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Gianni Brera, l’immaginifico Arcimatto che dipingeva parole: ritratto di un grande giornalista

Di roberto bertoni
Pubblicato il 8 Set. 2019 alle 16:24 Aggiornato il 8 Set. 2019 alle 17:43
Immagine di copertina
Un francobollo per il grande giornalista Gianni Brera, in una foto diffusa il 8 settembre 2019. L'emissione filatelica in occasione del centenario della nascita. ANSA

Non era un giornalista: era un pazzo, il Gioânn Brera fu Carlo, nato un secolo fa esatto in quel di San Zenone al Po, in provincia di Pavia, e scomparso in un incidente stradale alle soglie dell’inverno del ’92, fra le brume di quella Bassa padana che tanto aveva amato in vita e che un giorno gli fu drammaticamente fatale.

Se ne andò presto e tardi al tempo stesso: troppo presto per noi, che avremmo avuto ancora un gran bisogno della sapienza di questo immaginifico dannunziano applicato allo sport che tante volte ci aveva tenuto compagnia, irritato, stupito, mandato su tutte le furie e pertanto, in definitiva, conquistato; troppo tardi, forse, per lui che era sì attaccato alla vita ma non si aspettava di superare i settanta, come confessò nel settembre del ’91, un anno prima di morire.

Brera, probabilmente, non ha mai amato il calcio in sé quanto tutto ciò che esso rappresenta in termini di costume, rito collettivo, passione sovrumana che sgorga dai nostri animi apparentemente freddi e riempie pomeriggi e serate di una gioia bambina; un sentimento in cui è racchiuso il senso stesso, e quasi sicuramente il segreto, della nostra sopravvivenza.

Brera non scriveva: dipingeva, facendo crepitare i tasti di una Olivetti Lettera 62 rossa che è stata, al contempo, la sua arma e la sua musa, al punto che si rifiutava anche solo di concepire l’idea di poterla abbandonare per affidarsi a un prosaico computer.

Nel Gioânn tutto doveva avere un’epica, tutto doveva profumare di epopea, di tragedia, di destino, tanto che ho spesso pensato che sia venuto al mondo per dar ragione a quell’affermazione di Churchill secondo cui “gli italiani vanno a una partita di calcio come se fosse una guerra e alla guerra come se fosse una partita di calcio”.

Cos’erano, a pensarci bene, i suoi soprannomi se non un rituale tribale che lasciava presagire uno scontro all’ultimo sangue fra le nostre tribù pallonare, pronte a sfidarsi con intrepida ferocia sul campo e poi, almeno ai tempi di Brera, disposte quanto meno a concedersi un sorriso e una stretta di mano?

Rombo di tuono (Riva), Bonimba (Boninsegna), l’Abatino (Rivera), l’Abatone (Antognoni) e via elencando non erano solo i protagonisti delle nostre domeniche e delle imprese in maglia azzurra bensì gli attori del suo circo personale, lo spettacolo a parte che viveva nelle sue pagine e nelle sue cronache, nei suoi taccuini e nella sua fabula narrata in osteria, accompagnata da un ricco mangiare e da fiumi di quel vino rosso che gli è stato a lungo compagno e che forse lo ha tradito nel momento decisivo.

Il folle Gioânn, volendo essere provocatori come lui non avrebbe avuto remore a essere, era uno che di calcio e di sport non ne capiva niente, tanto che sbagliava spesso i pronostici, arrivando a dire che Mennea non avrebbe retto il confronto con avversari assai più prestanti o che Merckx non avrebbe vinto mai una corsa perché mangiava pochi carboidrati.

Se lo abbiamo amato ed eletto a vate, narratore principe delle nostre passioni ludiche, è dunque proprio per questa sua capacità di inventarsi un mondo e animarlo da per suo ogni volta che gliene veniva offerta la possibilità, mescolando l’altro e il basso, i versi di Leopardi e le inflessioni dialettali, più lingue insieme, innumerevoli storie, racconti che solo lui era in grado di concepire e che nessuno si stancava mai di leggere e rileggere, per il semplice motivo che quella prosa mista a poesia era come uno dei suoi mille bicchieri di vino: la mandavi giù ma non riuscivi a sentirtene sazio.

Era, per sua stessa ammissione, un padano di “riva e di golena, di sabbioni e di boschi”, contemporaneamente patrizio e plebeo, socialista e radicale, ex fascista, poi partigiano, direttore della Gazzetta a trent’anni, uno dei pochi in grado di far cambiare idea a Scalfari, convincendolo a mettere in prima pagina la foto di un calciatore, Antognoni per l’esattezza, provocatore, polemista, inesausto inventore di neologismi, ottima forchetta e gran conversatore, amico e nemico delle sue “vittime” sportive e cantore di un’Italia che non c’è più, in cui persino l’odio, ad esempio quello che era maturato fra lui e Arpino, si esprimeva con una finezza oggi sconosciuta.

Nell’eterna disputa fra cultori del gioco e pragmatici che badano al sodo, il Gioânn era uno che fece diventare direttore dell’amata Gazzetta il napoletano Gino Palumbo, salvo poi affermare che mai avrebbe scritto sul giornale diretto da uno che amava l’estetica più della concretezza.

Disse di Bossi che somigliava al tenutario di un casino, probabilmente per rabbia e per invidia, visto che il nostro era stato un padanista pre-Lega, uno che aveva intuito bene dove curvasse il tempo e quale piega stesse prendendo l’atavica frattura fra Nord e Sud, uno che in politica ne azzeccava assai più che nello sport, al punto che mi sono spesso domandato se i suoi pezzi, tutto sommato, non fossero cronache politiche abilmente mascherate, un po’ come i reportage di Montanelli dal Giro d’Italia dell’immediato dopoguerra, che era stato invitato a seguire non per promozione ma perché doveva espiare la colpa di essere stato fascista, benché quelli di Salò lo avessero dapprima rinchiuso a San Vittore e poi condannato a morte.

Il Gioânn litigò con tutti, da Palumbo ad Arpino, da Eco a Pasolini, per non parlare di Rivera, il suo bersaglio preferito, e scrisse anche dei buoni romanzi che, tuttavia, non riuscivano a contenere quel guizzo dettato dell’immediatezza che si coglieva, al contrario, nei suoi articoli, e ci disse addio alla vigilia di Natale di un anno fatidico per la nostra storia.
Sul Guerin Sportivo, di cui è stato per decadi l’anima e il nume tutelare, aveva una rubrica intitolata l’Arcimatto, nella quale scriveva di tutto ciò che gli passava per la testa, comprese le battute di caccia.
Diciamo che sembrava uscito dalla penna di Giovannino Guareschi, un altro che si vantava di essere sempre stato svampito e di usare, al massimo, trecento parole per animare il suo carnevale dei sentimenti che, guarda caso, a settant’anni di distanza, continua ad appassionare un vasto numero di lettori.

E il Grande fiume seguita a scorrere placido, la Bassa racconta, la pipa si consuma al pari della caraffa di vino e il Gioânn è sempre lì, intento a consumare i tasti e a inventare storie, atmosfere, personaggi, descrizioni ai limiti del realismo magico e analisi perfette proprio perché di lucido non hanno assolutamente nulla. Al pari del Grande Torino, il Gioânn non è morto: al massimo, è andato in trasferta.