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“L’auto di Falcone esplose davanti a noi, saltammo in aria”: l’agente della scorta sopravvissuto racconta a TPI la strage di Capaci

Di Davide Lorenzano
Pubblicato il 23 Mag. 2019 alle 07:01 Aggiornato il 23 Mag. 2019 alle 13:11

Strage di Capaci

Strage di Capaci  | Quando quel sabato di maggio del 1992, un tratto dell’autostrada A29 si protese verso il cielo, l’Italia assistette impotente alla fine di un leader, al tracollo di un progetto di riscatto dall’infame dominio mafioso. Inghiottiti voracemente da un baratro che trasse a sé auto, corpi, alberi, cemento. Fiumi di sangue e colline di ossa hanno disegnato la geografia degli ultimi giorni della prima Repubblica.

Ventisette anni dopo, la verità sulla strage di Capaci (e non solo di quella) appare ancora bieca: troppi ormai i pozzi avvelenati, all’ombra di corvi volteggianti. Nel frattempo, si ripete il ritornello della commemorazione di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo con frasi famose e fotografie iconiche. Celebrati, sì. Ma nella morte.

“Per essere credibili bisogna essere ammazzati?”, s’interrogò il giudice scomodo a gennaio dello stesso anno, ospite di Corrado Augias su Rai 3. La risposta, la più infausta, l’avrebbe ottenuta soli quattro mesi più tardi. Perché “questo è il Paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba fortunatamente non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere”.

E la fulgida osservazione di Giovanni Falcone, nel corso della trasmissione Babele, dovette subire l’infelice spazzolata del conduttore televisivo. Storico il dissidio inscenatosi davanti le telecamere di Samarcanda nel maggio 1990, quando Alfredo Galasso pronunciò energicamente: “Non mi piace che stai dentro il palazzo di Governo, Giovanni”.

“Glielo dissi affettuosamente. La gente me lo ricorda ancora. Chi criticamente, chi dandomi ragione a diffidare di quei luoghi. È il ricordo più vivo. Poi ci sentimmo telefonicamente ma non ci incontrammo più”, confida a TPI Galasso con tono trasognato.

“Avevo un rapporto di notevole amicizia oltre che di collaborazione con Falcone e anche con Borsellino per via dell’obiettivo comune di contrasto alla criminalità organizzata – prosegue il giurista, al secolo deputato all’Assemblea Regionale Siciliana nelle liste del Pci –, perciò talvolta potevano esserci opinioni differenti. Ma ho sempre riconosciuto a entrambi il livello altissimo di professionalità e assoluta indipendenza: seppi solo dai giornali, ad esempio, la notizia che, sulla base delle dichiarazioni rese da Tommaso Buscetta, firmarono l’ordinanza-sentenza del Maxiprocesso e che 475 mafiosi furono rinviati a giudizio”.

Riprendo sull’affondo televisivo: “Avvocato, se tornasse indietro…”, ma sono subito interrotto dall’interlocutore, che, presagita la domanda, risponde: “…L’anticipo subito. Se tornassi indietro insisterei notevolmente: Falcone non doveva andare al Ministero di Grazia e Giustizia. Ne sono assolutamente convinto e qualcuno mi ha dato ragione. Il senno del poi, fa male. Fa male al cuore”.

È amaro, Alfredo Galasso. A supporto però rievoca un episodio sconcertante ma dimenticato: “A Caltanissetta, nel processo di primo grado ai presunti mandanti della strage di Capaci, un perito informatico accertò indiscutibilmente come, successivamente alla strage, il computer di Giovanni Falcone fosse stato manomesso, quindi come l’ufficio romano fosse stato aperto e invaso. A Palermo ebbe una protezione maggiore”.

È del maggio 2014 un articolo di Repubblica, a firma Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo, che propone “l’ultimo mistero su Falcone”: “La sera del 23 maggio, poche ore dopo la strage, la stanza di Falcone viene ‘sigillata’; per ordine dei procuratori di Caltanissetta. Ma nessuno, incredibilmente, si preoccupa di sequestrare i computer e i supporti informatici che ci sono in quell’ufficio. Sette giorni dopo, il 30 maggio, si procede alla ‘ricognizione’; dei reperti nella stanza del giudice ma non si effettua alcun sequestro dei computer. Un mese dopo, il 23 giugno, i computer vengono finalmente sequestrati. Ma nel frattempo, esattamente il 6, il 10 e il 19 giugno qualcuno si inserisce nel computer di Giovanni Falcone e lascia traccia del suo passaggio. Alle 15.08 del 19 giugno i periti scoprono che quel qualcuno entra nel programma Perseo, sviluppato per il Ministero, e apre il file contenente gli elenchi di Gladio e alcuni appunti di Falcone. Qualcuno che conosce la password per entrare negli archivi di Falcone: ‘Joe’”.

Bocciato da procuratore di Palermo, bocciato come candidato al Csm, bocciato come candidato all’Alto Commissariato per la lotta alla mafia. Quella al Ministero della Giustizia, dirigendo gli Affari Penali, fu l’unica strada possibile. Venne accusato di “diserzione”. Realizzò tuttavia un istituto unitario contro la mafia, la Procura Nazionale Antimafia. E fu una rivoluzione.

Presso l’abitazione del giudice Alberto Giacomelli, a Trapani, anche Giovanni Falcone era di casa. S’intrattenne spesso a pranzo o cena con il collega, almeno finché non rimase ucciso in un agguato di mafia: fu il primo a sequestrare beni alla famiglia Riina.

