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Nel ’60 aprì i concorsi pubblici alle donne. Rosa Oliva a TPI: “In Italia parità di genere ancora lontana”

Di Davide Lorenzano
Pubblicato il 5 Giu. 2019 alle 17:20 Aggiornato il 6 Giu. 2019 alle 13:43
Immagine di copertina
Rosa Oliva negli anni '80

Rosa Oliva – “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Ognuno dovrebbe sapere come quel “di fatto”, durante la redazione del secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione – monito più che mai attuale – fu inserito da Teresa Mattei, eletta all’Assemblea Costituente a soli 25 anni. La più giovane, di fatto, ad avere partecipato alla nascita della Carta fondamentale.

Al di là dei trattati, la Storia della Repubblica Italiana cammina anche con lo sviluppo della coscienza umana. Degli uomini e delle donne. Rosa Oliva fu condottiera di un’importante battaglia di civiltà affinché le donne italiane ottenessero la possibilità, al pari degli uomini, di accedere ai concorsi pubblici.

Tale diritto – sancito, di fatto, dalla Costituzione – solo a seguito del suo ricorso venne riconosciuto il 13 maggio 1960 dalla Corte Costituzionale con la sentenza numero 33. Una svolta epocale.

Quella pronunciata al Palazzo della Consulta il 13 maggio del 1960, fu la prima sentenza in materia di parità, a 14 anni di distanza dal primo voto delle donne su scala nazionale, in occasione del referendum istituzionale che sancì la nascita della Repubblica Italiana e delle contemporanee elezioni politiche dell’Assemblea costituente. Una vittoria storica per l’Italia.

Nata a Salerno, da genitori napoletani, Rosa Oliva – destinataria nel 2010 dell’onorificenza di Grande Ufficiale da parte del Presidente della Repubblica – oggi è Presidente della Rete per la Parità, associazione di promozione sociale che, avvalendosi anche di un Comitato scientifico, promuove iniziative per rendere effettiva la parità in Italia, diffondendo nelle scuole e nelle università la consapevolezza sulla condizione delle donne in Italia e nel mondo.

TPI l’ha intervistata.

Rosa Oliva, come approdò alla sua audace iniziativa?

“Dopo la laurea in Scienze Politiche, non avendo una particolare preferenza per una carriera in particolare, presentai più candidature a vari concorsi, compreso quello per la carriera prefettizia bandito dal Ministero dell’Interno. Era però richiesto come requisito di appartenere al sesso maschile. Feci lo stesso domanda, forte dell’articolo 3 della Costituzione che tanto studiai: ‘Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso’. Presentai allora quel ricorso in nome dell’uguaglianza e dell’emancipazione: non ritenni giusto né legittimo che una donna non potesse concorrere per la carriera di Prefetto. Le donne dovevano poter fare quello che facevano gli uomini”.

E in cosa si tradusse?

“In una vittoria personale che ascrivo ai valori della nostra Costituzione e al mio professore, Costantino Mortati, membro della Commissione dei 75 nell’Assemblea Costituente nonché futuro giudice della Corte Costituzionale. Oggi sono una donna più consapevole. Nel 1968 iniziò la rivoluzione del Movimento delle donne, definita l’unica riuscita dello scorso secolo. All’epoca però non partecipai molto: ero alle prese con la necessità di conciliare il lavoro con i compiti di neomamma”.

rosa oliva
Rosa Oliva oggi

Qual è, oggi, lo stato della sua battaglia?

