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Insegnare a Gaza sotto le bombe

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Il reportage di Bianca Senatore dalla Striscia di Gaza sulla formazione degli insegnanti palestinesi per combattere i disturbi da stress post-traumatico

La piuma resta in equilibrio perfetto sulla mano di Mahmoud, nonostante la brezza del mare. Sembra facile, ma in realtà ci vuole una certa concentrazione per camminare senza farla cadere ed è proprio quello lo scopo dell’esercizio: mantenere l’attenzione costante, respirare, far scorrere i pensieri uno dietro l’altro, senza nessun turbamento esteriore. 

Mahmoud ci riesce perfettamente, perché in realtà l’ha fatto altre volte, ma oggi ha dovuto spiegare agli altri del gruppo a cosa serve passare cinque o dieci minuti reggendo una penna di struzzo in bilico sul palmo della mano. 

Mahmoud Ibaid è uno psicologo specializzato in traumi ed è il tutor di uno dei corsi di formazione che gli insegnanti di Gaza stanno seguendo per imparare a gestire l’ansia cronica dovuta alle difficili condizioni di vita.

Nella Striscia non c’è lavoro, non c’è libertà di movimento e, soprattutto, il timore di nuovi attacchi aerei è sempre lì accucciato, pronto a immobilizzare.

La guerra di Israele, l’operazione Margine Protettivo, ha lasciato sul campo oltre duemila morti e chi è scampato ai raid ha conservato cicatrici molto difficili da sanare.

I casi di disturbi da stress post traumatico (Ptsd), infatti, sono aumentati più del doppio e non solo tra i più piccoli. Se è vero che, secondo lo psicologo Hasan Zeyada, il 35/40 per cento dei bambini di Gaza soffre di Shell-shock, i numeri salgono ulteriormente negli adulti.

Per Fadel Ashor, psichiatra di Gaza City, solo nella sua clinica ci sono circa 200mila pazienti affetti da disturbo post traumatico che non hanno molte risorse per superarlo e allora si affidano agli antidolorifici, da cui poi diventano dipendenti. Tra loro ci sono anche molti insegnanti.

“I docenti spesso devono gestire i sintomi degli studenti – spiega Mahmoud – ma sulle spalle hanno anche le proprie ansie e quindi il carico è doppio. Il rischio di crolli psichici, in questi casi, è molto alto”.

Ecco perché il ministero della Salute di Gaza, per la prima volta, ha deciso di organizzare dei seminari specializzati nel trattamento della mente e del corpo che aiutano a superare lo shock.

“Ci sono vari metodi d’intervento – racconta Mahmoud – sia psicoterapeutici che cognitivo-comportamentali, ma noi qui stiamo sperimentando un’altra tecnica, l’Emdr, Eye Movement Desensitization and Reprocessing, che consiste nell’attivare entrambi gli emisferi del cervello attraverso una stimolazione di tipo visivo, tattile o acustico proprio durante la rievocazione dell’evento traumatico”.

Stendersi per terra a colorare, respirare lentamente e con gli occhi chiusi su una sedia, lanciare palloncini, ascoltare musica, gestire movimenti in equilibrio. All’inizio qualcuno è perplesso e pensa sia uno scherzo, ma Mahmoud spiega che sono tecniche molto utili. E così, esercizio dopo esercizio, parlando e condividendo le paure, gli insegnanti vengono coinvolti dall’esperienza e seguono ogni attività con il massimo impegno.

“Disegnare su un foglio bianco con delle matite colorate è un’attività che permette di scaricare la tensione, ma al tempo stesso impone di concentrarsi per non uscire fuori dai margini della figura – spiega lo psicologo – Alcuni hanno difficoltà, ma di ora in ora le tensioni si alleviano”.

Anche giocare con un palloncino non è semplice come si pensa. Averlo tra le mani mentre si parla delle proprie paure e non stringerlo fino a scoppiarlo diventa l’obiettivo di un’intensa sessione di lavori. 

Per sei giorni, gli insegnanti hanno ripetuto questi esercizi aggiungendo sempre un ulteriore elemento di difficoltà. Se all’inizio la piuma di struzzo era in equilibrio sulla mano, già al terzo giorno la base d’appoggio diventava la punta del naso.

“Alla parte fisica si abbina sempre la parte introspettiva – puntualizza Mahmoud – e si va sempre più a fondo, da un lato per estirpare il male, dall’altro per gestirlo in maniera sana”.

Alla fine del training ogni docente riesce ad essere consapevole del proprio dolore e del metodo per affrontarlo. In questo modo si impara anche a capire quello degli altri e a guidarlo verso un porto più sicuro.

“È stato faticoso, ma anche molto utile. È stato un po’ come andare a fare una vacanza, solo che non è stato il corpo a sentirsi alleggerito, ma l’anima” – racconta Rami, insegnante di 34 anni.

Durante il corso, tra una pausa e l’altra, è stata più volte ripetuta una frase, che è diventata il mantra di tutto il gruppo: “esistere è resistere, resistenza è resilienza”.

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