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“Mi sento la persona più sola del mondo”: storia di un rifugiato scappato dall’Afghanistan al Belgio

Immagine di copertina

2017, Grecia

Un viaggio denso di speranze ma pieno di sfide. Mi chiamo Faiz Hamdam e ho diciotto anni. Vengo da Maidan Wardak, una delle trentaquattro province dell’Afghanistan centrale. La mia vita era perfetta. Vivevo con la mia famiglia, giocavo e aiutavo le mie sorelle in casa. Non c’era stabilità politica è vero, ma eravamo tutti quanti liberi di lavorare e non c’erano grossi problemi. Andavo al liceo e frequentavo dei corsi di inglese e di informatica.

Studiare mi piaceva e mi incuriosiva molto. Desideravo con tutto me stesso diventare un riconosciuto e rispettabile membro della mia società. Per raggiungere la mia scuola dovevo camminare ogni giorno per un lungo tratto di strada. Al ritorno, la sera, ero sempre molto stanco ma il sorriso di mia madre e l’incoraggiamento di mio padre mi aiutavano a dimenticare la mia fatica. Queste sono le piccole cose della mia vecchia vita di cui sento una profonda nostalgia.

Poi un giorno tutto cambiò. Improvvisamente lo Stato Islamico apparve nella mia provincia e con l’espansione del suo esercito scomparve ogni forma di stabilità e pace. I soldati informarono le nostre famiglie che tutti i giovani sarebbero stati reclutati con la forza per combattere contro il governo e contro gli Stati Uniti. Bisognava creare una gigantesca armata. Promisero salari altissimi a chi sarebbe entrato volontariamente a far parte del suo esercito. A chi si fosse rifiutato, lo Stato Islamico promise altrettanto fermamente che sarebbero venuti a prendere i loro figli con la forza. La mia famiglia non aveva grandi finanze.

Spostarsi in un’altra provincia libera era al di là delle nostre possibilità economiche. I miei genitori si ritrovarono con un’unica scelta: trovare il modo di spedire il loro figlio maschio velocemente all’estero e salvargli la vita. Il viaggio sarebbe stato stremante, molto costoso e non c’erano abbastanza soldi. Dovettero chiedere un grosso prestito per riuscire a pagare un trafficante che mi portasse in salvo. Ero il più piccolo. Non volevo partire. Abbandonare mia madre e mio padre fu difficilissimo, ma non c’era alternativa. I miei genitori usarono tutta la loro forza per convincermi a partire per l’Europa finché compresi di non avere altra scelta. Volente o non volente. Per me e per loro.

Il mio lungo viaggio verso l’Europa cominciò il 20 febbraio del 2016. Esattamente un anno e mezzo fa. Ci vollero quindici lunghi giorni per raggiungere il confine con l’Iran. Quindici giorni stremanti in cui camminammo senza sosta su e giù dalle montagne. Non c’era quasi né acqua né cibo e dovemmo arrangiarci come potevamo. I trafficanti ogni tanto ci davano un tozzo di pane e un bicchiere d’acqua. Niente di più. Il freddo di notte era pungente e dovevamo fare dei falò con cui scaldarci.

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Quindici estenuanti giorni dopo passammo il confine e i trafficanti ci concessero quarantotto ore per riposarci in una casa. Eravamo senza forze. Passarono due giorni e dovemmo rimetterci in marcia. Bisognava oltrepassare il confine con la Turchia. Ci vollero diciassette ore per superare le montagne che ci dividevano dalla terra turca. Di nuovo a piedi, di nuovo stanchi. Quando arrivai in Turchia un altro trafficante mi prese in custodia e mi portò a casa sua. Ero stremato ma la Turchia era una terra bellissima e girai tutti i villaggi della zona incuriosito da questo nuovo Paese che avevo davanti.

Trascorsi dei giorni così belli lì che quasi, pensavo, avrei voluto rimanerci. Purtroppo non era facile riuscire a stabilirsi e trovare un lavoro per un profugo come me. Così decisi di continuare il mio lungo pellegrinaggio verso l’Europa e affrontare la parte più difficile e pericolosa del mio viaggio: attraversare il mare. Erano le undici del mattino quando una macchina venne a prendermi e mi portò a Izmir.

Da lì avremmo dovuto raggiungere una barca che ci avrebbe portato via. Il trafficante mi disse che aveva comprato una barca grande in modo da navigare tranquillamente verso il mare. Mi disse che ci sarebbero state a bordo solo quindici persone e che sarebbe stato un viaggio sicuro. Era una bugia. Quando arrivammo al mare vidi davanti a me una barca molto piccola. Intorno c’erano più di cinquanta persone disperate che aspettavano di imbarcarsi. Non avevo scelta.

Il trafficante mi spinse a bordo di forza. Volente o non volente. Per quasi due ore navigammo in mezzo al mare terrorizzati, puntando verso il cancello dell’Europa: la Grecia. A volte la sfortuna prende il sopravvento. Capitai nel posto giusto, ma al momento sbagliato. L’istante che toccammo la costa greca dell’isola di Lesvos, l’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati ci informò che qualche settimana prima l’Europa aveva chiuso le frontiere.

