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La storia di Adriano Souras a TPI: “Io come Greta, a 16 anni uso il design per sensibilizzare le coscienze”

Di Cristiana Mastronicola
Pubblicato il 21 Mag. 2019 alle 12:12 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:42
Immagine di copertina
Adriano Souras e la sua Killer Net

Adriano Souras attivista ambiente

“La rete doveva essere gigante come è gitante il problema della plastica e doveva colpire per sensibilizzare le coscienze”. Adriano Souras ha 16 anni, ma le idee chiarissime su come cambiare il mondo. Quella che racconta a TPI è la sua vita da social designer. Ovvero quando il genio è messo a disposizione del sociale. Oggi espone al Design Museum of Chicago la sua opera incredibile, che emblematicamente si intitola Killer Net: 9.000 cannucce di plastica – usate, raccolte dallo stesso Adriano tra parchi e spiagge di mezzo mondo – legate insieme a creare una enorme rete. Una rete mortale.

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Killer Net. Credit: Yaro Banduro

In Europa, ogni anno vengono consumati 36 miliardi di cannucce. Solo negli Stati Uniti vengono utilizzati ogni giorno circa 500 milioni di cannucce. Ogni cannuccia che si disperde nell’ambiente impiega a decomporsi 500 anni. E le leggi non bastano ad arginare questa piaga, che è tutta umana.

I successi di Adriano arrivano ancora prima. Quando aveva appena 14 anni, Adriano, che ha iniziato la sua carriera come design della moda, ha presentato la sua collezione al Vancouver Fashion Week, attestandosi come l’artista più giovane di sempre a partecipare alla prestigiosa manifestazione. Ed è proprio in questa occasione che il giovane designer ha compreso il potenziale di quello che aveva tra le mani: Adriano ha voluto che il design supportasse le cause sociali, che si mettesse al servizio della collettività. E così è stato, perché la sua Killer Net è un’opera straordinaria che centra perfettamente questa idea: l’arte diventa monito e sveglia le coscienze.

Hai appena 16 anni e alle spalle una carriera e delle esperienze che farebbero invidia a chiunque. Che cosa significa per te essere arrivato fin qui, così giovane?

È ancora presto per dirlo, spero di essere solo all’inizio. È vero, mi sono impegnato molto perché studiare per l’IB School e allo stesso tempo portare avanti progetti extra in ambito del design ha richiesto molto impegno. Per lavorare alla Killer Net ho impiegato moltissimi weekend però è anche vero che, se una persona fa ciò che gli piace, alla fine i risultati arrivano da soli.

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Killer Net a Zanzibar

9.000 cannucce di plastica usate raccolte in luoghi pubblici, come le spiagge, che appartengono a tutti e che invece subiscono la violenza incosciente dell’uomo. La tua non è solo una iniziativa simbolica, ha un valore concreto. Come è nata e quali aspettative avevi quando ci hai pensato? 

Sono rimasto sconvolto quando passeggiando un pomeriggio su una spiaggia, calpestavo cannucce di plastica ovunque. Anche quando feci snorkeling nel mare, mi colpì vedere un pesce che nuotava in un sacchetto di plastica, era rimasto incastrato in un sacchetto. Quell’episodio mi colpì perché quel pesce stava rischiando di morire per la disattenzione di qualcuno, per la negligenza del comportamento di qualcuno. Non solo, la plastica sta entrando nella nostra catena alimentare.

È così che è nata l’idea della Killer Net. La rete doveva essere gigante come è gitante il problema della plastica e doveva colpire per sensibilizzare le coscienze. Se anche una persona venisse colpita, sensibilizzata sul problema, per me questo sarebbe un grande successo. Magari vedendo questa opera spero si diventi responsabili nell’uso della plastica anche nei gesti quotidiani. Per esempio quando si va a fare la spesa, portare da casa i propri sacchetti e riutilizzarli, oppure è proprio necessario bere le bibite con le cannucce? Prima che le inventassero si viveva lo stesso bene mi pare. Vorrei che Killer Net diventasse un monito di come grande è diventato il problema e che bisogna agire affinché non diventi sempre più grande.

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Killer Net

Tu sei l’esempio straordinario di come la professione e l’arte possano trasformarsi in qualcosa di utile. Come sei arrivato a conciliare questi due elementi? 

