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Il potere per il potere: così il M5S ha cambiato pelle in un anno. Una fotografia

Immagine di copertina
Il murales "La Guerra dei Socials" dello street artist TvBoy. Credit: Miguel MEDINA / AFP

Governo M5S Lega crisi – Come passa il tempo. Un anno fa (tra qualche giorno) si insediava il governo M5S-Lega. Lo stesso che oggi vacilla su tutto. Riavvolgiamo il nastro: 29 maggio 2018. Era il tempo della richiesta d’impeachment al presidente della Repubblica Mattarella. Di Maio e Di Battista inferociti a Fiumicino ne chiedevano la testa (in seguito il ministro dello Sviluppo economico si sarebbe pentito). I due vivevano un vero e proprio “momentum”. Mai così acclamati dal popolo come allora. Avevano il paese in pugno.

Per tre mesi, dal 5 marzo a fine maggio, è stato un continuo: ‘I cittadini si sono espressi, ora tocca a noi’. E così fu. Cavalcando il “No” (inspiegabile per la verità) a Savona come ministro dell’Economia, nemmeno il Conte-gate del CV taroccato, ancora prima che Conte diventasse Conte e capo del governo più strampalato della Repubblica, riuscì a impedire al duo Dibba-Di Maio la nascita di questo esecutivo. Governo – inutile dirlo – a stragrande forza motrice (e parlamentare) grillina, tenuto conto dei numeri usciti dalle urne.

Numeri che oggi non sono affatto cambiati (la situazione in parlamento è analoga) ma che politicamente sono stati stravolti dalle recenti elezioni europee. Un anno di governo, dicevamo: 12 mesi. Una fotografia: un punto al mese [qui tutti gli ultimi sondaggi]. Tanto hanno perso i grillini nel loro periodo al governo, letteralmente mangiati dal ministro dell’interno Matteo Salvini. Asfaltati: su tutto. Il M5S passa dal 32 per cento del 4 marzo al 17 di questa tornata elettorale europea. La Lega ribalta l’equilibrio politico raddoppiando il suo consenso, da 17 a 34 per cento.

Governo M5S Lega crisi – E oggi i temi dei 5 stelle sono letteralmente spariti dal dibattito pubblico. Li decide direttamente lui, il nuovo “Capitano d’Italia”. Manco a dirlo, si parla solo di (in ordine): riforma fiscale, riforma della giustizia, di autonomie, di TAV. È Salvini a dettare i tempi, a scandire il ritmo di questo governo. Ed è esattamente quello che vuole si continui a fare. Che sia Conte il presidente del Consiglio, o Di Maio ministro, poco importa: tanto alla fine decide sempre lui.

E Di Maio, out of sync, parla come quei video in cui labiale e vocale non vanno di pari passo. Insegue, ribatte. Tenta di farlo: ora anche i suoi, o alcuni di loro, gli dicono che non può avere 4/5 cariche. Se il ministro dello Sviluppo economico non dà un segnale forte ai suoi, questo M5S rischia di pagarne le conseguenze sul piano politico – nemmeno elettorale – nel medio e lungo termine. Perdere la bussola può succedere, ma un cambio passo è necessario per rimanere credibili.

Dove sono finiti quei 5 milioni di voti di scarto? Alcuni non hanno votato, d’accordo, ma altri se li è ingurgitati il ministro dell’Interno. Del resto i grillini non hanno perso solo voti ma anche lo slancio delle loro stesse battaglie: la lotta alla casta, l’anti-establishment, nessuno è al di sopra della legge/siamo tutti uguali. Tutti elementi che nei mesi sono naufragati in nome di un’alleanza di potere per il potere. Che – sarà pur vero, come dice Di Battista – ha permesso a questo governo di fare provvedimenti come il reddito di cittadinanza, ma ha anche portato alla stessa crisi del movimento.

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