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Il Piano di pace Usa per il Medio Oriente è una farsa e la crisi politica in Israele lo dimostra

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Piano pace Trump – In Medio Oriente soffiano ancora una volta venti di crisi. Mentre il genero del presidente americano Donald Trump (nonché suo consigliere personale) Jared Kushner inizia il suo ennesimo tour nei paesi arabi, il Governo israeliano è caduto ancora prima di essersi insediato.

La Knesset si è sciolta il 30 maggio dopo che il presidente dello Stato ebraico ha dovuto riconoscere l’impossibilità del premier uscente Benjamin Netanyahu di creare un nuovo Esecutivo. Alla faccia dell’endorsement del presidente Trump, che più di tutti aveva investito nel successo elettorale dell’amico Bibi.

Per l’inquilino della Casa Bianca è fondamentale avere un alleato in Medio Oriente e ancora di più avere a capo di Israele una figura amica in vista della presentazione del famoso “Accordo del secolo” per la pace nella regione.

Fin dal suo insediamento, Trump ha promesso di risolvere la questione palestinese con un approccio diverso rispetto a quello dei suoi predecessori, puntando su investimenti economici piuttosto che su una soluzione politica.

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Secondo le prime indiscrezione, i paesi arabi dovrebbero investire in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza per risollevare le sorti economiche di quello Stato palestinese mai nato e la cui creazione non è tra le priorità degli Usa. Né tantomeno del suo amico Netanyahu.

Peccato però che il leader del Likud abbia perso il favore degli elettori, costringendo il paese a tornare per la seconda al voto in un anno e causando un ritardo – l’ennesimo – nella presentazione del piano di pace.

Nessun politico in piena campagna elettorale sarebbe disposto ad associare il proprio nome all’Accordo Usa per paura di perdere consenso alle urne, per cui il Tyacoon è stato costretto a rivedere la sua strategia. Se strategica può essere definita l’attuale politica Usa in Medio Oriente.

Ma a prescindere da chi guiderà il prossimo Governo in Israele, la Road map americana è destinata a fallire e con essa il sogno di Trump di presentarsi alle prossime elezioni del 2020 come il “salvatore del Medio Oriente”.

L’Autorità nazionale palestinese (per fare un esempio) ha espresso fin dall’inizio la sua contrarietà all’Accordo, accusando tra l’altro Washington di non averla mai interpellata e di non aver avuto voce in capitolo sul suo contenuto.

Per Trump conoscere il parere di uno degli attori diretti interessati dall’intesa non era necessario, anzi: il presidente ha ricattato economicamente l’Anp per cercare di rendere l’Autorità ancora più remissiva in vista della presentazione dell’accordo.

Altro attore non interpellato è Hamas, che controlla dal 2007 Gaza, l’enclave palestinese che secondo l’Onu sarà invivibile dal 2020 e che viene periodicamente bombardata da Israele.

La Striscia dovrebbe essere il luogo maggiormente favorito dagli investimenti economici previsti dal Piano Usa per il Medio Oriente, ma è molto più probabile che trovi nuovamente al centro dei raid delle Forze israeliane.

Le campagne elettorali israeliane, si sa, si vincono anche a colpi di bombe sull’enclave.