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Il mio ricordo di Aleppo

Il fotoreporter Giulio Tonincelli ricorda la giornata che ha trascorso ad Aleppo nel 2013 e l'incontro con Khaled, un ribelle che gli ha fatto da guida nella città

Di TPI
Pubblicato il 21 Dic. 2016 alle 16:37
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Era il 30 aprile 2013. C’era aria di festa. Un intenso rumore di rane e in lontananza gli schiamazzi dei bambini accompagnarono la nostra camminata. Una volta attraversato il confine ci face salire in auto. Un’auto come tante, non ricordo di che marca fosse. Eravamo in quattro e io mi sedetti dietro.

Percorremmo strade buie e viuzze sterrate di campagna. Chiacchierarono parecchio i miei compagni di viaggio, di cose a me per lo più incomprensibili.

Khaled era apprensivo e passò molto tempo al telefono con la moglie che lo stava aspettando a casa con il figlio piccolo. Durante il percorso dal confine a casa sua facemmo diverse soste: i soliti controlli di routine, viaggiando con certa attrezzatura capita spesso.

Impiegammo circa un paio d’ore e una volta raggiunta la meta, un piccolo villaggio a nord della grande città, facemmo l’ultima tappa per lasciare il fratello Wael che avremmo rivisto solo il giorno dopo. Infine arrivammo davanti all’ingresso di una villetta, ad attenderci il nipote, che aprì il cancello senza esitare.

Una volta entrati Khaled mi presentò la moglie che reggeva in grembo un piccolo che avrà avuto a dir tanto un anno, poi mi fece fare un giro della casa. Ci teneva a farmi conoscere tutte le stanze, comprese quelle al piano di sopra, alcune con una vista mozzafiato.

Nessuna finestra aveva vetri ma alcune tende, così da poter godere di un po’ d’aria notturna. Faceva caldo.

Una volta scesi in soggiorno ci stravaccammo sul divano: la casa era bella e accogliente, in tv passava “il Gladiatore” e, tra una boccata e l’altra di narghilè, potemmo ammirare anche lo spettacolo delle stelle cadenti che quella notte solcarono il cielo numerose sopra le nostre teste.

Seppur l’agitazione dell’essere in un posto sconosciuto con nuovi amici mi invitasse a rimanere sveglio, troppo stanco, decisi di ritirarmi nelle mie stanze. Trascorsi una tra le notti più intense della mia vita in questa bellissima camera con un enorme letto a baldacchino e un geco sul muro a farmi compagnia. Fu una notte di festa e nei villaggi circostanti i botti proseguirono fino all’alba. Non fu certo il non avere vetri che rendessero tenui i rumori esterni alle finestre che rese il mio sonno altalenante.

— Guarda anche: Sopravvivere in Siria, il fotoreportage di Giulio Tonincelli

La mattina di buon ora Khaled venne a svegliarmi. Avremmo avuto un’intensa giornata davanti a noi e, per cominciare al meglio, mi preparò un’abbondante colazione. Credo fosse una specie di piadina con formaggio, ed ovviamente ottimo tè, come si usa fare da queste parti.

Era una splendida giornata di sole e Khaled volle rendermi partecipe delle mansioni che quotidianamente svolgeva, oltre a quelle lavorative.

Era entusiasta e ansioso, quasi fosse un bambino che mostra orgoglioso i nuovi giocattoli al suo migliore amico. “Giulio”, mi chiamava, mostrandomi un albero colmo di fiori e facendomi cenno di annusarli per poi correre dall’altra parte del giardino invitandomi a palpeggiare i frutti di un altro albero, quasi non ci credesse manco lui al fatto di poterli toccare con le proprie mani.

Era un sognatore Khaled, così sensibile alle piccole cose della vita a cui dava un valore inestimabile. Cose d’altri tempi. Mi portò anche nell’orto ed innaffiando qua e là cercò di spiegarmi le diversità delle colture che stava curando.

Una volta finito questo rito quotidiano, salimmo in auto e ci dirigemmo verso la grande città che ci aspettava vogliosa di raccontare storie alle mie orecchie curiose di straniero.

Prima di tutto ciò passammo a prendere il fratello, che mi seguì per l’intera giornata quasi fosse la mia guardia del corpo. Mi fece sentire importante.

Visitammo molti luoghi tra cui una scuola rimasta aperta per l’occasione, dove potemmo ammirare murales e dipinti di ogni sorta. Un ospedale, con a capo un ragazzotto di 22 anni, non ancora laureato. Poi vari quartieri in cui parlammo con le persone e dove incontrammo riversati per le strade un’infinità di bambini che si agitavano eccitati ogni qualvolta si sentisse il rumore di un aereo.

Il primo maggio, è sempre stata una festa del popolo. Anche il pranzo fu popolare. Ci fermammo a una bancarella sul ciglio di uno stradone e Khaled ci offrí delle buone focacce. Non avevamo tempo da perdere, avremmo dovuto visitare altri quartieri e scoprire anche gli angoli nascosti della città, come un’ex stazione della polizia diventata un circolo privato di cui lo stesso Khaled faceva parte. Era talmente segreto che non ebbi nemmeno il permesso di fotografarla al suo interno.

Il bello di avere amici ‘local’ è che possono farti percepire la realtà sotto differenti punti di vista, rispetto ai racconti di massa.

Peccato aver avuto così poco tempo da sfruttare in questo contesto.

Il sole andava pian piano stancandosi assumendo colorazioni sempre più aranciate, questo ci fece capire che sarebbe giunta l’ora di tornare verso casa.

Il giorno dopo avrei avuto un impegno inderogabile, quindi prima di sera mi ero ripromesso di giungere sul confine. E così facemmo.

Le strade che uscivano dalla città costeggiavano immensi campi di papaveri in fiore. Riuscimmo a comprarci della frutta da un ambulante per addolcire il viaggio di ritorno. Riportammo a casa il fratello e proseguimmo verso nord.

— Leggi anche: Tutte le tappe del conflitto siriano dal 2011 a oggi

Giunti al confine fu tempo di abbracci e saluti. L’unica cosa che riuscii a fare per sdebitarmi almeno in parte di questo “twentyfour hours tour” fu di dare trentacinque dollari a Khaled per la benzina; provai a darne qualcuno in più come gesto di gratitudine, ma lui fu irremovibile: non uno di più. Non volle più di quel che aveva consumato. Un uomo d’onore, come pochi ormai oggigiorno.

Prima di lasciarci mi regalò il suo braccialetto e mi chiese di tornare a trovarlo portandogli in dono la bandiera italiana. Prima che il sole calasse attraversai il confine senza problemi e il giorno dopo, 2 maggio 2013, rimisi piede nel mio paese.

Poco importa se i miei occhi da quasi trentenne mi fecero chiaramente percepire che le scie luminose che quella notte squarciarono il cielo nei dintorni di Aleppo non erano certo stelle per cui esprimere desideri.

L’unica visione sognante che rimane tutt’ora invariata ai miei occhi è la figura di Khaled: un ribelle anti Assad che credeva nella rivoluzione e portò avanti i suoi ideali combattendo il regime senza mai dimenticarsi del suo piccolo orto.

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