“Sono preoccupata perché la battaglia per la parità, assolutamente ancora non conclusa, corre il rischio di essere ritenuta superata, o almeno di non essere, come merita, prioritaria, dato che riguarda la metà dell’umanità. Si parla di ‘genere liquido’, e si lotta per evitare le discriminazioni nei confronti delle persone per le loro scelte affettive e i loro comportamenti o di quelle che rifiutano l’appartenenza al sesso biologico. Diritti da tutelare, certo, ma che non devono oscurare l’impegno prioritario ancora necessario per la parità tra uomo e donna. Mi chiedo come avrebbe reagito quella ragazza se, quel 13 maggio 1960, soddisfatta del successo del suo ricorso con una sentenza destinata a entrare nei volumi di Diritto Costituzionale e che ha aperto alle donne le carriere pubbliche, le avessero detto che nel 2019 avrebbe continuato a combattere per la parità di genere”.

Possiamo dire che è grazie al suo storico ricorso se oggi l’Italia annovera anche le donne a capo di prefetture?

“Sì e no. Credo che la sentenza del ’60 abbia accelerato i tempi. Ha avuto effetti immediati e aperto alle donne le carriere prefettizie e diplomatiche. Dopodiché, nel 1963 il Parlamento approvò la legge che consentì alle donne di accedere a tutti i concorsi, compresa la magistratura, con l’eccezione per le carriere militari aperte solo da una legge del 1999, a dimostrazione della lentezza del cammino verso la parità delle donne italiane”.

Cosa fece dopo?

“Intercorsero due anni tra il mio ricorso e la sentenza. Nel frattempo avevo partecipato ai concorsi accessibili e preso servizio all’Intendenza di Finanza con sede a Roma. Con la sentenza in mano, avrei potuto fare annullare il concorso al quale non avevo potuto partecipare. Ma non avrebbe avuto alcun senso, perché me la sarei presa con i vincitori. Alcuni li avevo anche conosciuti ed erano preoccupati. La mia fu una questione di principio. Chiesi, grazie al ricorso alla Corte Costituzionale, che anche le donne, me compresa, potessero partecipare ai concorsi alla pari degli uomini”.

Quale fenomeno, oggi, ritiene sia il più rappresentativo della disparità di genere?

“Colpisce di più la disparità nella retribuzione del lavoro. Un dato indicativo di una discriminazione gravissima che avviene anche nel settore pubblico. Nel contratto dei dipendenti pubblici, formalmente, non è scritto da nessuna parte che le donne siano meno remunerate degli uomini. Ma, di fatto, è così: carriere più difficili, attribuzione di compiti meno soddisfacenti dal punto di vista economico, autoesclusione da parte delle donne a straordinari e missioni. Qualcosa si sta facendo per favorire non solo alle donne la possibilità di conciliare i compiti di cura con gli impegni lavorativi. Ma è ancora poco”.

Gli stereotipi femminili sono duri a morire, anche nel 2019…

“Di fronte a quel momento di grande notorietà, ricordo le pubblicazioni su rotocalchi e quotidiani accompagnate da mie fotografie. Ebbene, la reazione di alcuni parenti fu con telefonate di commento alla mia capigliatura: “Però, com’eri spettinata” mi dissero. Mi succede ancora adesso. Sui social network, una cara cugina commenta spesso con complimenti sul mio look alcune fotografie scattate in eventi importanti. Gli stereotipi sessuali riguardano gli uomini e le donne oggi come allora. La prima donna pilota dell’Aeronautica Militare fu fotografata, non molti anni fa, davanti una macchina del caffè, proprio come successe a me nel 1960. In Italia, le assicuro, non è cambiato nulla”.

In quale battaglia è impegnata, 60 anni dopo?

“Con Rete per la Parità e Donatella Martini di “Donne in quota”, sto conducendo una battaglia contro gli stereotipi sulle donne nei mass media. Nel contratto di servizio della Rai, per esempio, abbiamo suggerito e fatto inserire una serie di norme di garanzia di genere: un importante risultato al quale ancora adesso non riesco a credere. Chiaramente, non basta scrivere una norma. Infatti siamo impegnate affinché questo contratto di servizio sia rispettato, e in un clima politico come quello di oggi. Questa è solo una delle battaglie legate a quella ragazza spettinata degli anni Sessanta”.

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