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Il caso del tabaccaio che ha ucciso il ladro a Ivrea e la cattiva abitudine di Salvini di commentare tutto subito

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 11 Giu. 2019 alle 20:07 Aggiornato il 13 Giu. 2019 alle 09:27
Immagine di copertina
Matteo Salvini, vicepremier e ministro dell'Interno. Credit: ELIANO IMPERATO / Controluce

Ivrea tabaccaio uccide ladro, Salvini smentito – “Ucciso da una pallottola al cuore sparata alle spalle dal balcone di casa”. È il verdetto dell’autopsia sul presunto caso di legittima difesa di Pavone Canavese, che conferma, di fatto, gli iniziali sospetti dei pm di Ivrea e smentisce la versione del tabaccaio, che aveva parlato sin dall’inizio di un colpo sparato in seguito a una “colluttazione in strada”.

Ivrea, il tabaccaio ha ucciso il ladro sparandogli alle spalle e dall’alto

Nessuna colluttazione. Nessuna legittima difesa. Questa non è neppure difesa. Se i risultati dell’autopsia fossero confermati, si tratterebbe di omicidio. Con alcune inevitabili attenuanti generiche (se è vero che si trattava della settima rapina subita dall’esercente), ma senza più alcun alibi giuridico o morale.

Eppure venerdì mattina, a cadavere ancora caldo, e in assenza del benché minimo elemento, senza neppure attendere gli esiti dei primi rilievi della polizia scientifica, c’era chi aveva già emesso il suo verdetto senz’appello e definitivo.

“Totale solidarietà al tabaccaio di Ivrea”, erano state le prime parole del ministro dell’Interno Matteo Salvini, così sinistramente identiche ad ogni caso precedente o successivo alla sua legge sulla “Legittima difesa”, entrata ufficialmente in vigore il 28 marzo scorso.

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Ivrea tabaccaio uccide ladro, Salvini smentito – Per Salvini tutto era chiarissimo, al di là di ogni ragionevole dubbio: Franco Iachi Bonvin, il tabaccaio di 67 anni che ha sparato, innocente. Di più: vittima. E ancora: martire, eroe. Mentre il ladro, lui, beh, lui se l’è cercata.

“Se non avesse f​atto il rapinatore – era il commento che si leggeva con più facilità sui social, negli attimi in cui la notizia veniva battuta dalle agenzie – oggi sarebbe ancora vivo”. Semplice, chiaro, limpido. Assolutorio. Caso chiuso in 5 minuti.

Eppure sarebbe bastato attendere l’esito dell’autopsia. Sarebbe bastata un po’ di prudenza prima di “assolvere” il tabaccaio e ammazzare il ragazzo una seconda volta. Sarebbe bastato tacere, lasciare lavorare i pm. Ma ciò avrebbe significato prendere qualche voto (e qualche like) in meno.

E la vita di un ragazzo di 24 anni, si sa, vale meno di un like, specie se sei ladro e moldavo. Non necessariamente in quest’ordine. E così oggi, ancora una volta, ci ritroviamo a fare i conti con un corpo a terra e due vite devastate per sempre: quella del ladro, ammazzato a freddo, alle spalle, per una rapina da qualche centinaio di euro appena; e quella del tabaccaio, illuso da una legge criminale di poter sparare a un uomo a bruciapelo e mandarlo all’altro mondo senza doverne rendere conto.

E invece accadrà quello che abbiamo sempre detto e ripetuto: che il parere di un giudice conta più della propaganda. La verità conta più di milioni di voti o migliaia di like. Per fortuna. Comunque andrà a finire, le vite di Franco e Ion sono finite giovedì sera nell’attimo in cui si sono tragicamente incrociate.

Prima ancora che colpevoli, sono vittime di Stato. E i responsabili, quelli veri, hanno nomi, cognomi, volti e incarichi precisi. E, un giorno, prima o dopo, quando questo smisurato, spaventoso, “auto da fé” popolare sarà finalmente passato, dovranno rispondere di tutto questo.

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