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Chi controlla davvero i centri di detenzione in Libia, dove i migranti vengono torturati e stuprati

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Centri detenzione Libia | Chi li controlla 

Centri detenzione Libia – Da quando il governo italiano ha impedito alle navi umanitarie che operavano nel Mediterraneo di far sbarcare i migranti salvati in mare sulle sue coste, un anno fa, più di 10mila persone hanno provato comunque a fuggire dalla Libia, e in questo tentativo 1.151 hanno perso la vita.

L’Italia dei porti chiusi ha causato la morte di almeno mille uomini, donne e bambini

Gli altri sono stati riportati indietro dalla cosiddetta guardia costiera libica, proprio nei luoghi in cui le torture e le pratiche disumane nei confronti delle persone sono all’ordine del giorno, nei centri di detenzione.

Ma chi controlla veramente i centri e rende la vita al loro interno un inferno, al punto che i detenuti preferiscono rischiare la morte in mare pur di non restarci dentro?

Secondo quanto riporta un portavoce della Libyan Organization for Human Rights (Lohr), una Ong che dal 2012 si occupa di monitorare quotidianamente quello che succede in 17 dei circa 34 centri di detenzione presenti in tutto il Paese, i guardiani e gli operatori dei centri sono Katiba, civili che hanno impugnato le armi dopo la caduta di Muammar Gheddafi, hanno iniziato a gestire la presenza dei migranti in Libia in modo informale e sono stati poi inglobati nel corpo amministrativo del governo.

Quest’ultimo sarebbe, infatti, ufficialmente responsabile dei centri attraverso il Dipartimento per il contrasto all’immigrazione illegale del ministero dell’Interno (Dcim) ma, di fatto, non può e non riesce a imporre alcuna regola al loro interno.

Vicini alle milizie locali del Paese, i responsabili dei centri hanno rapporti con i funzionari del ministero, sono pagati dal governo, ma liberi dall’effettivo controllo statale. Godono di un potere incontrastato, e impongono violenza, sfruttamento e ogni tipo di tortura o abuso in modo indiscriminato.

“Fino a qualche mese fa era attivo un centro a ovest di Tripoli, quello di Sormon, controllato da un militare e gestito da un civile affiliato alla milizia locale. Qui ci vivevano 220 donne e 25 bambini. Lo sfruttamento sessuale era una politica sistematica, facilmente rilevabile al più ingenuo degli osservatori. Solo ospiti sub-sahriane, minorenni e in buona salute”, racconta l’attivista della Lohr, che descrive scene in cui le donne venivano condotte di sera in una tenda allestita vicina al centro, adornata di narghilè, per intrattenere alcuni ospiti.

Questo centro è stato chiuso in seguito a uno scandalo che ha messo in imbarazzo le autorità, e le donne sono state trasferite in altri siti, ma 15 di queste sono scomparse. Nel frattempo, gli altri centri di detenzione, in cui accadono sistematicamente simili episodi di abuso, continuano a rimanere aperti, nonostante lo stesso direttore del Dcim, Mohamed Bashir, abbia chiesto la chiusura di una decina di questi.

Il modello dei centri di detenzione per migranti irregolari in Libia è nato nel 2010, quando Muammar Gheddafi era a capo dello Stato e con una legge stabilì che ogni persona che arrivava illegalmente nel Paese doveva essere imprigionata. In Libia, infatti, l’immigrazione è considerata reato anche quando chi arriva avrebbe diritto a ricevere l’asilo per via dei rischi da cui fugge nel Paese di origine.

La legge 19 del 2010 prevede la detenzione, i lavori forzati e l’espulsione, una volta scontata la pena, per tutti gli stranieri sprovvisti di visto o documenti, a prescindere dalla situazione di partenza e dai motivi per cui si trovano nel Paese.

Non essendo la Libia firmataria della Convenzione di Ginevra delle Nazioni Unite, che obbliga gli Stati a garantire l’asilo politico a chi si qualifica come rifugiato, il reato d’immigrazione clandestina colpisce indistintamente tutti gli stranieri irregolari.

“Chiunque arriva in Libia ottiene un ordine di espulsione, tutti i migranti ce l’hanno pendente”, spiega un rappresentante della Libyan Organization for Legal Aid, una Ong locale nata nel 2013 da un gruppo di avvocati per monitorare le ripetute violazioni di diritti nel Paese.

Dopo la caduta del regime nel 2011, le ex milizie di Gheddafi e quelle che nel frattempo si andavano costituendo per approfittare del vuoto di potere e accaparrarsi il controllo del territorio, hanno preso in mano anche la gestione del flusso di migranti in aumento, raggruppando le persone in centri di raccolta.

