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Verrà fuori che Gianluca Savoini è il nipote di Mubarak. Anzi, di Putin (di G. Cavalli)

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Savoini Lega | Ora verrà fuori che Gianluca Savoini è il nipote di Mubarak. Meglio: di Putin.

Del resto la gestione del caso Lega-Russia da parte del ministro dell’interno Matteo Salvini ricorda in tutto e per tutto la sprovveduta sfrontatezza con cui Berlusconi trattava le rivelazioni che lo riguardavano: negare, negare sempre, inventarsi frottole e essere sempre pronto a scaricare i propri amici o i propri collaboratori. Essere pronti a tutto, anche a difendere l’indifendibile, pur di mantenere il proprio potere.

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Riguardando le modalità con cui il ministro dell’interno ha affrontato (e sta affrontando) la vicenda si notano subito i passaggi fondamentali: prima ha sbolognato la discussione bollandola come una semplice chiacchiera (con l’accorato servilismo della presidente del Senato Casellati): poi quando ormai l’affare si è ingrossato ha negato; poi ha ammesso l’evidenza ma ha dichiarato di non saperne nulla e ha urlato dappertutto di non avere nessuna responsabilità; poi ha scaricato Savoini trattandolo come un millantatore; infine, vedrete, arriverà il tempo che griderà che si tratta di un complotto dei poteri forti e della magistratura per farlo fuori politicamente.

E così rivivremo per l’ennesima volta la solita scenetta del potente bugiardo che viene sbugiardato e frigna dopo avere fatto il duro. Perché nella vicenda dei soldi russi alla Lega, al di là delle conclusioni a cui arriverà l’inchiesta, c’è già tutto il modus ipocrita di Salvini che affonda le radici sulle bugie sparate a ripetizione ripetute un milione di volte perché abbiano il profumo di una credibile verità: è una bugia che Savoini si sia imbucato alla cena con Putin e il presidente del consiglio Giuseppe Conte (lo dice la Presidenza del Consiglio).

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È una bugia che Salvini non conoscesse Savoini (lo dicono an he solo le immagini: ci sono più foto di Salvini con Savoini che con la sua compagna, per dire), è una bugia che Savoini avesse solo un ruolo marginale (lo dice Borghezio), è un castello di bugie tutta la patetica difesa di Salvini.

In un Paese normale, in un Paese che ha ancora il coraggio di valutare i politici in base alla loro lealtà verso i cittadini, Salvini sarebbe alla porta ben prima di qualsiasi altra rivelazione solo per le falsità che è riuscito a ammucchiare nel giro di pochi giorni, annaspando nella sua stessa ipocrisia con cui sperava di sfilarsi da questa odiosa situazione.

Eppure che la Lega sia piena di faccendieri che ruotano intorno alla galassia salviniana è raccontato da mesi nei libri e nelle inchieste giornalistiche, quelle stesse che il ministro cerca di bollare come semplice rosicamento e invece sono il racconto di un partito che ama il potere esattamente come quelli prima di loro. Gli manca solo la nipote di Mubarak, appunto.

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