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Le proteste in Sudan: cosa sta succedendo nel paese dal colpo di stato contro l’ex presidente Omal al-Bashir

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Credit: Afp

Sudan proteste cosa succede – È iniziata come una protesta non violenta, che faceva sperare in un cambiamento democratico. In Sudan, dopo gli anni del regime, con il presidente Omar al-Bashir deposto lo scorso aprile e le strade riempite da fiumi di persone, soprattutto donne e giovani, che esultavano per la fine degli anni della dittatura. È finita con almeno 100 vittime negli scontri in piazza, con l’esercito in strada contro i manifestanti che chiedono il trasferimento del potere dai militari ai civili.

In Sudan, uno dei paesi più poveri dell’Africa centrale, da quando un colpo di stato ha portato alla destituzione di al-Bashir al potere per più di trent’anni, è un Consiglio militare a detenere il potere. La promessa iniziale era una: il controllo del governo sarebbe passato ai civili e ci sarebbe stata una gestione condivisa dell’esecutivo. Tuttavia, le trattative sono fallite e il comitato di militari che gestisce il potere ha annunciato che indirà nuove elezioni entro nove mesi, modificando gli accordi presi con l’opposizione.

Sudan proteste | L’inizio delle manifestazioni. Le proteste in Sudan sono iniziato alla fine del 2018 nella città di El Gadarif. Nei mesi si sono allargate al resto del paese, concentrandosi nella capitale Khartoum, e hanno cambiato connotazione: da manifestazioni contro la cancellazione di alcuni sussidi e contro la difficile crisi economica, hanno assunto una natura politica diventando un grido di accusa contro il dittatore Omar al-Bashir.

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Credit: Afp

La capitale è stato lo scenario principale delle manifestazioni, accolte inizialmente come una nuova primavera, paragonata a quella che parallelamente stava attraversando l’Algeria. Decine di migliaia di persone erano scese in piazza, occupando strade e organizzando sit-in, e si erano verificati anche violenti scontro con le forze di sicurezza controllate direttamente da al Bashir, al potere dal 1989.

Il momento culminante, almeno nella fase iniziale, è stato raggiunto in due diverse fasi: la deposizione del presidente Omar al-Bashir (prima agli arresti domiciliari e poi portato nel carcere di massima sicurezza di Kobar, nella capitale) in un colpo di stato realizzato dall’esercito e la formazione di un  Consiglio militare di transizione. Secondo gli accordi iniziali, il Consiglio avrebbe dovuto rimanere in carica due anni, alla fine dei quali ci sarebbero state nuove elezioni.

Sudan proteste | Le dimissioni del generale Awad Ibn Auf. Sempre durante le proteste di aprile, a cadere è stato un altro simbolo del regime, il generale Awad Ibn Auf, il capo del Consiglio militare formatosi dopo il colpo di Stato. Come l’ex presidente, anche Auf, viceministro della Difesa dal 2015, era stato colpito direttamente da sanzioni internazionali perchè coinvolto nel genocidio del Darfur, in cui si stima abbiano perso le vita 300mila persone.

I manifestanti ritenevano Auf troppo vicino all’ex presidente e ne hanno chiesto a gran voce le dimissioni al punto da spingerlo ad abbandonare.  Auf ha nominato come successore l’ex capo di stato maggiore Abdel Fattah Abdelrahman Burhan. La sua nomina era stata accolta positivamente dai manifestanti non solo perché Auf era accusato di crimini di guerra come il suo precedessore, ma anche perché nel corso dei sit-in il militare era sceso in strada per parlare e conoscere chi manifestava, mossa apprezzata dai cittadini.

Nel corso del suo primo discorso alla nazione, Burhan ha ribadito un preciso programma: un governo militare di transizione della durata massima di due anni terminato il quale a prendere il potere sarebbe stato un governo civile. “Invito tutto il popolo del Sudan, compresi i partiti politici e i gruppi della società civile, a impegnarsi nel dialogo”, aveva affermato Burhan.

Una delle principali voci della protesta è stata l’Associazione dei professionisti (Spa), insieme alla coalizione Sudan Call che raggruppa 22 partiti di opposizione. Ma non solo perché in strada ci sono anche donne, studenti, insegnanti.

Intanto, negli scontri in piazza, aumentano le vittime per mano dell’esercito.

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Sudan proteste cosa succede | Il mancato accordo. Nonostante le premesse iniziali, non è stato, al mese di giugno, ancora trovato un accordo sulla composizione del consiglio di transizione che sia pienamente condiviso dall’opposizione e dall’esercito.

Lo scorso 15 maggio sembrava essere arrivato un compromesso: un periodo di transizione della durata di tre anni, dopo il quale il potere sarebbe passato interamente in mano ai civili. Nella fase attuale, invece, i poteri sarebbero stati condivisi:  un consiglio di presidenza, un governo e un parlamento di 300 seggi con due terzi dei quali assegnati alle opposizioni che avevano appoggiato il colpo di stato.

Sudan proteste cosa succede | Gli scontri. Lunedì 3 giugno l’esercito ha sparato sui manifestanti, causando almeno 100 vittime. L’escalation della violenza continua a essere determinata dalla mancanza di un compromesso accettato da tutti e dalla paura dei manifestanti che i militari rimasti ancora fedeli all’ex presidente sabotino il processo democratico.

Giovedì 6 giugno il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana ha sospeso la partecipazione del Sudan da tutte le attività dell’organismo “con effetto immediato” a causa della persistente violenza nel paese. E ha specificato che la sospensione resterà in vigore fino “all’effettivo ristabilimento” di un’autorità civile di transizione, “unica via per permettere al Sudan di uscire dall’attuale crisi”.

Il segretario generale di Amnesty International Kumi Naidoo ha chiesto che “il Consiglio militare transitorio ritiri immediatamente tutti i membri delle forze di supporto rapido dalle strade, soprattutto della capitale Khartoum, che li esoneri da ruoli di controllo dell’ordine pubblico e li confini nelle caserme”.