Questi sono stati poi resi ufficiali dal ministero dell’Interno dopo la formazione del governo di unità nazionale di Fayez Al Sarraj. Ma, aldilà dell’apposizione dei cartelli con i loghi all’esterno dei siti e del loro finanziamento, il governo di Tripoli non ha fatto nulla per imporre degli standard minimi di rispetto dei diritti umani: il modus operandi al loro interno è rimasto invariato, e il controllo nelle mani degli uomini che c’erano prima.

I quali ora abusano dei migranti e ne gestiscono il traffico in modo pressoché impunito, in cooperazione con le milizie e con la guardia costiera.

Un esempio di questa situazione è il centro di detenzione di Zawiya, una città costiera che si trova a circa 40 chilometri a ovest di Tripoli, capoluogo dell’omonimo distretto, hub principale del traffico di migranti in Libia e sede della raffineria di Zawiya.

Qui, a fine aprile, sono stati condotti 325 detenuti evacuati dal centro di Qasr Ben Gashir, assediato durante un combattimento tra le forze del Governo di accordo nazionale e quelle dell’Esercito nazionale libico.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, a Zawiya il rischio per gli ospiti sarebbe stato “ridotto”, eppure, stando a quanto descrivono gli attivisti della Lohr, qui ci sarebbe addirittura una stanza per commettere abusi sessuali.

“Il reclutamento delle giovani minorenni da portare nella sala avviene dopo le ore d’ispezione, di solito di sera”, dichiarano i membri dell’organizzazione libica, che hanno visionato alcune immagini ricevute direttamente dal centro. Anche in questo caso, durante il trasferimento dei migranti da un luogo all’altro, sei persone sarebbero scomparse.

Un rapporto delle Nazioni Unite del 2017 rivela che ad aprire il centro di Zawiya è stato il capo della brigata Al Nasser, Mohamed Khushlaf, un multimilionario che controlla la raffineria di Zawiya, fonte di tutto il diesel esportato dalla Libia, che fornisce carburante ai trafficanti e gestisce un mercato di prostituzione dall’Africa sub-sahriana e dal Marocco.

Mohamed Khushlaf rientra nella lista delle Nazioni Unite dei sei trafficanti sottoposti a sanzioni a luglio del 2018, di cui fa parte anche il capo della Guardia Costiera di Zawiya, Abdul Rahman Milad, detto Al Bija, compagno in affari di Khushlaf per quanto riguarda il business di carburante, e membro della sua stessa tribù.

Sempre secondo i racconti della Lohr, i membri della guardia costiera libica sono ufficialmente stati reclutati attraverso bandi pubblici, ma di fatto fanno tutti parte della stessa famiglia allargata. Sia a Al Bija che a Kushlaf è stato imposto il divieto di uscire dal Paese e il blocco dei conti corrente, ma non sembra che questo abbia intralciato le loro attività, anzi. E questo anche grazie alla complicità delle istituzioni europee.

“Non c’è mai stato così entusiasmo tra le milizie come quando sono iniziati i finanziamenti alla guardia costiera libica”, dichiara il membro dell’organizzazione per i diritti umani. Il guardiacoste Al Bija avrebbe ricevuto una delle 12 motovedette che l’Italia ha concesso gratuitamente alla guardia costiera ad agosto del 2018, un mese dopo che il Consiglio di Sicurezza aveva deciso l’imposizione delle sanzioni contro i membri della lista nera.

E secondo il rapporto delle Nazioni Unite del 2017, il personale della guardia costiera di Al Bija avrebbe anche partecipato alla formazione organizzata nell’ambito dall’operazione navale dell’Unione Europea Eunavfor Med.

È sempre questa guarda costiera, che fa capo a Al Bija, a riportare i migranti intercettati a poche miglia dalla costa nel centro gestito dal suo collega a Zawiya, conosciuto anche come centro di al-Nasser, dal nome della milizia che lo controlla, comandata da Khushlaf. Qui sarebbe rispedita la maggior parte dei migranti intercettati nella cosiddetta zona di ricerca e soccorso di competenza libica.

Secondo un portavoce del Cairo Institute for Human Rights Studies per la Libia, il senso d’impunità diffuso tra i responsabili di questo business fa sì che gli abusi, il traffico e lo sfruttamento continuino senza limiti.

“I responsabili sanno che non dovranno fare i conti con la giustizia, per la debolezza del sistema politico e giudiziario in Libia, dovuta in parte alla presenza delle milizie. Le persone si sentono al di fuori di qualsiasi forma di persecuzione”, dichiara il portavoce. “Bisognerebbe rompere questa idea d’impunità attraverso tentativi di persecuzione nei fori internazionale e nei Paesi in cui c’è la possibilità di condannare i reati”, conclude.

Ma fino a quando lo stesso governo italiano considererà legittima l’esistenza della guardia costiera libica e suggerirà alle poche navi umanitarie rimaste nel Mediterraneo di riportare i migranti salvati in mare nei centri di detenzione, come sta avvenendo in queste ore, la sensazione delle milizie di poter sfruttare la situazione di caos senza subire conseguenze, sarà solo rinforzata.