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Cosa definisce un italiano secondo Andrea Camilleri

Immagine di copertina
Andrea Camilleri Rome 2001

Andrea Camilleri definisce il termine “italiano”

“Come si fa a chiamare con lo stesso nome di italiano un contadino friulano e un contadino siciliano?”.

Questo era uno dei quesiti che il noto scrittore Andrea Camilleri – deceduto a Roma all’età di 93 anni – si poneva in lungo saggio redatto per la rivista Limes, solo qualche anno fa. Andrea Camilleri, le cause della morte dello scrittore

Un testo lungo e articolato nel quale argomentava e cercava di definire quali fossero gli elementi per identificare l'”italiano” secondo Andrea Camilleri.

“Occorre chiarire come ho inteso il termine ‘italiano’. Diciamo che ho preso a esempio l’italiano cosiddetto medio (“ammesso e non concesso / che l’italiano medio è un poco fesso”, cantava Laura Betti un quarantennio fa), vale a dire i risultati di una media statistica e ho cercato d’individuare tra di essi un comune denominatore diverso dal titolo di studio, tipo d’impiego, stipendio mensile eccetera. Ma gli uomini non sono numeri, ciascun individuo ha una propria individualità che rende non solo difficile, ma altamente improbabile la precisione del risultato globale. In altre parole, una ricerca cosiffatta di un comune denominatore rischia di non tener conto di tutto quello che può contraddire l’assunto stesso.

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Mi spiego meglio: non ricordo chi sosteneva che se un tale in un giorno si è mangiato due polli e un altro tale invece non ha neppure desinato, statisticamente risulterà che ne hanno mangiato uno a testa.

Allora: per fare un esempio pratico: italiani brava gente? La mia risposta è no, ma ciò non toglie che tra gli italiani ci sia tanta, tantissima brava gente”.

Camilleri e i dialetti italiani

Un altro aspetto che Camilleri osserva e analizza riguarda i dialetti italiani.

“Uno dei comuni denominatori degli italiani è stato, almeno fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, la diversificazione dialettale. Come spesso capita da noi, un tratto unificante è costituito da una diversità.

Posso spiegarmi meglio facendo ancora ricorso a Pirandello. Egli dichiara, in un articolo intitolato ‘Teatro siciliano’, che risale allo stesso periodo di quello citato in precedenza: ‘Un grandissimo numero di parole di un dato dialetto sono su per giù – tolte le alterazioni fonetiche – quelle stesse della lingua, ma come concetti delle cose, non come particolare sentimento di esse'”.

E qui Camilleri si supera, esprimendo un concetto semplice eppure magnifico: “Semplificando: di una data cosa, la lingua ne esprime il concetto, mentre il dialetto ne esprime i sentimenti”.

Il fascismo è una fenice che può risorgere

C’è poi un lungo passo dedicato al fascismo e al modo in cui Mussolini e i suoi seguaci abbiamo permeato il pensiero italiano per molto, molto tempo.

“Nel 1945, a Liberazione avvenuta, apparve sulla prestigiosa rivista politicoculturale Mercuriol’articolo di un grande giornalista, Herbert Matthews, intitolato: «Non l’avete ucciso». In esso, prendendo spunto dall’esecuzione di Mussolini e di molti suoi gerarchi, Matthews sosteneva non solo che il fascismo non era morto, ma che avrebbe continuato a vivere a lungo dentro gli italiani. Non certo nelle forme del ventennio, ma in certi modi di pensare e d’agire. E che l’infezione, profondamente diffusa, sarebbe durata molto, molto a lungo, decenni e decenni.

Allora, a chi scrive, quelle parole sembrarono esagerate, ma bastò pochissimo per modificare questo giudizio.

Quanto tempo dopo la caduta del fascismo l’Msi, che se ne proclamava l’erede, diventò una forza parlamentare? Parlino le date. Giorgio Almirante, già segretario di redazione e attivo collaboratore dell’infame rivista La difesa della razza, propugnatrice e sostenitrice delle leggi razziali, già sottosegretario nella repubblica di Salò, fonda il neofascista Msi nel 1946, meno di un anno dopo la caduta del fascismo, e nel 1948 (!) può sedersi con altri del suo partito alla Camera. Appena tre anni dopo la Liberazione, il neofascismo entra a far parte con pieno diritto dell’arco costituzionale.

Il fascismo insomma è una fenice che non ha bisogno di ridursi in cenere per rinascere. Sessantaquattro anni di democrazia ancora non sono bastati a ripulire il sangue dell’italiano dentro il quale tuttora vivono cellule infette, pronte a trasformarsi in ogni occasione in virus pericolosi”.

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