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Il vero volto della violenza

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Un fotografo americano ha raccolto i ritratti e le storie di diversi sopravvissuti a sparatorie, e ai famigliari delle vittime, negli Stati Uniti

Il fotografo statunitense Joe Quint, che vive e lavora a Brooklyn, New York, ha raccolto le storie e i ritratti fotografici di alcuni famigliari delle vittime di sparatorie negli Stati Uniti, e di diversi sopravvissuti. 

L’obiettivo del progetto, che si chiama It Takes Us – Faces of Gun Violenceè sensibilizzare il pubblico sul tema delle armi da fuoco e la facilità con cui è possibile detenerle, considerato dal fotografo un grave problema della società americana. 

Quint, inoltre, spera di incoraggiare numerose persone non solo a prendere una posizione al riguardo, ma anche a fare qualcosa di concreto per cambiare la situazione – e la legislazione – statunitense. 

“Ero sempre più frustrato dalla mia inerzia – la mia, e quella del mio Paese. Non potevo più limitarmi a dire quanto sia importante trovare un modo per ridurre le oltre 32mila insensate, prevedibili ed evitabili morti di ogni anno” scrive Quint sul suo sito, riferendosi alle morti annue causate da colpi di arma da fuoco negli Stati Uniti.

“Non potevo più limitarmi firmare petizioni o – peggio ancora – mettere Mi piace a una pagina Facebook e convincere me stesso di aver fatto il mio dovere. Soprattutto, non potevo più rimanere sorpreso in seguito all’ennesima tragedia nazionale, e chiedermi che cosa bisognasse fare per migliorare la nostra società”. 

“È stato a quel punto che ho capito che c’è bisogno di tutti noi. Non possiamo permetterci di aspettare che qualcun altro si faccia avanti e risolva questa epidemia. Dobbiamo tutti impegnarci, dobbiamo tutti fare qualcosa, nel modo più congeniale alle nostre abilità, ai nostri talenti e alle nostre passioni”.

Queste sono alcune delle testimonianze dei sopravvissuti alle sparatorie e di alcuni famigliari delle vittime.

“Recentemente, ero seduta di sera fuori in giardino, e Peter se n’è accorto. È scomparso per un paio di minuti e poi è tornato con alcune candeline avanzate da un compleanno. Le ha messe in una specie di tazza riempita di terra e le ha accese. Poi è venuto da me, mi ha abbracciata forte e ha cominciato a dirmi “Mamma ti prego, non piangere. Sta bene. Lui… Nicholas sta bene. È un angelo adesso. Può volare. Sta bene, davvero.” 

Ricordando il momento in cui ha dovuto identificare il corpo di sua figlia, uccisa in una sparatoria alla Northern Illinois University, Eric ha detto: “È uscito da me un suono che non voglio sentire mai più”.

Hanno sparato ad Atiff e a suo nipote Troy durante una rapina. Troy, che è stato colpito una volta sola, è morto sul colpo. Atiff invece è sopravvissuto a 15 proiettili, ma è rimasto paralizzato dal collo in giù. Sua moglie Carissa si occuperà di lui per tutta la vita. 

Sheila non scoprirà mai perché hanno ucciso suo figlio Pierre Paul Jean-Paul Junior, fuori da un ristorante cinese, una sera. Lucy, invece, sa perché un uomo ha sparato a suo figlio Jordan: si sentiva minacciato dalla sua musica ad alto volume. 

La notte di capodanno di circa 15 anni fa, Joe è stato ferito da un proiettile che ha ancora in testa. Oggi, dopo 60 operazioni chirurgiche, è su una sedia a rotelle, e soffre di continue emicranie. 

Herman soffre di disturbo post traumatico da stress da quando suo figlio, dopo essere stato colpito da un’arma da fuoco, è morto tra le sue braccia. 

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