L’isola dei giubbotti di salvataggio abbandonati, tra Lesbo e la Turchia. Il reportage di TPI

Fummo trasferiti al campo di Moria. Ci dissero che avevamo due scelte: rimanere in Grecia o tornare in Afghanistan. Passò un mese in cui rimasi bloccato dentro al campo rifugiati senza riuscire ad avere alcuna informazione né sulla mia richiesta di asilo politico né sulla procedura per applicare. Passarono trenta giorni e finalmente riuscii a registrarmi e compilare tutti i miei documenti. Poi, la notte del 27 di aprile 2016, scoppiò una rivolta tra pachistani, siriani e afgani. Fortunatamente ne uscii sano e salvo, poiché, essendo al tempo ancora minorenne, mi trovavo al sicuro tra le mura di una parte del campo riservata ai minori. Dopo quella terribile notte io e tre miei amici fummo trasferiti sull’isola di Leros.

Lo psichiatra che cura i migranti a Moria: “Allucinazioni, autolesionismo, suicidi. Un trauma collettivo si consuma alle porte di casa nostra”

Arrivato a Leros dovetti ricominciare da capo tutta la procedura di registrazione poiché, durante la notte della rivolta, avevano dato fuoco a tutti i documenti e distrutto i computer. Bisognava ricominciare tutto dall’inizio. Di nuovo. Il tempo trascorse e i mesi anche. Passò quasi un anno. Chiuso dentro a un campo rifugiati senza nulla da fare mi annoiavo terribilmente. Non sapevo cosa ne sarebbe stato di me, ero spaesato. Poi un giorno cominciai a stringere amicizia con altri ragazzi della mia età e le cose iniziarono a tornare in qualche modo a una normalità. Avevo degli amici. Arrivò un gruppo di volontari e cominciarono a organizzare delle attività per noi. Iniziai dei corsi di greco, di scacchi, di calcio e di bowling.

Le cose cominciavano a farsi sempre più normali e iniziavo a stare meglio. Mi stavo abituando alla vita sull’isola. Avevo degli amici, degli affetti e delle cose da fare. Finalmente. Poi, di nuovo, un giorno questa normalità ebbe fine. Dall’ufficio registrazioni mi comunicarono che sarei stato trasferito ad Atene, sulla terraferma. Ero stremato all’idea di ricominciare un’altra volta tutto da capo e provai a rifiutarmi. Volevo stare lì. Mi dissero che era impossibile, la decisione era stata presa e sarei stato trasferito. Volente o non volente. Sarei andato ad Atene.

Ad Atene ricominciai, per l’ennesima volta, tutto da capo. Dovetti abituarmi, ricostruire amicizie, trovare cose da fare. Dopo qualche mese conobbi un gruppo chiamato “The Unmentionables” che organizzava progetti e attività per i rifugiati. Cominciai ad aiutarli nelle traduzioni dall’inglese al dari: il farsi orientale e la lingua ufficiale dell’Afghanistan. Tra le varie attività scoprii un corso di fotografia.

Non sapevo nulla di quell’arte ma, grazie a tre fotografi professionisti che mi insegnarono le basi, cominciai a imparare giorno dopo giorno come fotografare il mondo che avevo davanti. I miei insegnanti mi incoraggiavano e mi insegnarono a rappresentare in immagini quello che vedevo. La mia visione del mondo e dei suoi segreti diventava sempre più grande. Se prima passavo velocemente sulla superficie delle cose, adesso piano piano imparavo a soffermarmi, osservare e restituire la bellezza di quello che vedevo.

Cominciai a fotografare la natura, i tramonti sul Mediterraneo, il mare e le persone che incontravo. Scattavo pazientemente e poi tornavo dai miei insegnanti per avere un loro parere, un riscontro, per ispirarmi ancora. Mi dissero che avevo occhio. Un buon occhio. Sono ancora infinitamente grato a queste persone per avermi insegnato quello che sapevano. In quel tempo trascorso ad Atene imparai molte cose. Fu difficile, molto difficile, ma imparai ad affrontare grosse sfide, a rapportarmi con culture diverse dalla mia e apprendere strumenti completamente nuovi.

Conobbi anche nuovi amici. La mia famiglia mi mancava terribilmente, soprattutto mia madre. Ogni volta che la sentivo al telefono mi commuovevo e lei, forte e coraggiosa, mi spronava a non lasciarmi andare, ad avere coraggio e a non perdere la speranza. Ogni volta, pazientemente, mi diceva che pregava per me, affinché io potessi un giorno raggiungere i miei obiettivi e trasformare i miei desideri in realtà. Ci volle tanto tempo ma alla fine riuscii ad applicare per la riunificazione famigliare con la speranza di raggiungere un giorno un mio fratello che viveva in Belgio. Ci sarebbe volute molto tempo certo, ma lì, pensavo, si sarebbe avverato il mio sogno. Sarei riuscito a raggiungere il Belgio e continuare a studiare. Al sicuro. Spero, con tutto il mio cuore, di riuscire ad esaudire questo desiderio un giorno.

