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Ferrara la rossa alla Lega, Campobasso al M5s, Livorno al Pd: radiografia dei ballottaggi Comunali

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Da sinistra: i neo sindaci Luca Salvetti (Livorno), Roberto Gravina (Campobasso) e Alan Fabbri (Ferrara)

Ballottaggio Comunali | Radiografia dei risultati | Livorno | Ferrara | Campobasso

Ballottaggio Comunali – Ma chi ha veramente vinto queste elezioni? E perché il centrosinistra si deve preoccupare per la vittoria della Lega? Per capire il senso di una tornata amministrativa in cui tutti festeggiano presunti trionfi non bisogna guardare solo la cifra assoluta dei comuni conquistati, ma piuttosto il numero di quelli che con questo voto hanno cambiato schieramento.

Ed è con questo dato che squilla un campanello di allarme per tutto il centrosinistra: “Siamo l’alternativa alla Lega”, dice Nicola Zingaretti, e questa è una soddisfazione importante per un segretario che si è insediato solo da pochi mesi dopo aver raccolto il Pd di Matteo Renzi al minimo storico.

Ballottaggio Comunali | PD

Tuttavia i cicli di una sindacatura, o di una legislatura regionale possono essere molto più lunghi e complesso – di questi tempi – di quelli di una leadership. E allora la tabella da compulsare e da soppesare con attenzione è questa: è vero che la coalizione guidata dal Pd ha prevalso in 109 comuni.

Ma è vero anche che tra i comuni in cui si votava il centrosinistra ne ha persi ben 40, uno su tre. Esattamente come il M5s, che ne governava quattro e ne ha conquistato solo uno, con una debacle simbolicamente importante come quella di Livorno (che fu un caso clamoroso ed emblematico della tornata di cinque anni fa).

Ballottaggio Comunali | Lega

Viceversa, è vero che la Lega e il centrodestra vincono in 75 comuni: il dato eclatante, però, è che ne governavano, in questo campione, appena 39: il che significa che ne hanno conquistato ben 36 in più rispetto al passato.

Il nodo a me pare questo: negli anni della seconda Repubblica (ma anche della prima) le regioni e gli enti locali erano, quasi per legge naturale, il contrappeso naturale del governo nazionale.

Gli italiani, per così dire, con grande sapienza “cerchibottavano” e bilanciavano il potere di Roma. Le grandi città a sinistra nella famosa avanzata del 1975 del Pci di Enrico Berlinguer che portò sindaci “rossi”, per esempio, a Torino, Napoli e Roma. E poi la stagione delle “giunte rosse”, che nelle regioni fece da contrappunto al lungo periodo di governo nazionale del Pentapartito. E poi i sindaci di sinistra – Roma e Napoli, ancora una volta – come via di uscita da Tangentopoli.

E quindi il governo locale dell’Ulivo, nell’età del berlusconiano, e poi il governo della Lega sui territori quando vinceva Romano Prodi, poi i sindaci e i governatori di Sinistra come risposta alla crisi del Pd (la Puglia di Vendola e la Milano di Pisapia, la Genova di Doria) e infine – ancora una volta Napoli e Torino – la fiammata dei sindaci gialli mentre a Roma imperava il renzismo.

Adesso, per la prima volta, l’onda delle amministrazioni locali sembra in sincronia con quella nazionale, il successo alle europee di Salvini (primo partito del continente) si sovrappone a quello dei comuni.

Ballottaggio Comunali | Le differenze tra Lega e PD

La più importante criticità, oggi, per la sinistra si chiama Emilia Romagna. Sul dato europeo la Lega ha raccolto un clamoroso 40 per cento, che la fa diventare il primo partito. E in una città come Piacenza – per fare un esempio clamoroso – il Carroccio è arrivata al 49 per cento nel voto per Strasburgo.

La Lega conquista un voto d’opinione anche in comuni in cui non ha rappresentanza politica, in alcuni piccoli centri tocca percentuali del 70 per cento senza avere nemmeno un eletto. Zingaretti è riuscito a mantenere Reggio Emilia (grazie al lavoro e alla popolarità del sindaco Luca Vecchi, al secondo mandato) ma ha perso sia a Ferrara che a Forlì: dove non può sfruttare l’effetto del secondo mandato – questa è la novità – il Pd soffre.

La coalizione in molti territori è ai minimi termini. Il centrodestra è una formazione che si stringe in tre cerchi concentri (la Lega, l’asse neroverde con la Meloni, la coalizione classica con Forza Italia), mentre il centrosinistra si è ossificato intorno al Pd, anche per effetto della scellerata “vocazione maggioritaria”.

Morale della favola: Umbria, Toscana ed Emilia sono diventate contenibili, il rischio (per il centrosinistra) di ritrovarsi per la prima volta un monocolore tinto di verde sia a livello locale che nazionale è enorme, il secondo turno che solitamente avvantaggiava la coalizione adesso crea una convergenza strutturale fra gialli e verdi.

O il Pd capisce che deve dare una risposta immediata, accelerando il suo cambiamento rispetto alla stagione nazarena, oppure il rischio di perdere le tre roccaforti di sempre diventa molto concreto.