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Quello che Salvini non dice: il nesso fra immigrazione e climate change

L'invasione di cui parla il vicepremier non è una minaccia, è già in atto. E la colpa è dei cambiamenti climatici. Peccato che la Lega e gli altri partiti sovranisti si oppongano alle misure per salvare l'ecosistema mondiale

Di Alessandro Sahebi
Pubblicato il 14 Feb. 2019 alle 13:47 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:48
Immagine di copertina
Matteo Salvini. Credit: Tiziana FABI / AFP

Matteo Salvini ha ragione quando dice che presto potremo essere invasi dai migranti. Non è la retorica populista o qualche teoria del complotto ad affermarlo: lo dice la Banca Mondiale.

Nel 2050 saranno infatti 143 milioni i profughi stimati nel mondo, molti di questi si sposteranno dalle regioni povere a quelle più ricche del pianeta, fra cui l’Italia. Il motivo? I cambiamenti climatici.

Quello che dimentica di dire Salvini quando lancia il quotidiano allarme, tuttavia, è che questo fenomeno è già in atto e riguarda venti milioni di vite umane, che il suo partito ne ostacola le azioni internazionali per arginare l’emergenza ecologica e che chiudere i porti è una strategia non tanto diversa da quella di chi nasconde la polvere sotto il tappeto convinto di fare pulizia.

Se da una parte l’internazionale sovranista è divisa sul piano geopolitico (il Venezuela è solo l’ultimo caso), non si può dire lo stesso per ciò che concerne il Climate Change: il fronte negazionista è compatto e dell’emergenza climatica non ne parla, in silenzio mette i bastoni fra le ruote ad eventuali misure di contenimento o – come nel caso del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump- addirittura nega apertamente che esista il problema bollandolo come una “cagata”.

Nemmeno l’attuale ministro dell’Interno è nuovo a questo tipo d’atteggiamento. Nel 2016, da eurodeputato della Lega (allora Nord), in seduta plenaria fu uno dei 38 parlamentari che si opposero alla ratifica dell’accordo di Parigi, il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale che impegna 195 stati a limitare il surriscaldamento globale.

E non fu un caso isolato del partito del “Capitano”. Oltre ai condoni edilizi sostenuti nell’era Berlusconi (l’abusivismo edilizio ha effetti sul dissesto idrogeologico), la Lega in questi anni in campo europeo si è opposta spesso a misure ambientali, quali la direttiva per la riduzione della plastica monouso, le normative di controllo delle emissioni di CO2 delle automobili, e al regolamento per l’efficienza energetica e la contabilizzazione dei gas effetto serra per gli obiettivi climatici 2030.

E mentre gli studi scientifici continuano a mettere in evidenza il rapporto fra immigrazione di massa e cambiamenti climatici (l’ultimo è questo) lo spazio del confronto politico nel nostro Paese non si estende al di là degli sbarchi che avvengono nei nostri porti, permettendo così al Governo di non adottare misure realmente impattanti che vadano alla radice del problema.

Quella di Salvini tuttavia non è un’ingenua miopia: portare gli avversari nel proprio terreno di gioco infatti non può che renderlo agli occhi degli elettori come unico leader in grado di affrontare la crescente crisi umanitaria, percepita dalla maggior parte dei cittadini solo ed esclusivamente come una questione di sicurezza.

Le opposizioni cadono spesso nella trappola, si limitano a barricarsi sulla difensiva, non incalzano e reagiscono timidamente. “Aiutarli a casa loro” sul piano ambientale è effettivamente una soluzione, la realtà è che il sovranismo si configura in quest’ottica come un vero e proprio ostacolo. Ed è qui che può essere stanato definitivamente.

La visione riduttiva del mondo come somma di nazioni frammentate e individualiste che negano le proprie responsabilità nella devastazione dell’ecosistema mondiale infatti non fa che alimentare i fenomeni migratori. Questo è un dato di fatto che mette con le spalle al muro qualsiasi retorica xenofoba: un’Europa unita e forte a livello internazionale è una condizione drammaticamente necessaria per la salvezza del pianeta, non esiste Stato su questo pianeta che possa affrontare il problema con un atteggiamento di autismo diplomatico.

Chi nega questo lo fa per una folle strategia a breve termine il cui vero obiettivo politico è il consenso fine a se stesso, sicuramente non il bene dei cittadini.

Ci sarebbe poi da porsi una domanda finale, seppure confinata nello spinoso terreno della fantapolitica, quindi meritevole più di riflessione che di una vera e propria analisi. L’immigrazione di massa in cabina elettorale è un ottimo carburante, non possiamo negare che ci sia chi in qualche modo ne approfitti. Ipotizzando una soluzione al problema efficace che renderebbe questa fonte di consenso un bene esauribile e ipotizzando misure serie che ne risolvano le cause riducendo così i profughi climatici da 143 milioni a poco meno di 40 come previsto dalla Banca Mondiale, siamo davvero così sicuri che i partiti sovranisti si impegnerebbero con convinzione per “aiutarli a casa loro”?

Rivolgendo la testa in direzione di quanto accaduto fino ad oggi ci sarebbe quantomeno qualche perplessità. Su questo, per fortuna, persiste tuttavia ancora il beneficio del dubbio.