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“Il prezzo da pagare per salvare l’ambiente? Essere più felici”, intervista al diplomatico e scrittore Grammenos Mastrojeni

Mastrojeni, che ricopre il ruolo di coordinatore per l’Ambiente della Cooperazione allo Sviluppo, sarà a Pistoia per il festival Dialoghi sull’uomo

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Manifestazione Fridays for Future a Roma, venerdì 19 aprile 2019. Credit: Filippo MONTEFORTE

Ambiente Grammenos Mastrojeni | “C’è un collegamento diretto fra ambiente, sviluppo, diritti umani e pace”. Grammenos Mastrojeni, diplomatico, docente e scrittore, parlerà di questo legame in occasione della decima edizione di Pistoia – Dialoghi sull’uomo, festival di antropologia del contemporaneo che si svolgerà dal 24 al 26 maggio a Pistoia.

Il tema del festival, ideato e diretto da Giulia Cogoli, e promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e dal Comune di Pistoia, quest’anno è Il mestiere di con-vivere: intrecciare vite, storie e destini.

Mastrojeni, che ricopre il ruolo di coordinatore per l’Ambiente della Cooperazione allo Sviluppo e da anni collabora con il Climate Reality Project, lanciato dal premio Nobel Al Gore, ha anticipato a TPI alcune riflessioni sul tema del suo intervento, intitolato Convivere con la Terra: solo la nostra felicità può salvare l’ambiente e previsto per domenica 26 maggio alle ore 15 al teatro Bolognini.

Mastrojeni, qual è il legame tra protezione dell’ambiente e felicità?

Tutti i comportamenti che proteggono l’ambiente in realtà procurano benessere o addirittura portano più soldi in tasca.

Oggi l’azione per evitare gli scenari piuttosto problematici che ci aspettano è ritardata dalla percezione che ciò comporti un sacrificio. Mentre in realtà se andiamo a esaminare i comportamenti che servono si tratta di atteggiamenti che provocano benessere, più salute, anche più soldi.

Un caso emblematico è stato studiato dalla Fondazione Barilla, che ha notato come la piramide alimentare coincida con la piramide dell’impatto sull’ambiente della produzione dei cibi. Quanto più un certo tipo di cibo consumato in eccesso ci fa male, tanto più la sua produzione ha un impatto negativo sull’ambiente.

Sembra una coincidenza nel settore alimentare ma in realtà vale per tutti i settori, e anche per l’economia nel suo complesso. Ad esempio, se proviamo a fare la nostra piramide del trasporto individuale vediamo che quanto più la nostra scelta è salutare e ci lascia con i soldi in tasca e tanto più è sostenibile.

Può sembrare qualcosa di magico, quasi mistico, ma non lo è. È il risultato della co-evoluzione. Noi ci siamo evoluti all’interno di questo sistema, quindi è normale che siamo calibrati per essere al massimo di armonia con lui.

Il suo ultimo libro si intitola “Effetto serra-effetto guerra” e affronta la questione del legame tra clima, conflitti e migrazioni. Come sono legati questi fenomeni?

Il gruppo su Clima e conflitti del G7, di cui sono stato co-presidente, ha individuato 79 aree del mondo in cui è certo che i cambiamenti climatici abbiano contribuito all’innesco di conflitti.

Sono aree in cui un ecosistema fragile si sovrappone a una società fragile. È il caso della Siria, dove la destabilizzazione è arrivata dopo 4 anni di siccità inaudita, ma è anche il caso di Boko Haram intorno al lago Ciad.

Nel futuro si prospettano degli scenari veramente disastrosi in Asia: se si scioglieranno i ghiacciai dell’Himalaya sarà un disastro, perché andrà in tilt un sistema di fiumi e un miliardo e quattrocento milioni di persone si troveranno in breve tempo a dover far fronte a un’alternanza di siccità-alluvioni.

Mentre però di questo legame si parlava fino a qualche tempo fa come di un’ipotesi, ora sul sito della Nato, che sicuramente non è un’organizzazione ecologista, si parla di cambiamenti climatici come minacce non convenzionali. Succede anche sul sito del Pentagono. Sicuramente non si tratta di enti idealisti e progressisti, ma reputano questo tipo di situazioni una minaccia globale alla sicurezza.

Questo vuol dire che serve una soluzione complessa che affronti insieme questi problemi?

La soluzione è più complessa e al tempo stesso più semplice. Ad esempio le attività economiche, agricole, industriali, quando sono ecosostenibili tendono a essere più giuste. Se sono più giuste creano minori tensioni e quindi costruiscono pace.

C’è un collegamento diretto fra ambiente, sviluppo, diritti umani e pace. Noi abbiamo sempre pensato che ci fosse una contraddizione tra questi valori, che per svilupparci avremmo dovuto comprimere i diritti umani. In base a questo pensiero all’inizio della Rivoluzione industriale mandavano i bambini in miniera.

Poi abbiamo pensato che ci fosse una contraddizione tra ambiente e crescita, ma non è vero. È vero semmai il contrario: tanto più si tutela a 360° uno di questi poli tanto più le ricadute sono positive sugli altri.

La nostra società ha capito questo messaggio secondo lei?

Stranamente non l’ha ancora capito tanto il consumatore, ma l’hanno capito le imprese. Prima le imprese vedevano la necessità di tutelare l’ambiente come qualcosa che minava la loro competitività, perché imponeva dei costi. Invece adesso hanno capito che una relazione costruttiva col territorio i costi li fa venir meno, sia all’interno dell’impresa sia all’esterno. L’impresa “verde” dura di più, ha dei rendimenti mediamente più elevati.

Anche la finanza sta investendo sempre di più in economia sostenibile. Per quanto mi risulta al momento attuale, il 24 per cento di tutti gli impieghi dei fondi d’investimento sono in attività sostenibili, ed è una crescita di otto volte in dieci anni.

