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Dove dormono i bambini siriani

Il fotografo svedese Magnus Wennman ha seguito i bambini siriani e le loro famiglie per raccontare le loro storie

Di TPI
Pubblicato il 19 Nov. 2015 alle 11:56
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Il fotografo svedese Magnus Wennman, vincitore nel 2007 e nel 2010 del World Press Photo Awards – il più prestigioso concorso di fotogiornalismo – ha pubblicato una serie di immagini dal titolo Dove dormono i bambini, in cui mostra ciò che sta accadendo ad alcuni minori siriani in fuga verso l’Europa per scappare dalla guerra civile.

“Il conflitto e la crisi in Siria possono essere difficili da comprendere per il resto del mondo”, ha detto il fotografo in un’intervista alla Cnn. “Non è invece difficile che ogni bambino ha bisogno di un rifugio sicuro. Questi bambini hanno perso la speranza”, ha aggiunto Wennman.

L’ascesa dell’Isis e il conflitto civile siriano hanno costretto oltre 10 milioni di persone a lasciare le proprie case dal 2011. La guerra in Siria, che va avanti da oltre quattro anni, ha finora causato la morte di 250mila persone. Per questo Wennman ha deciso di seguire i luoghi dove i bambini siriani e le loro famiglie si sono rifugiati, e ha raccontato le loro storie.

Lamar ha dovuto lasciare nella sua casa di Baghdad le sue bambole, il trenino giocattolo e la palla, dopo che una bomba è esplosa vicino a dove abitava. Lei e la sua famiglia in quel momento erano fuori casa, a fare la spesa. Non era più possibile vivere lì, ha detto la nonna di Lamar, Sara. Dopo due tentativi di attraversare il Mediterraneo partendo dalla Turchia su un piccolo gommone, sono riusciti ad arrivare al confine più vicino con l’Ungheria. Oggi Lamar dorme al gelo su una coperta nella foresta.

Abdullah ha una malattia del sangue. Dorme spesso fuori dalla stazione centrale di Belgrado. Ha visto uccidere sua sorella nella loro casa a Daraa, in Siria. “È ancora sotto shock e ogni notte ha gli incubi”, ha raccontato sua madre. Abdullah è stanco e malato, ma sua madre non ha i soldi per comprargli le medicine di cui avrebbe bisogno. 

Moyad, 5 anni, e sua madre avevano bisogno di comprare della farina per fare una torta di spinaci. Mano nella mano, si erano incamminati verso il mercato a Daraa, in Siria, passando davanti a un taxi in cui qualcuno aveva piazzato una bomba. La madre di Moyad è morta sul colpo. Il bambino è stato trasportato in aereo in Giordania. Ha ancora le schegge dell’esplosione in testa, nella schiena e nel bacino.

Walaa, 5 anni, vorrebbe andare a casa. Aveva una camera tutta per lei ad Aleppo, racconta. A casa non piangeva mai, ma ora, nel campo profughi, piange ogni notte. Era calato il sole quando è avvenuto l’attacco. Durante il giorno, sua madre spesso costruisce una piccola casa con dei cuscini, per farle capire con un gioco che non c’è niente da temere.    

Maram era appena tornata a casa da scuola quando un razzo ha colpito la sua casa. Un pezzo di tetto le è caduto addosso provocandole un trauma cranico. Sua madre l’ha portata in un ospedale da campo. Da lì la bambina è stata trasportata in Giordania, con un’emorragia cerebrale. Per i primi 11 giorni, Maram è rimasta in coma. Ora è sveglia, ma ha la mascella rotta e non può parlare.

Shehd ama disegnare. Ultimamente tutti i suoi disegni però hanno per oggetto le armi. “Le vede tutto il tempo, sono ovunque”, spiega la madre quando la bambina si addormenta per terra oltre il confine ungherese chiuso. La famiglia ha avuto difficoltà a trovare cibo durante il viaggio verso l’Europa. Ci sono stati giorni in cui ha dovuto accontentarsi di mele colte dagli alberi lungo la strada.

Shiraz, 9 anni, aveva tre mesi quando le è stata diagnosticata la poliomelite. Il medico ha consigliato ai genitori di non spendere troppo denaro in medicine perché sarebbe morta molto presto. Poi è arrivata la guerra. Sua madre, Leila, piange quando descrive come ha avvolto la bambina in una coperta e l’ha portata oltre il confine verso la Turchia. Shiraz, che non può parlare, ha ricevuto una culla di legno nel campo profughi. Lei ora si rimane lì. Giorno e notte.

Juliana e la sua famiglia hanno camminato due giorni attraverso la Serbia. Si tratta solo dell’ultima fase di una fuga iniziata tre mesi prima. La bambina dorme per terra mentre la madre la copre con uno scialle. A pochi metri da loro, il flusso di migranti in cammino verso l’Europa continua a scorrere senza sosta. 

Fara, 2 anni, ama giocare a calcio. Suo padre cerca di costruirle palloni accartocciando quello che trova, ma questi giocattoli non durano molto. Ogni sera l’uomo dà la buona notte a Fara e all’altra figlia Tisam, di 9 anni, nella speranza di poter comprare loro un pallone vero un giorno. Tutti gli altri sogni che ha al momento gli sembrano irraggiungibili. 

Amir, 20 mesi, è nato rifugiato. Sua madre, Shahana, crede che sia rimasto traumatizzato quando ancora si trovava nel grembo materno perché non ha mai iniziato a parlare. Nel tendone dove ora la famiglia vive, Amir non ha giocattoli, ma si diverte con tutto quello che gli capita tra le mani. “Ride molto, anche se non parla”, ha detto Shahana. 

Ralia, 7 anni, e Rahaf, 13 anni, vivono per le strade di Beirut. Vengono da Damasco, dove una granata ha ucciso la loro madre e il loro fratello. Insieme al padre dormono per strada da un anno. Si stringono vicini insieme in alcune scatole di cartone. Quando Rahaf dice che ha paura dei “cattivi ragazzi” che ci sono in giro, Ralia inizia a piangere.

Ahmad era a casa quando una bomba l’ha distrutta. Un proiettile l’ha colpito alla testa, ma è riuscito a sopravvivere. Suo fratello minore non ce l’ha fatta. Rimasti senza un rifugio, Ahmad e la sua famiglia sono dovuti fuggire. Ora dorme insieme ad altre migliaia di rifugiati sull’asfalto dell’autostrada che porta alla frontiera ungherese.

Ahmed si addormenta sull’erba dopo mezzanotte, mentre gli adulti intorno a lui stanno ancora pianificando come muoversi per uscire dall’Ungheria senza essere registrati dalle autorità. Ahmed ha sei anni e trascina da solo la sua borsa lungo i tratti percorsi a piedi dalla sua famiglia. “È coraggioso e piange solo qualche volta di sera”, ha commentato suo zio, che si prende cura di lui da quando suo padre è stato ucciso nel loro paese d’origine, Deir ez-Zor, nel nord della Siria.

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