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Nuove rivelazioni sul caso Regeni, come cambieranno ora i rapporti dell’Italia con l’Egitto?

Un funzionario dell’intelligence egiziana ha raccontato di aver preso parte al sequestro del giovane ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo nel gennaio 2016

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Il ricercatore italiano Giulio Regeni

Il giacimento di gas Zohr, trovato al largo dell’Egitto nel 2015 da parte dell’italiana Eni, è stata la più importante scoperta nel Mediterraneo nell’ambito dei giacimenti energetici fossili. A soli tre anni di distanza, nel marzo scorso (2019), Eni individua anche il giacimento Noor, tre volte più grande del primo, a circa 50 chilometri a nord della penisola del Sinai.

Questo comporta una svolta sia dal punto di vista strategico che dal punto di vista geopolitico, oltre che finanziario. In genere Eni investe ingenti risorse sulla ricerca di idrocarburi per poi cedere quote (mantenendo la maggioranza ) dei giacimenti individuati. È successo con Zohr ed analoga scelta sarà adottata per Noor. Una strategia che ha consentito ad Eni di incassare oltre 10,3 miliardi di dollari dal 2013 ad oggi.

Queste scoperte rendono quindi l’Egitto un paese determinante per Eni, ma ci troviamo anche di fronte ad un evento che probabilmente cambierà la geopolitica del Mediterraneo e non solo. Infatti questi giacimenti, oltre a far crescere il peso della multinazionale italiana nel panorama internazionale, potrebbero rendere il Cairo uno dei più grandi esportatori di gas ridisegnando in questo modo parte degli equilibri medio orientali.

A quel punto l’Egitto si troverebbe nelle condizioni di poter esportare energia verso l’Europa, a discapito delle ambizioni israeliane affidate ai giacimenti Tamar e Leviathan. Diventerebbe concorrente diretto di Russia, Qatar e Iran che posseggono il 50 per cento dei giacimenti di gas di tutto il mondo.

Anche l’Italia ne trarrebbe vantaggio, con la sua Eni potrebbe diventare determinante nel panorama energetico europeo, superare la francese Total. Ma non solo, considerando che i giacimenti di gas nelle Americhe sono in esaurimento, salirebbe di valore strategico anche verso tutte le sette sorelle petrolifere.

La zona orientale del Mediterraneo si sta quindi rivelando decisiva, grazie alla sua ricchezza energetica, tanto da sollevare svariate tensioni internazionali. Non solo in chi vede l’Egitto e l’Italia come concorrenti ma anche fra chi è vicino ai confini dei giacimenti scoperti da Eni. Turchia, Siria, Libano e Israele vorrebbero mangiare allo stesso tavolo e non rimarranno a guardare. Basti pensare che lo scorso anno una nave Eni fu allontanata dalle coste di Cipro a seguito dell’intervento della marina di Ankara.

Ma non è solo una questione economica il rapporto fra Italia ed Egitto. Questi due paesi cooperano anche nella gestione dei flussi migratori. Il problema dell’immigrazione, infatti riguarda anche il Cairo che conta cinque milioni di rifugiati. Inoltre entrambi i paesi sono impegnati sulla questione libica.

Il governo egiziano appoggia il generale Haftar, filo Saudita e in contrasto con il Qatar. In questi mesi è riuscito ad assumere il ruolo di mediatore tra Italia e Libia, paese determinante per l’Eni ma anche per le questioni dei flussi migratori verso l’Europa.

Risulta evidente come mantenere il dialogo e la collaborazione tra Italia ed Egitto sia determinante e strategico per molti fattori ed interessi. E all’interno di questo quadro geopolitico particolarmente complesso, il pensiero non può che correre anche alla vicenda di Giulio Regeni, il giovane ricercatore friulano ucciso al Cairo nel 2016.

Le nuove rivelazioni in merito a questo caso complicano i rapporti di collaborazione fra i paesi. Un testimone, in circostanze del tutto casuali, avrebbe sentito uno dei funzionari della National Security del Cairo, i servizi segreti egiziani, raccontare di aver partecipato al rapimento di Regeni. Il giovane ricercatore era sospettato di essere una spia inglese, per questo motivo è stato rapito, picchiato e ucciso.

L’asse tra Roma e Il Cairo potrebbe a questo punto perdere la sua stabilità. E viene da pensare quanto sia stata importante fino ad oggi la “ragion di stato” e gli interessi energetici, internazionali e geopolitici rispetto alla verità e alla giustizia sull’uccisione del giovane ricercatore friulano.

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