Per quanto riguarda la politica invece?

I governi hanno gli strumenti per capire tutto questo e lo hanno anche capito, però rispondono all’elettorato. So che è una posizione non popolare, perché oggi si tende ad avere la visione del pubblico buono che viene manovrato dai poteri, ma semplicemente la politica non fa tutto quello che potrebbe fare perché non vede un ritorno elettorale.

Quindi in realtà è un’operazione culturale: bisogna far capire alla gente quanto sia importante occuparsi dell’ambiente, in modo che anche loro possano incorporare nella loro richiesta di voto che la politica si occupi del territorio.

Cosa pensa del movimento Fridays For Future creato da Greta Thunberg che lotta per il clima?

Si sono dette delle cose sulle persone che stanno intorno a Greta Thunberg. Io questo non lo so. So che questo movimento è stato catalizzatore di qualcosa di molto importante e molto positivo.

Ho seguito questo movimento e ho anche partecipato in qualche occasione – a Milano sono intervenuto a parlare alla manifestazione di marzo – e sono stato molto rincuorato.

All’inizio temevo che fosse ancora un movimento in cui si chiede solo all’altro, ai governi, alle imprese. Invece questi ragazzi hanno fatto il salto: hanno iniziato a chiedere a se stessi, cambiando stile di vita. Le imprese producono quello che chiede il consumatore, è il potere del consumatore. Questi ragazzi sembra che l’abbiano capito.

Qual è il valore del comportamento individuale nella lotta per l’ambiente?

È il punto fondamentale. La gente si aspetta che il problema sia risolto dalle Nazioni Unite e dai governi, attraverso gli accordi. Ma anche il miglior accordo del mondo è un pezzo di carta e l’ecosistema non reagisce a un pezzo di carta.

Questi accordi dettano regole che hanno come finalità quella di favorire un cambiamento dei comportamenti individuali. Finché le persone non si rendono conto che dipende tutto da loro, dalla somma dei loro piccoli gesti, non andiamo da nessuna parte.

Non esiste nessuna policy che arriva dall’alto e che rende tutto quello che faccio ecosostenibile. È veramente tutto nelle nostre mani.

Se continuiamo come stiamo facendo, nel 2030 ci troveremo in uno scenario veramente catastrofico, se invece decidiamo di prendere in mano i nostri destini a un prezzo paradossale, cioè stare meglio tutti, disinneschiamo uno scenario che potrebbe essere caratterizzato anche da guerre continentali e da carestie, con un grosso regresso della nostra sicurezza.

Il comportamento individuale non ha solo una ricaduta individuale, che ovviamente è importante perché è motivante (nessuno va avanti all’infinito in astratto a fare qualcosa per il bene comune se non lo riguarda). Ci sono anche ricadute strategiche straordinarie.

Se tutti noi mangiassimo in maniera corretta pagheremmo meno tasse collettivamente, perché i sistemi sanitari dovrebbero spendere meno soldi per curare le malattie legate a un’errata nutrizione, che coinvolgono un miliardo e 500 milioni di persone in Occidente.

Ma avremmo anche un effetto di redistribuzione, perché l’eccesso di cibo che a noi fa male e che ci asterremmo dal consumare, il mercato lo distribuirebbe a chi non ne l’ha. Il nostro comportamento individuale ha un effetto di pace molto potente, oltre che di sostenibilità.

Quanti anni abbiamo quindi per invertire la rotta?

Circa dieci. La saldatura sistemica dell’instabilità si prevede addirittura nel 2030. Ma un conto è il tempo che abbiamo per agire noi, un altro è quando inizieranno i guai seri.

Diciamo che entro il 2025 dobbiamo aver decisamente cambiato rotta. Se non lo facciamo, a partire dal 2030 tutte le proiezioni convergono su un mondo destabilizzato.

Cosa pensa delle politiche del governo italiano sul clima?

Sinceramente – e non perché sono un esponente del governo – penso che l’Italia su certi aspetti stia facendo molto bene, sia come governo sia come tessuto sociale. Noi abbiamo delle società, delle università, delle città che sono degli straordinari esempi.

La miglior gestione dei rifiuti a livello mondiale avviene in un posto semisconosciuto a sud di Roma che si chiama Artena. Si trova su un pendio e ci sono degli addetti che vanno a fare puntualmente coi muli la raccolta oggetto per oggetto. Magari questa è una situazione particolare, però abbiamo tutta una serie di casi virtuosi.

Non siamo messi così male, ma siamo poco bravi a valorizzarci. Ci sono altri paesi che magari fanno peggio di noi ma quel poco che fanno lo valorizzano come se fosse una grande performance.

Gli italiani stanno anche iniziando a capire che se trattano bene il loro territorio in realtà trattano bene una miniera d’oro, perché un posto come l’Italia non ha eguali.

Noi abbiamo sul nostro territorio più del 50 per cento della bio-diversità europea, il 55 per cento del patrimonio culturale dell’umanità. Non trattarlo bene vuol dire dare un calcio a un’opportunità stratosferica di sviluppo e inclusività.

Lei è ottimista per il futuro?

Devo esserlo per forza. Se proiettiamo avanti quello che sta succedendo adesso stiamo andando ancora incontro alla catastrofe, però vedo anche tanto cambiamento, la gente sta prendendo consapevolezza.

Rendiamoci conto che il potere è nostro, che quelli che ci sembrano piccoli gesti insignificanti in realtà contagiano il sistema e paradossalmente il loro costo è solo quello di stare meglio ed essere un po’ più ricchi. Sarebbe davvero follia andare incontro a questi scenari solo per non pagare il prezzo di stare meglio.

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