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Il Congresso degli Stati Uniti ha esteso le sanzioni contro l’Iran

Dopo il Senato, anche la Camera ha approvato il rinnovo dell'Iran Sanction Act, rovesciando la politica diplomatica che aveva portato all'accordo sul nucleare

Di TPI
Pubblicato il 2 Dic. 2016 alle 19:25 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 18:02
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Giovedì 1 dicembre il Congresso degli Stati Uniti ha approvato a larga maggioranza il rinnovo dell’Iran Sanction Act (Isa), per estendere di dieci anni le sanzioni a Teheran. Il voto rappresenta una rottura con la politica diplomatica di negoziazione dell’amministrazione Obama e lancia un chiaro messaggio al governo iraniano. 

“Preservare le sanzioni è d’importanza cruciale, dato il comportamento aggressivo dell’Iran e il suo continuo tentativo di espandere la propria sfera d’influenza nel Medio Oriente”, ha sostenuto il leader della maggioranza repubblicana Mitch McConnell.

Bahram Ghasemi, portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, ha sottolineato che l’estensione delle sanzioni è una chiara violazione dell’accordo nucleare sottoscritto a gennaio 2016 ed entrato in vigore a luglio; e che L’Iran reagirà di conseguenza, come dichiarato già dalla guida suprema Ali Khamenei a novembre.

Critiche verso l’atto del Congresso giungono anche dal presidente uscente della CIA John O. Brennan, che in un’intervista alla Bbc ha definito “disastrosa” la fine dell’accordo sul nucleare.

La decisione del Congresso non sarà effettiva senza la firma della Casa Bianca. Quest’ultima si è mostrata contraria all’estensione delle sanzioni, ma non ha sollevato questioni sul fatto che sia un’effettiva violazione del trattato con Teheran.

L’Isa è stato creato nel 1996 per condannare gli investimenti nel campo dell’industria energetica e ostacolare lo sviluppo di armi nucleari. Qualora la legge non ottenesse la firma necessaria, l’atto cesserà di essere in vigore alla fine del 2016. 

Sebbene in campagna elettorale il presidente eletto Donald Trump si sia nettamente opposto agli accordi con l’Iran, ha recentemente espresso la necessità di cambiare solo alcune parti dell’accordo.

L’estensione delle sanzioni rafforza l’opposizione conservatrice iraniana contro le politiche di apertura del governo riformista di Hassan Rouhani. 

Anche l’opinione pubblica a Teheran comincia a perdere l’entusiasmo. Secondo un sondaggio del Centro di studi internazionali dell’Università del Maryland, nel 2015 la maggioranza degli iraniani (62,2 per cento) era fiduciosa che l’accordo avrebbe portato a una totale rimozione delle sanzioni. A oggi solo il 23,4 per cento crede a questo scenario. 

Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), in seguito all’accordo sul nucleare c’è stata in Iran una crescita economica effettiva tra il 4 per cento e il 5,5 per cento nel 2016, un dato superiore all’1.3 per cento previsto prima della firma sul trattato.

Gli ayatollah accusano gli stati europei e gli Stati Uniti di incentivare poco gli investimenti delle rispettive compagnie, che si mostrano esitanti. Secondo un sondaggio dell’Iranpoll, circa il 74,7 per cento della popolazione crede che gli Stati Uniti stiano cercando di ostacolare gli investimenti stranieri.