Ho la passione per il design, ho iniziato con il design della moda. Quando avevo 14 anni sono stato il più giovane designer ad aver presentato una collezione alla Vancouver Fashion Week. Quell’esperienza forte mi ha spinto ad andare oltre, volevo che il design fosse messo a disposizione della collettività, volevo che il design supportasse le cause sociali, che sensibilizzasse le coscienze. È così che è nata l’idea di unire le due cose, molti mi definiscono un social designer e mi piace questa definizione perché cerco di mettere insieme il design, l’arte con l’impegno civile.

Quando hai capito che il tuo “genio” poteva essere piegato, utilizzato per qualcosa di straordinario, come la sensibilizzazione al problema delle plastiche?

Sono sempre stato un ragazzo creativo. Un giorno ho proposto timidamente un’idea a WWF Young. Ho concepito la campagna “the last straw” dove si vede un panda che gioca con una cannuccia di plastica. Il design è piaciuto subito a WWF che l’ha trasformata in una t-shirt per un concorso che coinvolgeva i ragazzi della mia età. Questo mi ha dato fiducia ad andare avanti.

Quale è stato il tuo successo più grande?

Ancora presto per stabilirlo, spero di essere solo all’inizio. Certamente quando mi hanno comunicato che la Killer Net sarebbe stata esposta al Design Museum di Chicago, uno dei più importanti musei pubblici dedicati al design negli Stati Uniti, sono rimasto sorpreso ma anche onorato e voglio ringraziare Tanner Woodford, il direttore del museo, per l’opportunità che m ha dato.

Quale è la chiave per convincere i giovani ad attivarsi?

Non saprei, sarebbe meglio chiederlo a Greta Thunberg visto che lei c’è riuscita. Il mio obiettivo è un altro, smuovere le coscienze, anche quelle dei giovani affinché diventino cittadini migliori.

Come si salva il mondo? 

Il mondo si salva attraverso la comunità. La comunità può salvare se stessa e tutti dovrebbero contribuire a rendere migliore la comunità in cui viviamo. Non esistono super eroi, purtroppo.

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Killer Net. Credit: Yaro Banduro

Greta e il suo entusiasmo travolgente. Che cosa pensi del “fenomeno Greta”? E, soprattutto, pensi che i giovani siano pronti a raccogliere la vostra sfida? 

Il “fenomeno Greta” è una chiara indicazione che i giovani sentono molto la questione climatica ambientale e desiderano fare un cambiamento in quanto il cambiamento climatico influisce sulle nostre vite e condizionerà il nostro futuro, problemi che gli adulti hanno ignorato fino ad oggi e sono contento che persone come Greta ed altri giovani siano pronti per accogliere questa sfida.  I giovani sono più malleabili, possono cambiare le proprie abitudini ambientali e quindi possono contribuire a costruire un mondo migliore.

Come si fa a fare in modo che l’entusiasmo generato dalla spinta ambientalista del momento non muoia ma perduri? 

Attraverso i gesti quotidiani. Una coscienza sensibilizzata sulle tematiche ambientali, è un contributo importante per una società del futuro più vivibile e sostenibile.

Quali i prossimi obiettivi? 

I miei sforzi per aumentare la consapevolezza sull’entità dell’inquinamento plastico generale e della plastica nei mari, evidenzia un problema che deve essere affrontato immediatamente e più ampia è la comprensione e la partecipazione delle persone, più velocemente riusciremo a raggiungere questo obiettivo. Questo vale anche per tutte le questioni ambientali, come la crisi dei cambiamenti climatici, che da troppo tempo non sono state affrontate e ci hanno avvicinato a condizioni potenzialmente irreversibili che sono una tragedia.

Quindi nell’immediato futuro mi piacerebbe vedere la mia arte raggiungere e sensibilizzare il maggior numero possibile di persone. Da una prospettiva più ampia, ritengo che molti dei problemi che affrontiamo di questo tipo possano essere affrontati più facilmente aumentando la consapevolezza e convincendo molti di noi a fare un piccolo cambiamento nel nostro comportamento. Con un numero abbastanza grande di persone coinvolte possiamo avere un impatto enorme. Un simile cambiamento nel comportamento può essere accompagnato anche da un impatto economico complessivamente positivo. Tante volte usiamo come scusa per la nostra pigrizia il fatto che ciò che è buono per il nostro ambiente fa male alla nostra economia. La nostra mancanza di iniziativa è giustificata perché a quanto pare il costo delle nostre azioni per salvare l’ambiente avrà un impatto negativo sull’industria esistente. Penso che ci siano sufficienti esempi in tutto il mondo in cui l’azione per aiutare il nostro ambiente, combattendo l’inquinamento, ad esempio, ha portato nuove prospettive di crescita e ricchezza come risultato. La California penso sia un caso di studio interessante.

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