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La solitudine dei banchieri centrali

Perché i governi devono stare alla larga dalle decisioni di politica monetaria e cosa succede quando si intromettono nelle decisioni della Banca Centrale. Una tentazione alla quale non bisogna cedere

Di Maurizio Carta
Pubblicato il 16 Mag. 2019 alle 22:49
Immagine di copertina
Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea (Bce). Credit: EPA/STEPHANIE LECOCQ

Banca centrale indipendenza politica | Nessuno tocchi i banchieri centrali, vanno lasciati in pace. Vanno lasciati soli.

L’indipendenza della banca centrale è tema ancora dibattuto. La separazione della responsabilità della politica economica da quella monetaria è spesso al centro del dibattito, con messaggi più o meno espliciti da parte dei rappresentanti delle istituzioni politiche nei confronti di chi detiene il controllo della moneta.

Negli Stati Uniti, non è più una novità la continua pressione del presidente Donald Trump su Jerome Powell, numero uno della Federal Reserve, anche perché l’anno prossimo si vota.

Avere il controllo della politica monetaria, oltre quello politico e quindi fiscale, è il sogno proibito al quale nessun governo sa resistere.

In Italia si ricorderà di recente qualche proposta di qualche esponente della maggioranza – seppure informalmente – sulla possibilità di mettere le mani sull’oro di Bankitalia minacciando di fatto l’indipendenza della banca centrale, che oramai, nel caso di Bankitalia, è più un organo di vigilanza e tentacolo della Banca centrale europea.

I governi, o meglio la politica in generale, di continuo mettono in discussione, in maniera più o meno velata, l’idea di fondo che una banca centrale dovrebbe essere lasciata in pace per gestire l’economia sulla base di prove e dati, non di obiettivi politici.

Collocare la politica monetaria nelle mani di un banchiere centrale indipendente, che basa le sue decisioni su prove e dati anziché su ideali, porta a una minore inflazione e a una maggiore stabilità economica, ingredienti chiave di un economia forte.

Ma la ragione fondamentale per cui ai politici piace ottenere il controllo su una banca centrale è chiara.

È un’istituzione potente che fornisce all’elettorato, seppure in maniera indiretta, dopo vari passaggi tecnici, denaro a basso costo attraverso tassi di interesse più bassi, creando posti di lavoro e aumentando la crescita dell’inflazione in una percentuale fisiologica che fa bene all’economia, almeno nel breve periodo. (Seppure non sempre con successo).

Per sottolineare il tipo di “armi” utilizzate dalle banche centrali, economisti e giornalisti del settore usano il termine “bazooka” per descrivere la loro potenza di fuoco. E con i movimenti populisti che prendono il potere in tutto il mondo con promesse di prosperità economica senza fine, i governi sono tentati di usare questo “bazooka” per sedurre l’elettorato.

Abbassare i tassi di interesse, ossia avere credito più accessibile, è una di queste armi.

Un’altra è la capacità di creare la moneta (dal nulla, secondo quanto tristemente creduto da tanti), anche se le banche centrali tecnicamente non stampano denaro contante ma lo immettono nel sistema indirettamente attraverso le banche commerciali.

Ciò può aiutare i governi a colmare le carenze di bilancio e finanziare nuovi programmi di spesa, presumibilmente nella speranza di ottenere più voti nella successiva tornata elettorale.

Gli economisti chiamano la capacità di resistere a tali pressioni politiche e di orientare il lato finanziario di un’economia in modo coerente “credibilità monetaria”.

I tentativi di manipolare i tassi di interesse o di riconquistare il controllo sulla politica monetaria per ottenere un “dividendo” politico stanno minando, di fatto, questa credibilità, “credibilità monetaria” per l’appunto.

Alcuni esempi storici mostrano cosa può accadere quando un governo si intromette con una banca centrale.

Nel 1971, il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon fece pressione sul presidente della Federal Reserve Arthur Burns per abbassare i tassi d’interesse, che spinsero l’economia e lo aiutarono a vincere la rielezione l’anno seguente. Gli americani, però, pagarono a caro prezzo la vittoria di Nixon, poiché i bassi tassi di interesse aiutarono ad alimentare l’inflazione a due cifre per la maggior parte degli anni ’70 e colpirono il valore del dollaro statunitense. Gli sforzi della Fed per combattere questi prezzi in rialzo con tassi di interesse più elevati portarono alla recessione.

Le interferenze politiche nel processo decisionale della politica monetaria possono avere effetti ancora peggiori nei paesi che fanno molto affidamento sugli investitori internazionali per finanziare i governi e il settore privato.