2019, Belgio

Due anni dopo. L’attesa è finita. Un anno e mezzo dopo la domanda, il Belgio accettò la mia richiesta di riunificazione familiare e presi un volo per Bruxelles. Qui viveva mio fratello, un fratello molto più grande che addirittura non conobbi mai perché lasciò l’Afghanistan molto prima che io nascessi.

Lo conobbi per la prima volta in Grecia e lo ricordo ancora come uno dei momenti più emozionanti della mia vita. Era il 17 ottobre del 2017 quando atterrai in Belgio e la prima cosa che mi dissero fu che avrei dovuto ricominciare di nuovo da capo tutta la procedura di registrazione e richiesta di asilo a mio nome. Chiesi al personale come fosse possibile. Avevo aspettato quasi due anni, avevo compilato centinaia di procedure, richieste, fogli. Pensavo che a questo punto fosse tutto già pronto.

Come era possibile? Mi risposero che era normale, che questa era la procedura e che quei due anni di attesa non c’entravano nulla. Non ebbi altra opzione che ricominciare da capo, compilare, fare i soliti colloqui e aspettare una risposta. Volente o non volente. Di nuovo. Il Belgio è un buon Paese ma le persone non sono molto socievoli con me. Venni allocato in un piccolo villaggio, al confine con l’Olanda. Questa piccola cittadina di provincia, che ora è casa mia, è abitata per lo più da persone anziane che sono andate in pensione alla ricerca di un posto tranquillo dove non venir disturbate. Le strade sono quasi sempre vuote e i ragazzi della mia età si contano sulle dita di una mano.

Paradossalmente, rispetto alla Grecia, dove vivevo in un campo rifugiati e in condizioni più precarie, qui mi sento molto più solo. È da quando sono arrivato che sono alla ricerca di un lavoro ma è complesso, è difficile, perché tutti quanti mi chiedono certificati, le prova di qualifiche professionali e il mio diploma di liceo. Il liceo io l’ho fatto e finito in Afghanistan ma, avendo dovuto fuggire senza nulla, non ho portato con me il mio diploma di maturità.

La maggior parte dei lavori che potrei fare sono semplici, eppure tutti quanti mi chiedono questo diploma. Vorrei poter continuare i miei studi ed iscrivermi ad Informatica per poi, in un futuro, lavorare come IT e un giorno, magari, avere una mia piccola attività. Lo so, è difficile ma lotterò con tutte le mie forze perché questo si avveri. È il mio sogno. La verità è che il mio sogno di due anni fa si è realizzato.

Sono riuscito a scappare dall’Afghanistan, sono arrivato in Grecia e sono riuscito ad arrivare in Belgio dove vivo in una vera casa. E di questo sono grato. L’altra verità è che in Grecia vivevo in un campo profughi e tutto, per quanto difficile da accettare, ruotava intorno a noi profughi. Avevo degli amici, parlavo tutto il giorno con la gente e avevo sempre qualche cosa da fare. Quasi tutti in Grecia parlavano inglese, francese, greco, arabo o farsi. Per quanto lontano da tutto quello che mi era familiare, io non mi sentivo solo in Grecia.

Qui in Belgio invece, arrivato finalmente alla tappa finale del mio viaggio, mi sento solo, lontano dalla mia famiglia e dai miei amici che mi mancano terribilmente. Mio fratello vive nello stesso Paese certo, ma lontano da me. E viaggiare costa. Anche in treno. In questa parte del Belgio, al confine con l’Olanda, la gente parla solo fiammingo. Mi sono iscritto a dei corsi di fiammingo, perché è l’unica soluzione che ho: imparare un’altra nuova lingua. Vado a scuola, cammino per le strade deserte di questo villaggio, osservo quello che succede in questa sonnolenta cittadina e scatto le mie fotografie. A volte riesco ad andare in una cittadina vicina, poco più grande dove prendo una boccata d’aria fresca e incontro qualcuno.

In questa città più grande succedono molte più cose rispetto a dove vivo io, ma c’è un problema pratico. L’ultimo autobus che mi riporta indietro è quello delle cinque del pomeriggio e la maggior parte delle attività che vorrei seguire termina dopo quell’orario. Un problema che sembrerebbe quasi ridicolo da quanto è piccolo. Eppure, per me, è un grosso problema. Quindi il pomeriggio e le sere sto a casa e dato che sono un appassionato di cinema guardo i film, tanti film.

Mentre continuo a studiare, vorrei riuscire a trovare anche solo piccoli lavori saltuari come fotografo, come scaricatore, fattorino, postino, cameriere. Sarei davvero felice di riuscirci. In tutto questo tempo ho capito che non esistono i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. I buoni e i cattivi esistono ovunque nel mondo. In Asia, in Europa, dappertutto. L’unico modo per migliorare la propria qualità di vita è quello di accettarsi l’un l’altro. Pelli e culture diverse mescolate insieme possono costruire una società migliore e più bella. Questo è quello che vorrei un giorno esprimere attraverso la mia fotografia. La verità è che mi sento solo, solissimo. Io in questo momento io mi sento la persona più sola del mondo.

*Traduzione a cura di Elena Brunello