Il figlio, Don Giuseppe, rettore della Chiesa del Pio Suffragio di Imola, confida a TPI: “Era il 1981, sarei stato ordinato sacerdote di lì a breve. Chiesi a papà di parlare con Giovanni Falcone, conoscevo il suo impegno e desideravo ringraziarlo. Papà ci mise in contatto telefonico. Ricordo come fosse molto ‘abbottonato’ ma anche lui fu contento di sentirmi. E osservò: ‘So che anche tu hai fatto una grossa scelta’. Sapeva come, prima d’allora, il mio stile di vita fosse differente. Fu un’emozione grande”.

Giovanni Falcone
Giovanni Falcone. Credit: Marco Lanni/Archivi Farabola

A ventisette anni di distanza dall’eccidio, spuntano due nuovi indagati: Maurizio Avola, sicario tra i più sanguinari di Cosa nostra, e il boss della cosca Santapaola, Marcello D’Agata. Sarebbero stati i corrieri di detonatori e tritolo, occorrenti alla cupola di Palermo. A dichiararlo, lo stesso Avola – collaboratore di giustizia già dal 1994 – alla corte di Caltanissetta nel processo in corso “Capaci bis”. Il boss dei due mondi lo aveva detto a quel magistrato che definì “la faccia pulita dello Stato”: “Dottore Falcone, lei lo sa. Cosa nostra non dimentica”. E Cosa nostra non dimenticò il 23 maggio 1992, alle ore 17 e 56 minuti e 32 secondi. Mezza tonnellata di tritolo brillò sul tragitto tra Punta Raisi e Palermo, arrestando il tempo.

“Sapevamo che ogni momento poteva essere fatale. Il mio è un ricordo uditivo poiché il compito che mi fu assegnato, a bordo dell’auto, fu quello di guardare la coda del corteo. Non ho fortunatamente l’immagine del muro alzarsi di fronte. Ricordo però quella sensazione di volare, ricordo i macigni pioverci addosso”, racconta a TPI Angelo Corbo, tra i quattro agenti della scorta sopravvissuti, grazie ai quali giunge la didascalia di quegli attimi.

“Ma il dramma arrivò dopo, quando io, Gaspare Cervello e Paolo Capuzzo uscimmo feriti dalla Croma azzurra. Trovammo un ambiente ‘lunare’. Avemmo paura. Il nostro compito continuò e, armi alla mano, presidiammo l’auto del giudice Falcone. Così, restammo in attesa. In attesa di morire”.

Non è dal linguaggio scritto che si può leggere la desolazione del poliziotto, 26enne al momento del trauma. Quella a fianco Falcone, fu la prima esperienza da reparto operativo, senza alcun corso di preparazione alle spalle.

“Giovanni Falcone aveva un progetto: restituire dignità a un popolo. Lego l’indelebile ricordo della sua grande professionalità nella lotta a quel cancro che è la mafia. Da siciliano, credette di dare un impulso a questo progetto, sacrificando anche la propria vita”.

Corbo è emozionato, la voce è claudicante: “Camminava sempre con una borsa, una ventiquattrore di pelle. Ce l’aveva anche quel 23 maggio. Ricordo perfettamente che scese dall’aereo e la consegnò all’autista giudiziario, Giuseppe Costanza”, ma anche di questa borsa non si parlerà mai, poiché non verrà più trovata. Un altro aspetto oscuro, sovrascritto da bei aforismi. Come avrebbe potuto il magistrato non avere con sé alcun bagaglio di ritorno a casa? Dov’è finita la valigetta?

“Della dottoressa Morvillo ricordo l’enorme rispetto per gli angeli custodi del marito. È voluta stare sempre a suo fianco. Mi dispiace molto che dopo la morte siano stati separati”, racconta ancora Corbo, che oggi ha una nuova missione, parlare alle scuole d’Italia: “Con Antonio Montinaro e Vito Schifani lavorai per tanti anni anche se da squadre diverse. Vito, in particolare, come me nativo di Palermo, fu mio coetaneo. Aveva un sorriso che riempiva tutto il viso”.

Antonio Montinaro, il capo della scorta di Giovanni Falcone, fu il padre che il nipote, Leonardo Fuso, non ebbe mai: “Una mattina avrebbe dovuto accompagnarmi a scuola, l’Istituto tecnico Costa di Lecce. Pensando che avrebbe tardato, decisi di prendere il bus. Al mio arrivo a scuola, lui era lì. In vestito blu, elegante. Mi disse: ‘Che credevi? Sono arrivato prima io di te. E adesso dì ai tuoi compagni di venire al bar che vi offro la colazione’. E offrì la colazione a tutti. Poi mi salutò. Mi diede un bacio. Mi raccomandò di stare attento alla mamma e se ne andò. Fu l’ultima volta che vidi mio zio”, ha ricordato Fuso.

“Noi testimoni della strage di Capaci siamo quasi sempre dimenticati. Perché? Siamo forse uno ‘sbaglio’ per qualcuno? L’opinione può essere condivisa o meno, ma giunge da chi, quel giorno…”, e tronca così, Angelo Corbo. Impossibile da biasimare. La domanda, vox clamantis in deserto, da porsi è: nella lotta alla criminalità organizzata, nella ricerca dell’agognata verità, lo Stato ha impegnato, e sta impegnando, tutte le forze migliori delle Istituzioni?

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