La decisione dell’Ungheria di rendere il governo più influente sulla banca centrale nel 2011 ha spinto le agenzie di rating del credito a ridurre il debito del paese allo status di “spazzatura”. Ciò ha portato la valuta a scendere ai minimi storici e ha spinto l’economia in recessione avvicinando il paese sull’orlo del default.

In Argentina quasi un terzo dei cittadini sono in condizioni di povertà, in parte a causa dell’inflazione fuori controllo, un problema causato anche da decenni di ingerenza del potere politico sulla banca centrale.

Nel tentativo di mobilitare la pressione popolare per tassi di interesse più bassi, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha ripetutamente attaccato la Banca di Turchia e ha definito “i tassi di interesse la madre di tutti i mali”. Sebbene la banca abbia resistito alle provocazioni, la lira turca e i mercati finanziari del paese sono stati sulle montagne russe, causando turbolenze economiche.

In India di recente ci ha rimesso il posto il governatore centrale, che si è formalmente dimesso dopo ripetute richieste di adottare posizioni più filo-governative. Urujt Patael è stato sostituito da un suo collega più incline al potere politico e più accomodante sui tassi d’interesse.

Annullare le conseguenze dell’intromissione politica e ripristinare la fede in una banca centrale – e la valuta del paese – spesso richiede dolore nel breve termine. In primo luogo, questo prende le sembianze di un aumento dei tassi di interesse, anche se l’economia è nei guai. Ad ogni modo, è una ricetta sicura per la recessione.

È quello che è successo negli anni ’80, quando il presidente della Fed Paul Volcker ha cercato di ripristinare la credibilità della banca e di tenere sotto controllo l’inflazione. La Fed ha alzato i tassi al livello record del 20 per cento, nel processo che ha spinto l’economia statunitense in recessione per due volte.

La Banca di Turchia ha aumentato i tassi di interesse al 24 per cento nel tentativo di respingere ulteriori round di attacchi speculativi alla lira e aggrapparsi alla sua credibilità. Di conseguenza, l’economia sta soffrendo.

E in Argentina, anche se l’attuale governo afferma di credere nell’indipendenza della banca centrale, il Banco Central de la República Argentina continua a lottare con il retaggio dell’inflazione dilagante, con tassi di interesse altissimi nel tentativo di mettere a freno la corsa dei prezzi. In Argentina a ottobre si vota, e potrebbe essere proprio il presidente Mauricio Macri a farne le spese in nome della credibilità della moneta.

Sull’argomento, Emanuele Canegrati, Senior Analyst per Bp Prime – commenta per TPI:

“Negli ultimi mesi abbiamo visto il riemergere prepotente di attacchi da parte di importanti capi di stato ai danni dei loro banchieri centrali. I casi più eclatanti sono sicuramente quelli degli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump che è arrivato a dichiarare di essersi addirittura pentito di aver nominato il governatore della Federal Reserve Jerome Powell per via della sua visione troppo conservatrice della politica monetaria e con il presidente turco Erdogan che ha attaccato direttamente la banca centrale turca”.

“Pressioni politiche così forti provenienti dai leader politici hanno l’effetto di ridurre notevolmente l’indipendenza della banca centrale, vista come un dogma assoluto tra gli economisti”, ribadisce l’economista.

Il professor Canegrati ritorna inoltre sul concetto dell’indipendenza come pilastro fondamentale del sistema nel lungo periodo.

“Perché la banca centrale deve essere indipendente? Il governo della politica monetaria è altra cosa rispetto al governo della politica fiscale, che è assegnata al Governo. Con la politica monetaria, il banchiere centrale fissa i tassi d’interesse e l’offerta di moneta, ovvero la quantità di denaro in circolazione e il suo prezzo”.

Continua poi il Professore:  “Siccome gli investimenti del sistema privato sono fortemente correlati con il livello dei tassi, ogni politico vorrebbe poter mantenere bassi i tassi per poter aver alti investimenti e quindi una crescita economica maggiore”.

Il Prof. Canegrati sottolinea poi quali siano le conseguenze.

“Tutto questo ha un enorme prezzo da pagare, quello dell’aumento dell’inflazione. Proprio per evitare che questa si surriscaldi, generando effetti collaterali come pesanti svalutazioni monetarie e effetti redistributivi indesiderati tra creditori e debitori”.

“E’opportuno che chi prende le decisioni sui tassi non sia un politico alla ricerca di consenso”, ribadisce tassativamente l’economista.

Il distillato di tutto il dibattito, dati alla mano, è che  l’ingerenza politica con le banche centrali è un’idea incredibilmente cattiva e pericolosa. La politica monetaria è il frutto proibito, una mela che la politica non deve cogliere nel giardino dell’economia.

Si, bisogna lasciare in pace i banchieri centrali. Bisogna lasciarli soli.