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Questa serie tv sullo Yemen è il perfetto esempio del narcisismo e della superbia dell’uomo bianco verso il Medio oriente

Di Laura Silvia Battaglia
Pubblicato il 27 Lug. 2019 alle 12:30 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 20:32

Metti un ex soldato inglese in Yemen, con turbante e jallabia, inventati un finto trafficking al confine tra Oman e Yemen, e fallo orchestrare da un fantomatico criminale somalo (quindi ovviamente uno sporco negro).

Aggiungi una musica in sottofondo alla Lawrence d’Arabia, (una schifezza con base elettronica simil-modale tutta mezzi toni che nessun musicista che si rispetta abbia mai prodotto nelle orchestre di Baghdad) e shakera il tutto con un trailer epico dove la voce cavernosa recita: “Questo è un viaggio nella sabbia/terribilmente caldo/. Un viaggio nella guerra”.

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Questa è “Arabia” di Lewison Wood, il peggior travel-show che Discovery Channel abbia mai partorito e che grida vendetta, nell’ordine: a tutti i format televisivi simili; a tutti coloro i quali sono entrati o hanno anche vissuto nello Yemen in guerra legalmente, sottoscritta compresa; agli yemeniti, ai somali e agli arabi tutti; agli spettatori; al buonsenso; e, infine, al povero storico e intellettuale Edward Said che si è battuto per anni contro l’orientalismo occidentale, per poi ritrovarselo qui vivo, vegeto, incarnato nel belloccio Wood e impacchettato in forma di serie televisiva post-moderna.

L’antefatto è questo: Discovery lancia una nuova serie tv in cui il fascinoso barbuto Lewison si introduce in Paesi in guerra che ci fa scoprire grazie alla sua capacità esplorativa ai limiti del pericolo. Così lo vediamo in barca sulle paludi irachene, rilassato e felice; poi stanco e provato, trascinante un cammello che rumina sulle dune del deserto tra Yemen e Oman.

Poi lo apprezziamo in tuxedo ospite di talk show americani che magnificano il suo coraggio, in cui donne urlanti gli svengono dietro. E ci chiediamo: ma ci è o ci fa? Ma davvero? Davvero è possibile prendere in giro tutti questi telespettatori spacciando un viaggio – che certo facilissimo non è ma che non è impossibile – per un’impresa ai limiti dell’illegalità? Per giunta con una troupe di stranieri che lo accompagnano, composta da almeno quattro persone?

Prima di noi se l’è chiesto anche TRT world, l’emittente all-news turca, che ha giustamente rilasciato un video critico nei confronti di Wood, un video che potete vedere qui.

E gli aspetti macroscopici della polemica – proseguita anche sui social media – sono due e corrispondono  a due domande: per quanti anni ancora dovremo sopportare ricostruzioni simili, dove uomini bianchi – ovviamente vicini al mondo militare americano o ex servizi segreti di sua Maestà – si introducono in un Paese del Medio Oriente cioè “nel caos” per antonomasia con l’obiettivo del tutto pretestuoso di dimostrare l’inesistenza della raccolta differenziata o l’uso diffuso, per la popolazione, delle ciabatte al posto delle scarpe allacciate?

Per quanto tempo ancora dovremo pendere dalle labbra di codesti furbi per vedere in televisione luoghi dove in pochi al mondo vanno ma che non sono stati di certo attraversati da un unico essere umano che gioca il ruolo dell’Indiana Jones del Terzo millennio (e passi se fosse stata la luna dove comunque hanno messo piede più di due persone, nonostante i complottisti neghino l’evidenza, ma viva Iddio sono l’Iraq e lo Yemen dove vivono milioni di cittadini!!)?

E infine: per quanto tempo ancora dovremo sopportare delle messe in scena disgustose dove, esistendo dei metodi legali per entrare in un Paese – che ha un suo confine, una sua dignità, un suo governo (per quanto debole) e delle rappresentanze diplomatiche all’estero – un uomo, detentore di uno dei pochi passaporti al mondo che gli conferiscono potere e spesso anche impunità (quello britannico) finge di farsi trafficare da un somalo? Sì, un somalo, un figurante che gioca la parte dello sporco negro, ancora più inferiore dell’arabo nella scala sociale del post-orientalista Lewison Wood?

La star di Discovery Channel dipinge se stessa come un esploratore ardimentoso, come qualcuno che ha fatto qualcosa di unico e impossibile. Il suo viaggio – ci viene fatto sapere – risale al 2017 – e parte dall’Oman, dal confine di terra con lo Yemen. Lo stesso confine che noi attraversammo ancora prima di lui, nel dicembre 2016, con un visto regolare e da cui proseguimmo per un’avventura che nemmeno Wood si immagina: tre giorni su uno scassato autobus locale per arrivare al Nord e raccontarvi quello che abbiamo visto su TPI.

Eppure non ci sentiamo né esploratori, né star, né eroi perché nulla di tutto questo siamo. Siamo solo testimoni doverosi di una guerra terribile che è iniziata nel 2014 e di cui in pochi si occupano. E della quale – se anche Wood avesse avuto il minimo rispetto per la terra dove metteva piede e per gli altri esseri umani che la abitano e qui soffrono – ne avrebbe raccontato almeno una parte. Ma i narcisi, si sa, hanno occhi solo per se stessi. E gli spettatori abboccano.