’interno di essa, un forte radicamento dell’IS. Il movimento ha riscosso grande successo anche in Siria, dove si è progressivamente allontanato da Jabath al-Nusra, organizzazione siriana legata ad al-Qaeda.

L’IS ha un sistema di auto-finanziamento molto simile alla Mafia, secondo quanto afferma Foreign Policy, basato anche sul contrabbando di ostaggi, sebbene sia plausibile che alcuni dei primi finanziamenti siano giunti dai paesi della penisola araba. L’organizzazione di al-Baghdadi disporrebbe attualmente di un budget di 2 miliardi di dollari e 15mila guerrieri, con una esperienza sul campo di circa 10mila operazioni militari.