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Nani, trans, reietti della società: le foto dei “mostri” americani che sconvolgevano il pubblico negli anni ’60

Un elogio alla diversità, una propensione naturale rivolta a ciò che la società del tempo denigrava, forse temeva, e rifiutava

Di Francesca Moriero
Pubblicato il 18 Gen. 2018 alle 18:11 Aggiornato il 7 Mar. 2018 alle 00:34
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Diane Arbus, rivoluzionaria fotografa americana, nacque il 14 marzo 1923 a New York da una ricca famiglia di origini russe.

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Fin da piccola si mostrò brillante e combattiva verso i dogmi morali imposti dalla società, tanto che a soli 18 anni si sposò.

La famiglia non appoggiò mai la sua decisione, ma Diane, proprio insieme e grazie a suo marito Allan Arbus, si avvicinò al mondo della fotografia, iniziando dopo pochi anni a fotografare i soggetti da lei preferiti, gli emarginati, persone con anomalie fisiche, con disturbi di mente o lineamenti particolari.

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Nani, giganti, deformi e ancora nudisti, artisti circensi, barboni, prostitute, transessuali, scioccarono immediatamente il pubblico suo contemporaneo tanto da soprannominare la Arbus ”fotografa di mostri”.

Le sue istantanee furono fin da subito esposte al MoMA di New York e spesso imbrattate dagli sputi dei visitatori poiché ritenute scandalose e ripugnanti. Negli anni sessanta ricevette due borse di studio dalla Fondazione Guggenheim e successivamente insegnò fotografia in molte scuole a New York e Amherst.

Nella società del dopoguerra, secondo Diane i cosiddetti “freaks” (mostri) avevano diritto ad avere voce e dignità; così le sue fotografie non li immortalavano ne consideravano più come fenomeni da baraccone o scarti della società, ma li resero veri e propri protagonisti della scena.

Vennero di conseguenza capovolti anche i ruoli tra lo spettatore e l’emarginato: a restare nella condizione di imbarazzo e di disagio fu il pubblico, di fronte alla realtà drammatica del mondo, non più quindi i reietti.

Il progetto della Arbus era caratterizzato dal motto: “She come to them”, letteralmente “lei va da loro”.

Effettivamente era proprio questo che contraddistingueva il lavoro rivoluzionario della fotografa statunitense: non soltanto la scelta anti-convenzionale di questa categoria di persone, ma l’approccio umano che ricercò e i rapporti familiari e quasi intimi che riuscì a stabilire con i suoi soggetti, giudicati dalla società come patetici e inutili, ma che Diane ritenne sempre degni di rispetto e considerazione.

Malata di depressione, Diane Arbus perse poi interesse per la fotografia, e sentendosi oppressa dal successo si suicidò il 26 luglio 1971, ingoiando sedativi e tagliandosi le vene.

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