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Perché l’Islanda è il Paese più femminista al mondo

Da 150 anni, l'Islanda adotta provvedimenti legislativi che la rendono la prima al mondo nella lotta alla disparità tra i sessi

Di Jessica Cimino
Pubblicato il 14 Apr. 2015 alle 17:34 Aggiornato il 9 Set. 2019 alle 19:39
Immagine di copertina

L’Islanda è considerata oggi il Paese più femminista al mondo. Per il sesto anno consecutivo, il rapporto 2014 del World Economic Forum ha indicato il Paese come primo al mondo per le politiche volte a contrastare la disparità di genere, su un totale di 142 Stati presi in esame.

Tra i vari indicatori presi in considerazione dal rapporto, spiccano quelli relativi all’istruzione secondaria e terziaria, all’emancipazione politica nonché alle opportunità professionali ed economiche: in tutte e tre le categorie l’Islanda ha riportato valori minimi nel gap di genere.

Per ogni uomo iscritto a un ateneo islandese, ad esempio, sono 1.7 le donne iscritte. Nella scuola primaria e secondaria, la presenza femminile è leggermente superiore rispetto a quella maschile. Quanto alla presenza in Parlamento, invece, ci sono circa due donne ogni tre uomini.

L’aver aderito alla nota campagna FreetheNipple è solo l’esempio più recente delle iniziative portate avanti dal Paese per garantire la parità di genere. La campagna, sostenuta a seguito degli attacchi sui social network subiti da una giovane islandese, che aveva postato una sua foto in topless in risposta ad un amico che aveva fatto lo stesso, persegue l’obiettivo di garantire alle donne la piena libertà di disposizione del proprio corpo, a partire dalle foto a seno nudo che, ancora oggi, rappresentano un tabù.

Il femminismo in Islanda 

A rendere  l’Islanda primo Paese  al mondo nella lotta alla disparità di genere però, non è stata tanto la singola campagna, quanto il frutto di 150 anni di scelte  politico-economiche, da sempre orientate in favore dell’uguaglianza dei sessi.

A dimostrarlo, prima tra tutte, c’è la Costituzione islandese, che garantì il diritto di voto alle donne già nel 1915, ben cinque anni prima rispetto agli Stati Uniti. L’Islanda inoltre, è stato il primo Paese nella storia a riconoscere la parità tra uomo e donna nei diritti di successione, a partire dal 1850.

Sessant’anni più tardi, la lotta alla disparità di genere si spostò sul piano economico. Nell’ottobre del 1975, 25 mila persone di ogni estrazione sociale si riversarono nelle strade della capitale Reykjavik, per protestare contro l’ineguaglianza del salario.

Per incoraggiare i partecipanti, gli organizzatori della protesta definirono quel giorno “una giornata di riposo”, anche al fine di proteggere le donne lavoratrici che, al tempo, rischiavano il licenziamento in caso di sciopero.

Più del 90 per cento della popolazione femminile prese parte alla manifestazione, lasciando la controparte maschile a districarsi tra la gestione del lavoro e quella dei figli. La protesta ottenne i risultati sperati: l’anno seguente, il Parlamento approvò con successo una legge sull’equo compenso a favore delle donne lavoratrici.

Cinque anni dopo, fu il turno della politica: nel 1980 venne eletta presidente Vigdìs Finnbogadòttir,  primo capo di stato donna nella storia non solo dell’Islanda ma anche d’Europa.

Figura carismatica, anticonvenzionale, madre single con un passato lavorativo variegato, da presentatrice televisiva a membro di una compagnia teatrale, Finnbogadòttir guidò il Paese per tre mandati consecutivi, fino al 1996.

L’ulteriore passo avanti è avvenuto nel 2009. Quell’anno, la socialdemocratica Jòhanna Sigurdardòttir, divenne, a livello mondiale, la prima donna apertamente omosessuale a essere eletta capo di stato e di governo. Grazie al suo intervento, il governo islandese ha legalizzato nel 2010 i matrimoni gay.

Il cammino verso la parità di genere, è passato poi attraverso l’estensione dei congedi parentali; dal 2000, l’Islanda riconosce ai genitori un periodo di allontanamento dal posto di lavoro pari a tre mesi.

La legge è stata successivamente emendata nel 2012, e ha aumentato il periodo di congedo da tre a cinque mesi per ciascun genitore.

Non solo: il governo islandese offre alle famiglie un sostegno economico, pagando il 95 per cento della retta degli asili. Così facendo, si è favorito un incremento delle iscrizioni alla scuola dell’infanzia dei bambini sotto ai cinque anni, consentendo al contempo alle mamme e ai papà di conciliare gli impegni lavorativi con il ruolo di genitori.

L’insieme dei provvedimenti adottati nel corso degli anni per promuovere la parità tra i sessi ha portato all’Islanda enormi benefici, sia a livello individuale per i singoli nuclei familiari, sia contribuendo al benessere generale della società islandese.