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“I morti del Mediterraneo non chiedevano vendetta”: la lettera a Ousseynou Sy

Di Cristiana Mastronicola
Pubblicato il 21 Mar. 2019 alle 15:46 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 00:47
Immagine di copertina
Credit: Valerio Nicolosi

“Caro Ousseynou Sy, i morti del Mediterraneo non chiedono vendetta”. Inizia così il lungo post che Gabriele Del Grande – il giornalista che nel 2017 venne tenuto in stato di fermo dalle autorità turche al confine con la Siria per venti giorni – scrive all’attentatore di Crema che il 20 marzo scorso ha attentato alla vita di 51 bambini dando fuoco al pullman su cui viaggiavano.

Del Grande prende in prestito la drammatica di San Donato Milanese per affrontare un tema più grande: quello dell’immigrazione e della pace tra i popoli. “Di sangue innocente ne è già stato versato abbastanza. In fondo al mare giacciono i corpi di trentamila giovani uomini e donne annegati in questi anni. Centinaia di loro avevano la stessa età dei bambini che ieri hai tentato di uccidere. Chissà che a proteggere i ragazzini che avevi scelto come vittime non siano stati proprio i loro coetanei dal fondo del mare. Affinché altri padri e altre madri non dovessero versare quelle lacrime che i loro padri e le loro madri furono costretti a versare in lontane periferie arabe e sperduti villaggi africani quando appresero della prematura scomparsa dei figli. Il sangue innocente non si lava versando altro sangue innocente. Chi ha perso qualcuno di caro lo sa. Una cosa però i morti del Mediterraneo a noi vivi continuano a chiederla. Ed è di trasformare quello che è diventato il loro cimitero a cielo aperto in un mare di pace”, scrive ancora Del Grande.

E continua: “Per farlo, potremmo cominciare chiedendo all’UE di riscrivere le regole sui visti in modo da far viaggiare in aereo, con le carte in regola e la garanzia di una casa e un contratto, chi oggi rischia in mare la vita. Potremmo chiedere all’Italia una sanatoria per i centomila richiedenti asilo a rischio diniego che così potrebbero finalmente cercarsi un lavoro anziché essere mantenuti nelle accoglienze a carico dei contribuenti. Potremmo infine evacuare le prigioni finanziate dall’UE in Libia dove sono rinchiusi decine di migliaia di africani arrestati lungo la rotta. Potremmo ma non basterebbe. Perché sarebbero soltanto delle concessioni fatte comunque in un rapporto di subalternità”.

“No, pace significa molto di più. Pace significa condividere un futuro comune. E i nostri popoli non condivideranno alcun futuro comune fin quando i nostri governi continueranno a sostenere in Africa regimi liberticidi e corrotti in cambio di tornaconti economici e partite militari. Regimi ai cui occhi le vite dei loro stessi concittadini morti a migliaia nel Mediterraneo o detenuti in condizioni disumane in Libia valgono meno di niente”, si legge ancora nel post del giornalista.

“E allora forse dovremmo ricominciare da lì. Dalle piazze della protesta contro quei governi corrotti. Le rivolte di popolo che da settimane scuotono l’Algeria di Boutefliqa e il Sudan di Bashir indicano una direzione, così come il nuovo corso riformista dell’Etiopia di Abiy Ahmed e più in generale tutti i dati di crescita economica del continente. Di là dal mare, pur fra mille contraddizioni e difficoltà, c’è una generazione in fermento. È la stessa che nel 2011 scosse il mondo arabo e che ancora oggi paga il fallimento di quella stagione soffocata da repressione, movimenti islamisti e guerre per procura. È una generazione che parla di futuro e che ci interpella”, aggiunge Del Grande.

“E allora se i morti del Mediterraneo potessero parlare forse ci chiederebbero proprio questo. Di condividere le lotte e non i lutti, il futuro e non le origini. Di camminare mano nella mano sulle due rive del cimitero Mediterraneo affinché il nostro mare, dopo secoli di odio, torni ad essere uno spazio di pace, di giustizia, di occasioni, di libera circolazione. Un mare dove nessuno debba più buttare la vita per inseguire la propria dignità”, scrive in conclusione il giornalista.

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