Covid ultime 24h
casi +20.709
deceduti +684
tamponi +207.143
terapie intensive -47

La rabbia di un rifugiato siriano bloccato in Grecia nei disegni di Alaa Dukhan

TPI ha contattato Alaa, 30 anni di Homs, per farsi spiegare come mai ha scelto di esprimersi e raccontare il limbo in cui si trova usando una semplice matita

Di TPI
Pubblicato il 11 Dic. 2016 alle 12:02
0

Ci sono molti modi di raccontare la guerra civile siriana, l’incubo in cui si dibattono i siriani rimasti nel loro paese e il limbo in cui vivono quelli che la Siria l’hanno lasciata.

Da sempre l’uomo si esprime attraverso il mezzo che gli è più congeniale, e nel caso della rivoluzione siriana molti hanno scelto diverse forme d’arte: dai finger puppets di Masasit Mati (la cui serie Top Goon: Diaries of a Little Dictator è disponibile su YouTube), ai diari di prigionia di quanti hanno conosciuto le carceri del regime, ai fumetti di Juan Zero. E se vi interessa l’argomento del ruolo dell’arte nella Siria della guerra civile, un’ottima lettura è Syria Speaks: Art and Culture from the Frontline.

Le infinite interconnessioni di Facebook permettono di inciampare in artisti sconosciuti, talmente sconosciuti che non sanno essi stessi di essere artisti.

È così che ci siamo imbattuti in Alaa Dukhan. TPI lo ha contattato, incuriosito dai suoi disegni a matita, lavori di un’immediatezza e di una forza rara che non hanno quasi bisogno di didascalia.

Dukhan non ha lasciato la Siria per via della guerra, come hanno fatto molti suoi compatrioti dopo il marzo del 2011, ma prima. Tre mesi prima, per l’esattezza.

“Sono nato a Homs, nella Siria centrale, 30 anni fa. La mia è una famiglia numerosa, perciò ho dovuto lasciare la Siria per via della mancanza di opportunità economiche”, racconta Dukhan. “Sono andato in Arabia Saudita e per due anni e mezzo ho fatto il venditore”.

“Sono tornato in Siria, ma ormai la situazione era impossibile e così sono partito per l’Egitto. Ho lavorato lì circa un anno, un anno e mezzo, ma anche in Egitto la situazione era instabile. Allora ho deciso di andare in Turchia”.

Dalla Turchia, Dukhan mandava denaro alla sua famiglia rimasta in Siria, perché potesse raggiungerlo e infine, finalmente riuniti, si sono imbarcati come tanti su un gommone e sono approdati in Grecia.

Da quel momento la storia di Dukhan somiglia a quella di migliaia di altri siriani: vite sospese, in attesa.

Dukhan ha sempre disegnato: copiava immagini, copiava fotografie, ma non produceva nulla di suo. Finché un giorno, provato dalla vita nei campi profughi dove le tende sono roventi d’estate e gelide d’inverno, dove i servizi sono un miraggio, dove se piove il fango sommerge le esistenze, il padre ha avuto un infarto.

Solo allora Dukhan si è come risvegliato, ha ottenuto finalmente l’attenzione dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) che li ha trasferiti in un appartamento di Salonicco e ha cominciato a disegnare il proprio dolore, la propria frustrazione, la propria rabbia. Questo è stato il suo primo disegno:

(Per gentile concessione di Alaa Dukhan. L’articolo prosegue sotto l’immagine)

Ne sono seguiti molti altri. Che raccontano non solo la Siria ma anche l’esperienza personale di Dukhan e della sua famiglia.

Ci racconta di aver fatto richiesta per il programma di ricollocamento. Hanno sostenuto il primo colloquio il 14 luglio scorso e dopo quasi cinque mesi nessuno gli ha fatto sapere a che punto è il processo di esame della loro domanda.

Dukhan si è recato il 7 dicembre all’ufficio Unhcr. “Ho avuto una discussione accesa con gli impiegati. Volevo sapere perché dopo cinque mesi siamo ancora qui. Perché se so che altre famiglie sono state trasferite dopo soli tre mesi. Non hanno saputo rispondermi. Ho scoperto che la nostra documentazione è stata inoltrata solo il 30 settembre, più di due mesi e mezzo dopo il colloquio”.

Questo disegno non ha bisogno di ulteriori spiegazioni:

(Per gentile concessione di Alaa Dukhan. L’articolo prosegue sotto l’immagine)

Ce ne sono diversi che hanno catturato la nostra attenzione e indotto a chiedere a Dukhan di spiegarceli, come quello di un mondo che marcisce, un mondo ormai scaduto: “Tutta la distruzione – Aleppo bombardata, i bambini siriani che hanno perso braccia e gambe -, tutto questo dolore che merita solo un like o un commento su Facebook ci fa capire che la solidarietà del mondo è falsa, perché se al mondo importasse davvero, non saremmo a questo punto”.

(Per gentile concessione di Alaa Dukhan. L’articolo prosegue sotto l’immagine)

Ce ne sono due la cui interpretazione è meno immediata. Una luna nella quale è iscritto in calligrafia araba il nome di Muhammad, Maometto il profeta dell’islam, e un’altra che rappresenta delle chiavi che piovono dal cielo.

Dukhan è un credente, di fede musulmana. Ci ripete una frase sulla quale altri musulmani prima e dopo di lui provano a insistere: “I veri musulmani non uccidono. Se uccidono non sono musulmani”. Sta parlando dell’Isis, certo, ma non solo. Sta parlando di tutti quelli che uccidono dimenticando che il fondamento di tutte le religioni, a suo modo di vedere, è proprio non uccidere.

Ma la verità è che Dukhan ha perso fiducia nell’uomo e nelle sue istituzioni e non gli rimane che la fede in dio e nel suo profeta. Ecco perché Muhammad diventa la luna, una luce che guida le persone nella notte. Ed ecco perché le chiavi, le soluzioni ai problemi dell’uomo, piovono dal cielo.

(Per gentile concessione di Alaa Dukhan. L’articolo prosegue sotto l’immagine)